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Inverno El Nino puo indebolire il Vortice Polare cosa rischiamo po
Inverno, El Niño può indebolire il Vortice Polare: cosa rischiamo.

Ogni autunno, appena i primi banchi di nebbia tornano a stendersi sulla Pianura Padana, riparte puntuale il tormentone sull’inverno che verrà, e quest’anno il tema ha un protagonista ingombrante, perché nel Pacifico equatoriale sta maturando un El Niño che potrebbe diventare il più intenso da quando esistono misure affidabili. Il legame tra quell’oceano lontano diecimila chilometri e il nostro inverno però non è diretto, passa per la Stratosfera e per il Vortice Polare, ed è lì che conviene guardare per capire cosa ci si può ragionevolmente aspettare tra Dicembre e Marzo, senza farsi prendere né dall’entusiasmo né dall’allarme.

 

Un El Niño che sta riscrivendo i record

L’ultimo bollettino del Climate Prediction Center della NOAA, diffuso l’8 Ottobre 2026, descrive un oceano che continua a scaldarsi, con l’indice Niño 3.4 salito a +2,1°C a Settembre e anomalie superficiali che in alcuni tratti del Pacifico orientale superano i +4°C. La probabilità che il trimestre Ottobre-Dicembre batta ogni evento registrato dal 1950 viene stimata all’83%, e un El Niño da forte a molto forte resta lo scenario più probabile almeno fino a Marzo 2027. Sulla stessa linea l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, che per il trimestre autunnale prevede un’anomalia media vicina a +3,7°C con il picco a Dicembre, ben oltre il primato di +2,6°C dell’inverno 2015-2016, e che dà praticamente per certa la persistenza del fenomeno fino a Febbraio 2027. Numeri del genere, va detto, non si traducono in automatico in un inverno estremo da noi, e per capirne il motivo bisogna salire di una trentina di chilometri.

 

Come El Niño arriva a disturbare il Vortice Polare

Il Vortice Polare stratosferico è un enorme anello di venti occidentali che d’inverno ruota attorno all’Artico fra i 10 e i 50 chilometri di quota, e finché resta compatto tiene l’aria gelida chiusa alle alte latitudini, lasciando all’Europa il flusso atlantico mite e umido che conosciamo bene. Con El Niño si approfondisce la depressione delle Aleutine e le grandi onde atmosferiche, ondulazioni della corrente lunghe migliaia di chilometri, trovano una posizione più favorevole per risalire verso la stratosfera, dove finiscono per frenare e scaldare il vortice. Il risultato medio, documentato da diversi studi tra cui quello di Sarah Ineson e Adam Scaife del Met Office, è un vortice più debole nella seconda parte dell’inverno e una maggiore frequenza di Stratwarming, il riscaldamento improvviso della stratosfera polare che in pochi giorni può alzare la temperatura in quota di decine di gradi fino a invertire i venti.

Si tratta però di una spinta statistica e non di un interruttore, e lo dimostrano proprio i precedenti più forti: nell’inverno 1997-1998, con un El Niño gigantesco, uno Stratwarming maggiore non arrivò mai, mentre nel 2015-2016 il vortice rimase eccezionalmente robusto da Novembre a metà Gennaio e cedette solo all’inizio di Marzo, a stagione quasi finita. Sull’Europa l’impronta di El Niño emerge chiaramente soltanto negli inverni in cui il vortice crolla davvero, e anche dopo un collasso il freddo non sempre scende fino ai bassi strati, come abbiamo spiegato raccontando perché uno Stratwarming non garantisce il gelo in Italia.

Per l’inverno 2026-2027 c’è anche un fattore che rema contro, perché la QBO, l’oscillazione dei venti equatoriali in stratosfera, si trova in fase occidentale, quella che di solito aiuta il vortice a restare compatto, e le due spinte tendono quindi a compensarsi. Dall’altra parte i modelli matematici hanno disegnato per Ottobre un vortice allungato verso il Canada e più debole della norma, mentre le ultime emissioni dei centri europei vedono un calo dei venti stratosferici tra fine Dicembre e Gennaio, ed è per questo che Gennaio e Febbraio restano i mesi chiave, come emerge anche dall’analisi su Vortice Polare ed El Niño di pochi giorni fa.

 

Perché un clima più caldo non cancella la neve

C’è poi un aspetto che sembra un controsenso ed è invece pura termodinamica: l’aria più calda trattiene più vapore acqueo, circa il 7% in più per ogni grado secondo la relazione di Clausius-Clapeyron, e quando una colata fredda incontra questa umidità extra con una colonna d’aria rimasta sotto gli 0°C le precipitazioni sono più abbondanti e cadono come neve. Così, mentre la neve media cala e la stagione si accorcia alle quote basse, le nevicate estreme possono intensificarsi dove e quando fa ancora abbastanza freddo, come si è visto nell’inverno 2024-2025, con il Nord America investito da irruzioni artiche spinte fino al Golfo del Messico e l’isola giapponese di Hokkaidō sepolta da accumuli oltre il metro. Anche lo scorso inverno ha lasciato il segno, con un vortice disturbato a lungo tra Gennaio e Febbraio 2026 e un collasso stratosferico dagli effetti al suolo ben visibili.

 

Cosa può significare per l’Italia

Il quadro più credibile è a due tempi. Nella prima parte, con il picco di El Niño tra Novembre e Dicembre, tende a prevalere una corrente occidentale tesa con NAO spesso positiva e un inverno mediamente mite, che le proiezioni stagionali di Copernicus vedono sopra la media su gran parte dell’Europa. Tra Gennaio e Marzo aumenta invece la probabilità di una NAO negativa, cioè di un’Oscillazione Nord Atlantica che spinge più a sud le perturbazioni, con più tempo perturbato sul versante tirrenico e sul Centro-Sud, neve abbondante sulle Alpi e, se il vortice cedesse davvero, affondi freddi capaci di raggiungere il Nord Italia, il Centro e il Sud, Isole Maggiori comprese, come riportato nel quadro aggiornato su El Niño e rischio gelo.

Per avere neve a bassa quota il freddo da solo non basta, serve che l’aria gelida, spesso in arrivo da est o da nord-est, si infili sotto un minimo depressionario che pesca umidità dal Mediterraneo, oggi eccezionalmente caldo anche in profondità. È la combinazione che a fine Febbraio 2018, dopo lo split del vortice di metà mese, portò il Burian e la neve fino a Roma, e che in un’atmosfera più umida potrebbe dare accumuli ancora più consistenti su Appennino e pianure, sempre che le temperature restino sottozero al passaggio della perturbazione. Il rovescio della medaglia è che lo stesso mare caldo, quando il freddo manca, alimenta piogge intense e locali alluvioni, un rischio che con questo El Niño è rilevante almeno quanto quello del gelo, come sottolineato anche in chi ha messo in guardia dal troppo allarmismo sull’inverno italiano.

Più che inseguire la data di un collasso, che nessun modello matematico riesce a indicare con più di due settimane di anticipo, da Novembre conterà seguire i venti a 10 ettopascal sopra il Circolo Polare e la loro discesa verso la troposfera, perché è lì che si capirà se questo El Niño lascerà il segno sul nostro inverno o resterà, come nel 1998, un gigante lontano. Nel frattempo, una media mite non autorizza ad archiviare piani neve, rete elettrica e protezione civile, un investimento a basso rimpianto in un clima più caldo ma non meno variabile.

 

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