
Chi vive in Calabria quella notte se la ricorda bene, perché alle 00:12 del 2 giugno 2026 una scossa di magnitudo 6.1 ha svegliato mezzo Sud Italia, con tanta gente scesa in strada a Catanzaro, ed è stata avvertita fino a Napoli, Bari e Palermo, come avevamo raccontato nelle ore subito dopo la scossa. Di crolli e feriti però non ce ne sono stati, dato che l’ipocentro, cioè il punto dove la roccia si spacca davvero, stava a circa 250 chilometri sotto il mare, al largo della costa tirrenica di Cosenza.
Una placca che sprofonda sotto la Calabria
Il centro attivo di tutto è il fondale del Mar Ionio, un lembo di antica crosta oceanica che da milioni di anni si infila sotto l’Arco Calabro-Peloritano e scende verso nord-ovest nel mantello, al di sotto del Tirreno meridionale. È la subduzione, e la lastra che affonda è piuttosto stretta, sui 200 chilometri, però va giù parecchio, tanto che gli ipocentri disegnano un piano inclinato che dalla costa calabra supera i 400 chilometri di profondità. Terremoti così profondi in Italia si registrano solo qui, e dal 1999 nel Tirreno ne sono stati localizzati più di 3.000 di magnitudo almeno 2, quasi tutti passati inosservati. Il 2026, va detto, è stato un anno vivace: il 10 marzo una scossa vicina a magnitudo 6 è partita da oltre 370 chilometri al largo della Campania, mentre il primato storico resta al terremoto profondo del 1938, stimato tra 6.8 e 7.1.
Perché una scossa così forte fa pochi danni
La magnitudo misura l’energia liberata alla sorgente e non dipende dalla profondità, quello che cambia è quanta ne arriva nei centri abitati. Le onde, per risalire da centinaia di chilometri, attraversano una quantità enorme di roccia che le smorza, e siccome anche il punto della superficie più vicino all’ipocentro resta lontanissimo, lo scuotimento si allarga su un’area molto vasta ma arriva ovunque attenuato. Il servizio geologico statunitense USGS lo spiega in modo semplice: la stessa scossa nata a 500 chilometri fa tremare il suolo molto meno che se nascesse a 20. È un po’ come uno stereo acceso in una cantina profonda, che si sente in tutto il palazzo senza far vibrare i vetri di nessuno, ed è per questo che il 2 giugno in tanti hanno avvertito un’oscillazione lunga e lenta, più spaventosa che dannosa.
Il pericolo vero sta nei primi chilometri
Abbassare la guardia sarebbe comunque un errore, perché Calabria e Sicilia restano tra le aree a più alta pericolosità sismica del Paese, e non certo per colpa delle scosse profonde. Il rischio vero arriva dai terremoti crostali, quelli che nascono nei primi 10-20 chilometri lungo le faglie, come quello del 28 dicembre 1908 che con una magnitudo intorno a 7.1 distrusse Messina e Reggio Calabria, una tragedia che abbiamo ripercorso qui, o come il terremoto di Amatrice nel Centro Italia, con ipocentro a pochi chilometri. Quanto al Marsili, l’INGV ha escluso legami con la scossa di giugno, trattandosi di un vulcano sottomarino legato a processi superficiali, diversi dalla subduzione, un tema che torna spesso quando si parla di grandi sistemi vulcanici.
Quello che serve davvero è la prevenzione, cioè case costruite o adeguate con criteri antisismici, piani di emergenza comunali conosciuti e informazioni prese dai canali ufficiali della Protezione Civile, e vale tanto per la Calabria quanto per la Campania, dove il bradisismo dei Campi Flegrei ricorda ogni giorno che il terreno sotto i nostri piedi non sta mai fermo del tutto.
Credit
- USGS – M 6.2, 23 km WSW of San Lucido, Italy (2 giugno 2026)
- USGS – At what depth do earthquakes occur? What is the significance of the depth?
- Frontiers in Earth Science – Gravity modelling of the Tyrrhenian-Calabrian-Ionian subduction system

