Il crollo del ghiacciaio Sorgenfri
In una serata di sole di luglio, la nave da ricerca britannica Sir David Attenborough stava lavorando nei pressi del ghiacciaio Sorgenfri, nel Sud-Est della Groenlandia, quando un fronte di ghiaccio lungo circa un chilometro, frastagliato e rigonfio, è crollato nel fiordo. Gli scienziati sul ponte hanno seguito in silenzio il lento ribaltamento di una massa stimata in 18 milioni di tonnellate, accompagnato da enormi colonne di spruzzi che si alzavano dall’acqua.
Il distacco di iceberg di queste dimensioni, che i glaciologi chiamano calving, un tempo era un evento piuttosto raro, mentre negli ultimi anni è diventato frequente con il Riscaldamento Globale. La questione non riguarda solo la Groenlandia, perché l’acqua dolce rilasciata dai ghiacci finisce nel Nord Atlantico e contribuisce a indebolire un sistema di correnti fondamentale per l’Europa e per buona parte del pianeta, la Atlantic Meridional Overturning Circulation, più nota con la sigla AMOC.
Come funziona la circolazione atlantica
Il modo più semplice per immaginarla è un grande nastro trasportatore: l’acqua calda e salata risale dai tropici verso nord, cede calore all’atmosfera, si raffredda, diventa più densa e sprofonda, per poi tornare verso sud in profondità. Quando nelle zone di sprofondamento arriva molta acqua dolce, che è più leggera, il meccanismo perde efficienza, un po’ come se sulla superficie dell’oceano si formasse un coperchio che impedisce all’acqua di scendere. La Corrente del Golfo, va detto, è solo una parte di questo sistema ed è spinta anche dai venti, per cui non va confusa con l’AMOC.
Se l’AMOC dovesse arrestarsi del tutto, gli scenari più estremi dei modelli matematici descrivono per il Nord Europa inverni molto più rigidi, siccità prolungate e grandi difficoltà per l’agricoltura, con ripercussioni che arriverebbero anche in Italia, come abbiamo raccontato parlando di un’Italia alle prese con il blocco della Corrente del Golfo. Sono però scenari limite, non previsioni.
Un rischio reale, ma pieno di incognite
Se l’AMOC cederà davvero, quando potrebbe accadere e con quale rapidità sono domande che restano senza una risposta certa. Le proiezioni medie dei modelli matematici utilizzati dall’IPCC indicano un indebolimento nel corso del secolo, non un collasso, mentre alcuni studi basati sui segnali statistici di instabilità arrivano a conclusioni più preoccupanti. Anche sul peso dei ghiacci groenlandesi il quadro è sfumato, visto che una ricerca recente ha mostrato come l’acqua di fusione indebolisca ulteriormente la circolazione senza però provocarne un crollo improvviso. Nel frattempo, a sud della Groenlandia l’oceano continua a raffreddarsi in controtendenza con il resto del pianeta, un segnale che molti ricercatori collegano proprio al rallentamento della circolazione. È anche per questa incertezza che il tema resta lontano dalle priorità dei decisori politici.
Un sistema di allerta precoce per l’AMOC
Qui entra in gioco il programma Forecasting Tipping Points dell’agenzia britannica ARIA: un piano quinquennale da 81 milioni di sterline per sviluppare un sistema di allerta precoce che aiuti a capire quando i punti critici del clima potrebbero essere superati. Il tipping point, in parole semplici, è la soglia oltre la quale un sistema cambia stato in modo rapido e difficilmente reversibile. L’idea, spiegano i responsabili del programma, ricorda le reti di monitoraggio usate per individuare gli tsunami, applicate però ai primi segnali di cambiamento del clima.
I dati raccolti dalla Attenborough sono il cuore del piano. La nave lavora per il progetto GIANT, una collaborazione internazionale di 17 partner guidata dal British Antarctic Survey, che misura temperatura, salinità e correnti nei fiordi e impiega droni, robot sottomarini e sensori fin sotto il fronte dei ghiacciai. Tutte queste osservazioni alimenteranno una serie di modelli matematici del ghiaccio, dell’oceano e del clima, perché quelli attuali non rappresentano bene il modo in cui i ghiacciai groenlandesi interagiscono con un oceano più caldo, e serviranno a costruire un prototipo di sistema di allerta.
«Potremmo esserci già vincolati a secoli di cambiamenti senza saperlo», ha spiegato l’oceanografo Paul Holland del British Antarctic Survey qualche settimana prima di salpare dal porto inglese di Harwich, aggiungendo che «potremmo superare questi punti critici senza rendercene conto». Il senso del progetto sta tutto qui: non lanciare allarmi, ma avere dati solidi e in anticipo per capire, se mai servirà, quando sarà il momento di agire. Chi vuole ripercorrere la storia di questa corrente può partire dal nostro approfondimento su cos’è l’AMOC e perché se ne parla tanto.
Credit