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Un importante studio internazionale pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment ci fornisce un’informazione eccezionalmente ampia e variegata sullo stato del permafrost nel mondo. La ricerca ha analizzato i dati raccolti tra il 2000 e il 2024 in 156 stazioni di monitoraggio, distribuite tra Artico, Antartide e principali catene montuose del pianeta, Alpi comprese. Ed è qui che emergono delle sorprese piuttosto inquietanti.

Prima, un’introduzione

L’elemento di maggior spicco analizzato dai ricercatori è lo spessore dello strato attivo. Si tratta della parte superficiale del terreno che ogni anno si scongela durante l’estate e torna a gelare in inverno. Al di sotto si trova il permafrost vero e proprio, il terreno che dovrebbe rimanere permanentemente congelato, in quanto gli strati superficiali lo proteggono dalla radiazione solare estiva. Il meccanismo di perdita è il seguente: quando lo strato attivo diventa più spesso, significa che il calore riesce a penetrare più in profondità e che il permafrost sottostante sta perdendo le sue caratteristiche.

I risultati mostrano un trend schiacciante. Lo strato attivo è aumentato in modo netto nel 55% delle stazioni artiche e nel 38% di quelle antartiche. Il fenomeno risulta ancora più marcato nelle aree montane: nelle stazioni delle montagne europee e nei siti d’alta quota dell’Asia, l’aumento ha interessato oltre il 90% delle zone monitorate, in particolare l’alto Piemonte e la Valle d’Aosta per quanto riguarda le Alpi italiane.

Una precisazione

La risposta del terreno non è uguale per tutte le aree considerate. La presenza di uno spesso strato organico, come torba e suoli ricchi di materiale vegetale, oppure di una maggiore quantità di ghiaccio, può rallentare il processo, mentre nel caso delle rocce nude quest’ultimo è più rapido.

Gli autori dello studio sono chiari: il principale fattore che ha contribuito all’aumento dello spessore dello strato attivo è la crescita del numero di giornate estive calde o molto calde, quelle con lo zero termico a quote stellari, ormai sempre più frequenti nelle nostre bollenti estati. Anche l’aumento delle precipitazioni liquide svolge un ruolo, seppure secondario, contribuendo a trasferire ulteriore calore nel terreno. Spesso e volentieri piove anche oltre i 4000 metri nel cuore dell’estate, con rovesci temporaleschi che destabilizzano i versanti.

Le conseguenze possono essere drammatiche

Un permafrost sempre meno stabile può aumentare la probabilità di frane, crolli di roccia e colate detritiche in alta quota. Quante volte è successo negli ultimi anni? Senza contare i rischi per rifugi, impianti, sentieri e infrastrutture montane. Ma non è tutto. Il disgelo può favorire il rilascio di gas serra rimasti intrappolati nel terreno, oppure la proliferazione di batteri e virus congelati da secoli o millenni, con effetti del tutto sconosciuti.

Il quadro che emerge da questa importante ricerca è quindi chiaro: il degrado del permafrost, un tempo considerato soprattutto un fenomeno delle regioni polari, è da alcuni anni appannaggio pure dell’area alpina, dove i cambiamenti risultano tra i più rapidi osservati a livello globale. Non a caso viene definita hotspot climatico.

Credit

Communications Earth & Environment – Long-term monitoring of active layer thickness confirms global permafrost degradation
The George Washington University – Global study indicates widespread permafrost degradation
EurekAlert! (AAAS) – Global study indicates widespread permafrost degradation
Phys.org – Permafrost thaws worldwide as active layers deepen from 2000 to 2024
PreventionWeb (UNDRR) – Global study indicates widespread permafrost degradation

 

 

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