(METEOGIORNALE.IT) L’immagine fornita è una mappa a falsi colori ricavata da dati satellitari, molto probabilmente da fonti come il programma Copernicus dell’Unione Europea o dai satelliti MODIS della NASA, che rilevano la temperatura superficiale dell’oceano (SST, Sea Surface Temperature). I colori visibili indicano la distribuzione della temperatura: rosso e arancione segnalano acque più calde della norma, mentre blu e violetto identificano zone più fredde del previsto.
Nel quadrante occidentale, vicino alla costa orientale del Nord America e fino al largo del Canada atlantico, spicca un’area ampia e ben definita in blu e viola intenso. Questa regione corrisponde al cosiddetto “Cold Blob” dell’Atlantico Nordoccidentale, un’anomalia termica persistente che suggerisce un raffreddamento anomalo della Corrente del Golfo (Gulf Stream).
In netto contrasto, si osserva un intenso riscaldamento delle acque nell’Atlantico orientale, specialmente a ovest delle Isole Britanniche e lungo la costa dell’Africa settentrionale, zone evidenziate in rosso acceso e arancio. Questo dimostra un aumento consistente della temperatura superficiale marina, spesso legato a persistenti anticicloni e al fenomeno delle marine heatwaves.
La Corrente del Golfo è una componente essenziale della circolazione termoalina globale, ovvero quel gigantesco nastro trasportatore che distribuisce calore, nutrienti e salinità attraverso gli oceani. La corrente spinge acque calde dal Golfo del Messico verso il Nord Atlantico, contribuendo a rendere temperato il clima di regioni come l’Europa nordoccidentale.
Il raffreddamento visibile nella mappa non è un semplice evento meteorologico. Secondo diversi studi scientifici, questa anomalia è legata al rallentamento dell’AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), il sistema di correnti profonde di cui la Corrente del Golfo è parte integrante. Il lavoro pubblicato su Nature Climate Change (https://www.nature.com/articles/s41558-021-01097-4) ha evidenziato che l’AMOC ha subito un indebolimento del 15% dal 1950, e questo potrebbe essere il più debole stato degli ultimi mille anni.
Il motivo principale del rallentamento risiede nel cambiamento climatico: lo scioglimento accelerato delle calotte glaciali della Groenlandia e l’aumento delle precipitazioni immettono grandi quantità di acqua dolce nell’Atlantico settentrionale, modificando la salinità e quindi la densità dell’acqua, con effetti destabilizzanti sulla circolazione termoalina. Le acque meno salate non affondano come dovrebbero, e il meccanismo che alimenta l’AMOC viene così ostacolato.
L’immagine mostra un altro aspetto impressionante: un forte riscaldamento marino attorno alle Isole Britanniche, riconducibile alla persistenza di alte pressioni atmosferiche, le cosiddette “blocking highs”. Queste condizioni riducono la formazione di nubi e precipitazioni, favorendo l’assorbimento solare da parte dell’oceano e quindi un surriscaldamento anomalo delle acque superficiali.
Questo tipo di fenomeno è sempre più comune e legato a dinamiche atmosferiche alterate dal cambiamento climatico. Studi pubblicati sul Journal of Climate (https://journals.ametsoc.org/view/journals/clim/32/18/jcli-d-19-0074.1.xml) sottolineano come le alte pressioni persistenti nell’Atlantico europeo siano collegate a un’alterazione del getto polare, un fenomeno che sembra anch’esso dipendere dall’aumento delle temperature globali.
A est del “Cold Blob”, nella zona centrale dell’Oceano Atlantico e verso l’Africa nordoccidentale, si osservano ampie aree rosso intenso: si tratta di quello che gli oceanografi definiscono “Blob caldo atlantico”, ovvero una zona in cui la temperatura marina è di diversi gradi superiore alla media. Secondo i dati del NOAA (https://www.noaa.gov/education/resource-collections/ocean-coasts/marine-heatwaves), le marine heatwaves stanno diventando più frequenti, più intense e più durature.
Queste anomalie hanno conseguenze gravi: alterano gli ecosistemi marini, favoriscono la proliferazione di alghe tossiche, riducono la biodiversità e hanno impatti anche su fenomeni meteorologici estremi come uragani e siccità.
Il 2023 e 2024 sono già stati segnalati da Copernicus e NOAA come anni record per le temperature oceaniche, con un riscaldamento molto superiore alla norma su tutto l’Atlantico, come confermato anche dal rapporto dell’IPCC (https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg1/).
Il contrasto estremo tra zone fredde e zone calde nell’Atlantico ha implicazioni importanti per il clima europeo. Da un lato, un rallentamento dell’AMOC comporta un rischio di raffreddamento localizzato, soprattutto per le aree più settentrionali come la Scandinavia e l’Islanda. Dall’altro lato, l’aumento delle temperature marine può amplificare le ondate di calore estivo nel bacino del Mediterraneo e incrementare l’intensità delle perturbazioni atlantiche che raggiungono l’Europa centrale e meridionale.
Gli scienziati stanno monitorando costantemente questi fenomeni grazie a boe oceaniche, satelliti geostazionari e modelli climatici ad alta risoluzione. I dati del progetto ARGO (https://argo.ucsd.edu/) confermano una profonda riorganizzazione del calore nell’oceano Atlantico, che potrebbe portare, in scenari estremi, al collasso parziale dell’AMOC entro fine secolo.
L’analisi della mappa satellitare rivela un segnale chiaro e inequivocabile di discontinuità climatica. La Corrente del Golfo mostra un’anomalia fredda che non può essere attribuita a fluttuazioni naturali a breve termine, ma a un disequilibrio profondo e crescente causato dal riscaldamento globale.
Al contempo, le marine heatwaves che dominano vaste porzioni dell’Atlantico sono un altro campanello d’allarme. Il fatto che questi due eventi opposti convivano e si rafforzino a vicenda dimostra che l’oceano Atlantico è entrato in una fase critica di transizione climatica.
Resta fondamentale continuare a investire nella ricerca oceanografica, nella modellazione climatica avanzata e nella sorveglianza ambientale tramite satellite, strumenti che ci permetteranno di comprendere – e forse mitigare – un cambiamento che sta già ridisegnando il volto del nostro pianeta. (METEOGIORNALE.IT)
