Terremoto di Amatrice, 10 anni fa. I grandi sismi del Centro Italia
Alle 3:36 del 24 agosto 2016 una scossa di magnitudo 6,0-6,2 rase al suolo Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto: cosa accadde quella notte, perché l'Appennino continua a rompersi e quanto pesa ancora oggi quella ferita.
Il 24 agosto 2016, alle 3:36 del mattino, ora locale CEST, un terremoto di magnitudo momento Mw 6,0-6,2 colpì il Centro Italia, con epicentro nella Valle del Tronto, tra i comuni di Accumoli (Rieti, Lazio) e Arquata del Tronto (Ascoli Piceno, Marche), a pochi chilometri da Amatrice. L’ipocentro era molto superficiale, circa 4-8 chilometri di profondità, e questo amplificò gli effetti della scossa tellurica e i danni: quando la rottura avviene così vicino alla superficie, l’energia arriva quasi intatta sulle case. La scossa principale fu seguita circa un’ora dopo, alle 4:33, da una replica di magnitudo 5,4 con epicentro vicino a Norcia (Perugia, Umbria).
Fu l’inizio della lunga sequenza sismica Amatrice-Norcia-Visso, quella che gli addetti ai lavori chiamano semplicemente sequenza del Centro Italia 2016-2017. La scossa principale durò pochi secondi. Ma nell’area epicentrale lo scuotimento percepito sembrò molto più lungo, e chi lo visse lo racconta ancora oggi come un’eternità. Distrusse quasi completamente i centri storici di Amatrice, Accumoli e soprattutto Pescara del Tronto, frazione di Arquata del Tronto, insieme a numerose frazioni – le cosiddette “ville” – sparse lungo i versanti. L’intensità macrosismica raggiunse il X-XI grado della scala MCS, la Mercalli-Cancani-Sieberg, nei luoghi più colpiti. Un valore che, tradotto in parole semplici, significa distruzione pressoché totale del costruito tradizionale.
Vittime, danni
Il bilancio ufficiale fu di 299 morti, quasi tutti nella notte del 24 agosto, con circa 388 feriti e migliaia di sfollati. La maggior parte delle vittime si registrò ad Amatrice, circa 239, poi ad Arquata del Tronto, 51, soprattutto a Pescara del Tronto, e ad Accumoli, 11. Tra i morti c’erano anche cittadini stranieri, undici rumeni e altri. Il numero elevato di vittime fu aggravato dal fatto che era alta stagione turistica: molti residenti estivi e turisti occupavano seconde case, e nei borghi appenninici d’agosto la popolazione triplica rispetto ai registri anagrafici.
I danni furono enormi perché il patrimonio edilizio era in gran parte costituito da edifici in muratura antica e vulnerabile, spesso con interventi non antisismici adeguati, come solai in cemento armato appoggiati su murature deboli. Un rimedio peggiore del male, in molti casi. L’area colpita si estendeva al confine tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, lungo i Monti della Laga, i Monti Sibillini e il Monte Vettore. La sequenza proseguì con scosse importanti il 26 ottobre 2016, Mw 5,4 e 5,9 vicino a Visso, e soprattutto il 30 ottobre, Mw 6,5 vicino a Norcia, la più forte dell’intera sequenza, più altre di magnitudo superiore a 5 nel gennaio 2017. Queste aggravarono i danni già esistenti, come raccontarono le cronache di quei giorni, trasformando lesioni riparabili in crolli definitivi.
Storia sismica dell’area di Amatrice
La zona non era nuova a eventi distruttivi. Il precedente più importante è il terremoto di Amatrice del 7-8 ottobre 1639, magnitudo stimata intorno a 6,2, che rase quasi al suolo il paese e i centri circostanti, causando centinaia di morti. Altri eventi rilevanti colpirono la stessa area nel 1672, nel 1703 nell’ambito della grande sequenza aquilana, poi nel 1859 e nel 1883. La sismicità storica documentata mostra che Amatrice aveva già raggiunto intensità fino al IX grado MCS in passato; la sequenza 2016-2017 ha portato effetti cumulativi fino all’XI grado. Prima che la scienza spiegasse tutto questo, le comunità appenniniche affidavano i terremoti a draghi e leggende.
Perché avvengono i terremoti nell’Appennino
L’Appennino centrale è una delle zone a più alta pericolosità sismica d’Italia. La catena montuosa si è formata per la collisione e la subduzione della placca Adriatica, porzione della placca Africana, sotto quella Eurasiatica. Dopo fasi compressive, i thrust della geologia classica, da alcuni milioni di anni prevale un regime estensivo, cioè distensivo: la crosta si sta allungando in direzione nord-est/sud-ovest a una velocità di circa 1,5-3 millimetri all’anno. Questo provoca lo scorrimento di faglie normali orientate prevalentemente nord-nord-ovest/sud-sud-est, immergenti verso sud-ovest, come il sistema del Monte Vettore e dei Monti della Laga. Chi volesse approfondire trova una spiegazione dettagliata dei diversi tipi di faglia e il quadro geologico complessivo della penisola.
I terremoti sono generalmente superficiali, nei primi 10-15 chilometri di crosta, e questo amplifica gli effetti in superficie. La dinamica è legata anche all’apertura del Tirreno e al sollevamento della catena. Non si tratta di compressione, come accade altrove, ma di estensione che tira e stira la crosta lungo queste faglie. Ci sono poi indizi di processi profondi che accompagnano il fenomeno, come la correlazione tra sismicità appenninica e rilascio di anidride carbonica, studiata da anni sui pozzi della dorsale.
I peggiori terremoti dell’Appennino e del Centro Italia
Tra gli eventi più catastrofici della dorsale appenninica, escludendo Messina-Reggio Calabria del 1908, più meridionale e accompagnato da tsunami:
- 13 gennaio 1915, Marsica (Avezzano): magnitudo stimata intorno a Mw 7,0, intensità XI MCS. Circa 30.000-32.000 vittime, oltre 10.000 nella sola Avezzano. Uno dei più devastanti del XX secolo in Europa, con interi paesi rasi al suolo nella piana del Fucino e nelle zone limitrofe.
- Sequenza del 1703 (Norcia–L’Aquila): serie di forti scosse, Mw fino a 6,7-6,8, tra gennaio e febbraio. Circa 10.000 vittime complessive; L’Aquila fu quasi distrutta, migliaia di morti, molti sorpresi in chiesa durante la Candelora. Coinvolse la stessa fascia appenninica da Norcia ad Amatrice e oltre.
- 23 novembre 1980, Irpinia, Appennino meridionale: Mw 6,9, circa 3.000 morti.
- 6 aprile 2009, L’Aquila: Mw 6,3, 308-309 vittime.
- 24 agosto-30 ottobre 2016, Amatrice-Norcia: 299-303 vittime, quasi tutte dalla scossa di agosto.
Altri eventi storici importanti includono quelli del 1349, del 1456, del 1461 e vari episodi del Settecento e dell’Ottocento. L’Appennino centrale ha prodotto numerosi terremoti di magnitudo 6-7 con effetti distruttivi, e la ragione è duplice: la natura superficiale delle faglie e la vulnerabilità del costruito. Il primo fattore non si governa. Il secondo sì.
A dieci anni di distanza, nel 2026, la ricostruzione prosegue lentamente in molti centri del cratere sismico, con cantieri ancora aperti e comunità impegnate a ricostruire non solo case, ma anche memoria e identità del territorio.
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