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Il grande gelo del 1985 può tornare? Le condizioni necessarie

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
15 Set 2025 - 18:20
in A La notizia del giorno, A Scelta dalla Redazione, Cambiamento climatico
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Quali condizioni servirebbero per rivedere un evento simile al 1985

(METEOGIORNALE.IT) Perché l’Italia possa rivivere una situazione di gelo e neve paragonabile a quella dell’indimenticabile gennaio 1985, dovrebbero verificarsi una serie di configurazioni atmosferiche rare, ma non del tutto escluse. Innanzitutto, è necessario un blocco anticiclonico persistente sull’Europa settentrionale, oppure tra la Scandinavia e la parte europea della Russia. Questo tipo di struttura, con pressioni molto elevate e venti orientali nei bassi strati, crea un flusso d’aria gelida proveniente dall’interno del continente verso la Val Padana e lungo le coste dell’Adriatico, formando il cosiddetto “cuscino freddo” al suolo.

A questo primo ingrediente, deve aggiungersi una saccatura atlantica capace di far risalire aria mite e umida dal Mar Ligure e dal Tirreno. Quando questo flusso si sovrappone al freddo già presente nei bassi strati, si innesca la trasformazione della pioggia in neve fino in pianura, con possibili accumuli abbondanti su aree come il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia-Romagna e perfino sulla costa di Genova.

Un ulteriore fattore decisivo potrebbe essere un riscaldamento stratosferico improvviso, un fenomeno che può sconvolgere il vortice polare e deviare i flussi atmosferici verso l’Europa per diverse settimane. Non sempre questo tipo di evento genera un impatto diretto sull’Italia, ma quando avviene nel momento giusto, può rafforzare la possibilità di ondate di freddo estremo.

 

Le proiezioni climatiche: il gelo diventa più raro, ma non scompare

Le simulazioni climatiche più aggiornate suggeriscono che, con il riscaldamento globale in atto, gli episodi di freddo intenso in Europa stanno diventando meno frequenti e meno duraturi. Le giornate con temperature minime sotto lo zero si stanno riducendo, soprattutto in pianura e a bassa quota. Eventi come quelli degli anni Ottanta, caratterizzati da lunghi periodi di gelo persistente, sono destinati a diventare sempre più rari, pur non sparendo del tutto.

Per la Pianura Padana, ciò significa che le probabilità di vivere periodi prolungati di gelo scendono sensibilmente nei prossimi decenni, a meno che non si verifichino configurazioni atmosferiche del tutto eccezionali. La neve invernale, invece, è destinata a concentrarsi in finestre temporali più brevi, con un innalzamento progressivo della quota dello zero termico.

Nelle Alpi e negli Appennini, la neve non sparirà, ma sarà più spesso confinata alle quote più alte, con un’accumulazione media in diminuzione e una durata dell’innevamento sempre più breve. Gli ultimi anni hanno già mostrato un forte calo della copertura nevosa, accompagnato da grandi perdite glaciali, causate da inverni poco nevosi e estati sempre più calde.

 

Nevicate “storiche” in pianura: quanto tempo ci resta?

Non esiste una scadenza precisa oltre la quale non vedremo più nevicate abbondanti in pianura, ma gli scenari delineano un futuro in cui questi eventi saranno sempre più rari. Le previsioni indicano che, con un aumento di +1,5 o +2 °C della temperatura media globale, le aree di pianura dell’Europa meridionale vedranno una forte riduzione dei giorni con condizioni ideali per la neve.

Città come Milano, Torino o Bologna non smetteranno improvvisamente di imbiancarsi, ma le grandi nevicate diventeranno episodi eccezionali, legati a particolari incastri atmosferici. Questi potranno verificarsi all’inizio dell’inverno o durante forti irruzioni di aria gelida continentale. La neve in pianura passerà dunque da evento raro a fenomeno molto raro, mentre sulle Alpi e sui rilievi appenninici resterà presente, ma a quote più elevate.

 

L’Artico e il suo ruolo nei ritorni improvvisi del gelo

Sebbene l’Artico si stia riscaldando più rapidamente rispetto ad altre aree del globo, questo non esclude affatto la possibilità di irruzioni fredde verso sud. In alcune stagioni, l’indebolimento del vortice polare può favorire scambi meridiani, ossia spostamenti d’aria da nord verso le medie latitudini.

Ciò che conta è l’interazione tra il disturbo nella stratosfera, le aree di alta pressione bloccanti e il tracciato dei cicloni nel Mediterraneo. Quando queste condizioni si sommano, anche in un contesto climatico mediamente più caldo, si possono ancora verificare episodi nevosi intensi, soprattutto sul Nord Italia e sull’Europa centrale.

 

Corrente del Golfo: cosa succede se rallenta davvero

La cosiddetta Corrente del Golfo è parte di un sistema molto più ampio noto come AMOC (circolazione meridiana atlantica). Le analisi attuali suggeriscono che questo sistema tenderà a indebolirsi nel corso del XXI secolo. Il rischio di un collasso totale viene ritenuto poco probabile prima del 2100, anche se fisicamente possibile, con una tempistica tutt’altro che certa.

Un forte rallentamento dell’AMOC potrebbe provocare un raffreddamento del Nord Atlantico, modificare i percorsi delle tempeste, innalzare il livello del mare lungo le coste atlantiche e influenzare i regimi di precipitazione e agricoltura in molte zone d’Europa. Gli impatti indiretti potrebbero estendersi anche ad altri sistemi climatici globali, generando effetti a cascata in un mondo comunque più caldo.

 

Italia e Corrente del Golfo: effetti possibili sulla neve

Per la penisola italiana, un eventuale indebolimento dell’AMOC non significherebbe un ritorno permanente agli inverni artici, perché la tendenza dominante resta quella del riscaldamento climatico globale. Tuttavia, potrebbero emergere effetti misti: acque più fredde nel Nord Atlantico, variazioni nelle traiettorie delle perturbazioni sul Mediterraneo, e una maggiore variabilità interannuale.

In tale scenario, retrogressioni di aria gelida dalla Russia, associate a blocchi atmosferici tra Scandinavia e Regno Unito, potrebbero ancora generare situazioni favorevoli a nevicate intense sulla Val Padana, purché vi siano temperature negative al suolo e una corrente umida in quota richiamata da minimi depressionari sul Ligure.

Le grandi nevicate in pianura resterebbero dunque fenomeni sempre più eccezionali, legati a combinazioni atmosferiche precise, mentre in montagna sarà la quota dello zero termico a decidere se cadrà neve o pioggia.

 

Credits

  • NOAA Climate.gov – Arctic Polar Vortex Understanding
  • Nature Climate Change – Persistent shift of Arctic polar vortex
  • NASA Climate Evidence
  • IPCC Special Report on Ocean and Cryosphere in Changing Climate
  • MIT Climate Portal – Polar Jet Stream and Polar Vortex
  • World Resources Institute – Climate Change and Polar Vortex
  • Nature Communications – Weakening of stratospheric polar vortex by Arctic sea-ice loss
  • Geophysical Research Letters – Polar Vortex Disruptions by High Latitude Ocean Warming
  • Environmental and Energy Study Institute – Living with Climate Change: The Polar Vortex
  • Yale Climate Connections – Is climate change affecting the polar vortex?

  (METEOGIORNALE.IT)

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Tags: AMOCcambiamenti climaticiCorrente del Golfofreddo articogelo estremo Italiagennaio 1985neve in pianuranevicate storicheriscaldamento stratosfericovortice polare
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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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