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El Niño 2026-27, che cosa può fare davvero all’inverno italiano

Quello che i bollettini dicono, e quello che non dicono

Nel Pacifico equatoriale c’è un El Niño che si sta rafforzando, e su questo punto le agenzie vanno d’accordo. Il bollettino del Climate Prediction Center della NOAA, datato 13 agosto 2026, assegna una probabilità superiore al 90% a un evento molto forte, con soglia intorno ai +2,0°C, tra l’autunno e l’inverno. La stessa lettura arriva da IRI e da OMM.

Poi c’è una seconda affermazione, che va tenuta separata perché non dice la stessa cosa. La NOAA stima al 69% la probabilità che, nel trimestre ottobre-dicembre, il RONI a tre mesi superi +2,5°C, e quindi che l’evento risulti il più intenso dal 1950. Si tratta di una probabilità, non di una misura già presa. È una differenza che si perde in fretta quando si scrive di corsa, e invece cambia tutto.

Il RONI, che sta per Relative Oceanic Niño Index, è l’indice ufficiale della NOAA e misura quanto è calda la regione Niño-3.4 rispetto al resto della fascia tropicale. Serve a distinguere il riscaldamento generale dell’oceano dall’oscillazione ENSO vera e propria. I precedenti a cui ci si riferisce sempre restano tre: 1982-83, 1997-98 e 2015-16.

La formula “indice di potenza mai misurato prima” va quindi cestinata. Quella corretta suona diversa: un evento in corsa verso intensità molto forte, con buone probabilità – non certezza – di superare tutti i precedenti dal 1950. La stessa NOAA lo scrive senza giri di parole: con un evento di questa portata crescono le probabilità degli effetti tipici, ma quegli effetti non sono garantiti.

 

Non una fase ignota, ma un esito incerto

“Andiamo verso una fase ignota del clima” è una frase da titolo, non da bollettino. Quello che accade davvero è più semplice e, a guardarlo bene, più interessante.

I meccanismi in gioco si conoscono da decenni: la circolazione di Walker, la cella di Hadley, le onde di Rossby, il ponte stratosferico. Nessuna sorpresa da quella parte. Resta incerta la risposta dell’Atlantico e dell’Europa, perché in questo settore la variabilità naturale è enorme e due El Niño quasi identici sul Pacifico possono consegnare inverni molto diversi a Roma o a Milano. Ci si mette anche il Riscaldamento Globale, che cambia le condizioni di partenza – corrente a getto, mare più caldo, ghiaccio artico in calo – e rende gli esempi del passato utili ma non ripetibili alla lettera.

È esattamente quello che scriveva Brönnimann nella rassegna di riferimento su Reviews of Geophysics: ENSO influenza l’Europa, questo sì, ma con effetti che cambiano da stagione a stagione, che non crescono in modo proporzionale e che si modificano di decennio in decennio.

 

Le teleconnessioni sono il vero ponte tra Pacifico ed Europa

El Niño è un accoppiamento tra oceano e atmosfera che resta confinato al Pacifico equatoriale. Da noi non arriva niente in modo diretto. Quello che arriva sono le teleconnessioni, cioè catene di onde e di anomalie di pressione che attraversano mezzo emisfero prima di farsi sentire.

I ponti principali sono due: il primo viaggia in troposfera, un’onda di Rossby parte dal Pacifico, attraversa il Nord America e scarica i suoi effetti sull’Atlantico. Il secondo passa dalla stratosfera, ed è quello che interessa di più chi guarda all’inverno europeo. Quando molte onde planetarie salgono verso l’alto, il Vortice Polare si scalda e perde forza, e quell’anomalia può poi scendere verso il basso nelle settimane successive, con uno schema che somiglia a una NAO negativa.

Ineson e Scaife, su Nature Geoscience nel 2008, hanno mostrato che la risposta europea in ritardo – Nord Europa più freddo, versante meridionale più mite e piovoso – è solida soprattutto negli inverni in cui si verifica un riscaldamento improvviso della stratosfera. Senza Stratwarming, il segnale europeo si sgonfia parecchio. Detto in modo diretto: El Niño aumenta la probabilità di un Vortice Polare in difficoltà, non lo spezza sempre.

 

NAO negativa, non NAO in aumento

Qui c’è un errore che circola spesso e va corretto. Scrivere “incremento della NAO che potrebbe essere pesantemente negativa” è una contraddizione, perché le due cose vanno in direzioni opposte.

Con NAO positiva la corrente a getto atlantica scorre più a nord: Nord Europa umido e mite, bacino del Mediterraneo più secco. Con NAO negativa il getto scende di latitudine e comincia a ondeggiare: più perturbazioni e più pioggia sul Mediterraneo, Nord Europa più freddo e in genere più asciutto. Il segnale classico associato a El Niño nel tardo inverno, cioè tra gennaio e marzo, è proprio una tendenza alla NAO negativa. Non un aumento della NAO.

Restano però due avvertenze, perché la faccenda è meno pulita di come viene raccontata. Il segnale non è lo stesso all’inizio e alla fine dell’inverno: Copernicus ed ECMWF, lavorando su ERA5 e sui sistemi stagionali, separano nettamente novembre-dicembre da gennaio-marzo, e nel primo periodo lo schema tipo NAO semplicemente non si è ancora formato. E il legame non è stabile nel tempo, perché dipende anche dalla PDO, dal tipo di El Niño – con anomalia sul Pacifico orientale oppure centrale – dalla QBO e da quanto è caldo il bacino.

 

Le piogge mediterranee cambiano segno con la stagione

Il lavoro italiano di riferimento resta quello di Annarita Mariotti, allora all’ENEA, insieme a Zeng e Lau, pubblicato su Geophysical Research Letters nel 2002. Il risultato è chiaro e merita attenzione: il legame tra ENSO e pioggia sull’area euro-mediterranea cambia segno a seconda della stagione.

Nell’autunno dell’anno in cui l’evento cresce, il Mediterraneo occidentale risulta in media più piovoso, con un aumento intorno al 10% e un segnale coerente in diciotto casi su diciannove esaminati. In inverno il quadro si complica e il baricentro si sposta verso l’Europa centrale e orientale. Nella primavera successiva, al contrario, il Mediterraneo occidentale tende a diventare più secco. Altri studi confermano la pioggia in più sulla Penisola Iberica e sul bacino occidentale tra fine estate e inizio inverno, con un segnale incerto o addirittura rovesciato nei mesi seguenti.

L’idea delle due fasi, insomma, regge. Va però scritta bene. Nella prima, tra autunno e primo inverno, aumenta il flusso di umidità atlantica verso il bacino occidentale, e questo indipendentemente da qualsiasi crollo del Vortice Polare. Nella seconda, in pieno inverno e nella parte finale della stagione, se il ponte stratosferico funziona cresce la probabilità di NAO negativa, di piogge sul Mediterraneo e di irruzioni fredde verso l’Europa centro-settentrionale, con possibili sconfinamenti fino all’Italia. Non è un copione a due atti scritto in anticipo. È uno schema statistico, e come tale va trattato.

 

Il Vortice Polare non si spezza a comando

Sul freddo “da dicembre in poi” si corre troppo. Gli studi, da Domeisen in avanti, dicono che El Niño scalda e indebolisce il Vortice Polare stratosferico e fa aumentare la frequenza degli Stratwarming, ma soprattutto tra gennaio e febbraio. L’aumento cresce insieme alla forza dell’evento e poi si appiattisce oltre i 2-3 gradi di anomalia.

Il freddo al suolo, quando arriva, arriva dopo che l’anomalia stratosferica è scesa verso il basso, e spesso servono settimane. Dare per scontato il gelo di dicembre come conseguenza automatica è un salto logico. Più onesto dire che dicembre può ancora restare dominato da un flusso occidentale mite, e che il rischio di configurazioni da vortice disturbato sale nel cuore dell’inverno.

 

Tre precedenti, tre inverni diversi

L’inverno europeo con El Niño resta difficile da inquadrare per cinque motivi. I casi forti sono pochissimi, appena tre, e un campione così piccolo fa tremare i polsi a qualsiasi statistico. La variabilità naturale dell’Atlantico è spesso più grande dello stesso segnale ENSO. Gli eventi non si somigliano tutti, e quelli con anomalia centrata sul Pacifico centrale si collegano alla NAO in modo diverso rispetto a quelli orientali. Ci sono poi gli altri ingredienti che entrano in gioco: PDO, QBO, neve sull’Eurasia, ghiaccio artico, temperatura della superficie dell’Atlantico. E infine c’è la lotteria dello Stratwarming, che quando non si presenta lascia il marchio europeo di El Niño molto sbiadito.

Nella storia recente si sono visti sia inverni piuttosto miti e umidi, sia inverni mitissimi interrotti da irruzioni fredde violente. Non è una contraddizione: è la stessa fisica che consegna risultati diversi a seconda di come si comportano il ponte stratosferico e la NAO.

 

Un mare troppo caldo cambia il bersaglio

Il Mediterraneo è un hotspot riconosciuto dall’IPCC fin dal lavoro di Giorgi del 2006: si scalda più in fretta della media globale, vede la pioggia media in calo su molte aree, registra piogge estreme in aumento sul versante settentrionale del bacino e siccità sempre più frequenti. È il paradosso mediterraneo, ormai un classico: meno acqua in totale, più acqua tutta insieme.

Che cosa comporta tutto questo per il 2026-27. Che lo stesso schema da NAO negativa, o la stessa perturbazione sul bacino, agiscono su un mare e su un’atmosfera già più caldi di trent’anni fa. Più vapore a disposizione significa maggior rischio di fenomeni estremi, non per forza un inverno da manuale come quello del 1997. I riferimenti al passato restano preziosi per costruire schemi, ma vanno usati come punto di partenza, non come fotocopia.

 

Che cosa si può scrivere sull’Italia, e che cosa no

Che El Niño 2026-27 si stia rafforzando e sia molto probabilmente molto forte è sostenuto da NOAA, IRI e OMM. Che diventi il più forte di sempre è possibile, circa 69% sul RONI nel trimestre ottobre-dicembre, ma non è affatto certo. Che gli effetti europei siano sicuri e speculari a quelli del Pacifico è semplicemente falso. La tendenza statistica alla NAO negativa nel tardo inverno regge, senza diventare una regola fissa. L’autunno più piovoso sul Mediterraneo occidentale è sostenuto dai dati di Mariotti e colleghi. Il freddo garantito sull’Italia da dicembre, no.

Il tono corretto, quello che usano i climatologi quando li si intervista sul serio, è un altro: qualcosa di associato a El Niño è plausibile, mentre attribuire in partenza un’alluvione o un’ondata di gelo di dicembre al solo El Niño è scorretto.

Riassumendo: El Niño non decide da solo il tempo europeo, quello che arriva sul bacino sono le teleconnessioni che un evento tropicale così intenso può deformare. Un evento di questa portata non apre una fase sconosciuta, aumenta la probabilità di schemi che conosciamo già. E sul Mediterraneo lo scenario più coerente con l’IPCC e con le osservazioni non è l’inverno da record di freddo, è un ulteriore passo verso gli estremi: fasi miti e siccitose alternate a piogge concentrate su un mare già troppo caldo.

 

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