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Olso a -50 gradi, Londra a -20. Italia nel caos climatico. Si chiama AMOC

Corrente del Golfo: il motore dell’Atlantico si ferma davvero

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
07 Feb 2026 - 17:10
in A La notizia del giorno, A Scelta dalla Redazione, Ad Premiere, Cambiamento climatico
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(METEOGIORNALE.IT) Fa caldo. Il pianeta scotta, le estati sono torride e gli inverni sembrano sbiadire. Eppure, paradossalmente, nell’oceano che bagna le nostre coste occidentali si sta consumando un dramma freddo, silenzioso, che potrebbe cambiare tutto. Stiamo parlando della Corrente del Golfo e, più tecnicamente, di quel gigantesco nastro trasportatore chiamato AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation).

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Non è la trama di un film catastrofico hollywoodiano, anche se a volte ci assomiglia in modo inquietante. È scienza. E i dati recenti ci dicono che questo “cuore” pulsante, che sposta qualcosa come un quadrilione di Watt di calore verso l’Atlantico settentrionale, sta perdendo colpi. Se si ferma, o anche solo se rallenta troppo, l’Europa che conosciamo potrebbe diventare un ricordo.

 

Un battito sempre più debole

Diciamocelo subito: misurare l’oceano non è facile. Abbiamo dati diretti affidabili solo dal 2004, grazie al progetto RAPID e alle sue boe a 26°N. Ma la scienza sa guardare indietro anche senza aver vissuto il passato. Analizzando i sedimenti, la salinità e le temperature, i ricercatori hanno ricostruito la storia di questa corrente. Il verdetto? Secondo uno studio su Nature Geoscience (febbraio 2021), l’AMOC non è mai stata così debole negli ultimi 1.600 anni.

Insomma, il motore si è inceppato. Il rallentamento è iniziato verso la metà del Novecento e ha accelerato negli ultimi decenni. C’è una “impronta digitale” che tradisce questo fenomeno: mentre il mondo si scalda, c’è una macchia ostinata nell’Atlantico settentrionale, la cosiddetta “cold blob”, che si raffredda. È il segnale che il calore non arriva più lassù come dovrebbe.

Perché succede? Colpa nostra, in buona parte. Lo scioglimento della Groenlandia (che nel 2021 ha perso 400 miliardi di tonnellate di ghiaccio) e le piogge intense riversano acqua dolce nell’oceano. L’acqua dolce è leggera, galleggia, e impedisce all’acqua salata di affondare e far ripartire il circolo. Un po’ come mettere acqua nel serbatoio della benzina.

 

Lezioni dal passato: quando il Mondo gelò di colpo

Se volete sapere come va a finire, basta guardare indietro. Circa 12.000 anni fa, durante lo Younger Dryas, l’AMOC collassò. Il mondo stava uscendo da un’era glaciale, si stava scaldando, e puf, di colpo ripiombò nel gelo per 1.300 anni.

In Groenlandia le temperature crollarono di 10°C in pochi decenni. L’Europa divenne un luogo inospitale: inverni feroci, estati brevi e torride, aridità ovunque. Non fu un cambiamento graduale, fu uno shock. E la cosa spaventosa è che, una volta spento, l’interruttore rimase su “OFF” per un millennio.

Certo, oggi non siamo in un’era glaciale, ma il meccanismo è lo stesso. E le conseguenze potrebbero essere altrettanto brutali.

 

Scenari da brivido (letteralmente)

Cosa succederebbe oggi se l’AMOC collassasse? Gli scienziati dell’Università di Utrecht hanno fatto girare i loro supercomputer e i risultati, pubblicati su Science Advances e Geophysical Research Letters tra il 2024 e il 2025, fanno tremare i polsi.

Immaginate un’Europa divisa in due.

Al Nord, il gelo. Le temperature medie di febbraio potrebbero crollare di 10-30°C. Avete letto bene. Londra potrebbe vedere i -20°C un inverno su dieci; Oslo toccherebbe i -48°C. Il ghiaccio marino scenderebbe giù, arrivando a toccare le coste della Gran Bretagna e dei Paesi Bassi. Sarebbe un clima schizofrenico: come ha detto il professor Tim Lenton, sarebbe come “uscire da un congelatore per finire in una padella rovente d’estate”.

E non è solo questione di mettere il cappotto. L’agricoltura britannica verrebbe spazzata via. Uno studio su Nature Food stima che le terre coltivabili nel Regno Unito crollerebbero dal 32% al 7%. Coltivare grano diventerebbe un’impresa impossibile, un po’ come cercare di piantare patate nella Norvegia artica oggi.

 

L’Italia e il paradosso mediterraneo

E noi? Qui nel “bel paese”, la situazione sarebbe diversa, ma non per questo migliore. L’Italia si trova in una posizione strana. Mentre il Nord Europa batterebbe i denti, noi rischiamo di prosciugarci.

Il rallentamento dell’AMOC sta già indebolendo l’Anticiclone delle Azzorre, quel “cuscinetto” che per secoli ci ha regalato estati sopportabili. Senza di lui, restiamo in balia delle masse d’aria africane e dei blocchi atmosferici. Risultato? Siccità.

Regioni come la Puglia, la Sicilia e la Calabria vedrebbero le loro estati diventare forni, con l’acqua che diventa un miraggio. Roma, che è alla stessa latitudine di Boston ma gode del “termosifone” mediterraneo, perderebbe questo vantaggio.

Il livello del mare salirebbe – paradossalmente più qui e nell’Atlantico che altrove – minacciando le città costiere. E i nostri ecosistemi? Un disastro. Alcuni alberi sparirebbero, sostituiti da specie più resistenti al secco. Insomma, un’Italia più arida, più estrema, con un’agricoltura in ginocchio. L’olio d’oliva e il vino, orgoglio nazionale, diventerebbero beni di lusso difficili da produrre.

 

L’Islanda ha paura

C’è chi non aspetta più le conferme definitive per preoccuparsi. L’Islanda, nel novembre 2025, ha fatto la storia: è stato il primo Paese a dichiarare il possibile collasso dell’AMOC una “minaccia alla sicurezza nazionale”.

Non è burocrazia, è panico ragionato. Per loro, e per i vicini nordici, è una questione esistenziale. Se la corrente si ferma, l’isola viene inghiottita dal ghiaccio. Addio pesca, addio trasporti, addio economia.

I ministri islandesi ne hanno parlato chiaramente alla CNN: non si tratta di adattarsi, perché a certe condizioni non ti adatti. O scappi, o soccombi. Anche Norvegia, Irlanda e Regno Unito stanno iniziando a muoversi, stanziando milioni per capire quanto tempo resta.

Il punto è proprio questo: il tempo.

Il rapporto IPCC del 2021 diceva “probabilmente non prima del 2100”. Ma studi più recenti, come quelli di Ditlevsen su Nature Communications, sono molto più pessimisti. La finestra temporale potrebbe essere tra il 2025 e il 2095. In pratica, potrebbe succedere domani o tra settant’anni. Un margine d’errore che non ci fa dormire sonni tranquilli.

 

La grande incognita

Siamo onesti, c’è ancora dibattito. Alcuni modelli dicono che il sistema è più resistente, altri che è sull’orlo del baratro. Ma 44 climatologi di fama mondiale hanno scritto una lettera aperta nel 2024 per dire: “Ehi, stiamo sottovalutando il rischio”.

Non possiamo permetterci di aspettare la certezza assoluta al 100%, perché quando l’avremo, sarà troppo tardi. È come guidare nella nebbia verso un burrone: non aspetti di vedere il vuoto sotto le ruote per frenare.

Il collasso dell’AMOC trasformerebbe l’Europa. Il Nord diventerebbe un freezer, il Sud un deserto. È uno scenario che richiede azione immediata sulle emissioni, l’unica vera leva che abbiamo per non spegnere il motore dell’oceano.

Forse siamo ancora in tempo. Forse. Ma il rumore di quel motore si sta facendo sinistramente silenzioso.

 

Fonti

  • Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK): Analisi sul punto di non ritorno della circolazione atlantica e i rischi di collasso improvviso. Leggi lo studio qui
  • Nature Communications: Studio di Ditlevsen & Ditlevsen (2023) che stima la finestra temporale del possibile collasso dell’AMOC in questo secolo. Vai all’articolo
  • Science Advances: La ricerca dell’Università di Utrecht (van Westen et al., 2024) che descrive gli effetti fisici di un arresto della circolazione oceanica. Consulta la ricerca
  • OECD (OCSE): Report sugli impatti climatici e i “tipping points” nel sistema climatico globale e le conseguenze economiche. Leggi il report
  • Met Office UK: Approfondimenti e monitoraggio continuo della circolazione meridionale atlantica e impatti sul meteo britannico. Visita la sezione dedicata

  (METEOGIORNALE.IT)

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Tags: amoc collassoclima europaCorrente del Golfoglaciazione improvvisameteo estremoriscaldamento globalesiccità italia
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Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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