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Ultima Era Glaciale lItalia sotto i ghiacci. Previsioni future a
Immagine estiva dell’ultima Era Glaciale.

L’Italia sotto i ghiacci: tornerà una nuova Era Glaciale?

Circa 20.000 anni fa l’Europa aveva un volto che oggi faticheremmo a riconoscere. Un’immensa coltre di ghiaccio copriva la Scandinavia e buona parte delle Isole Britanniche, mentre sulle Alpi i ghiacciai riempivano intere vallate e si affacciavano sul bordo della Pianura Padana. Era il culmine dell’ultima glaciazione, chiamata dagli studiosi Würmiana, che toccò il suo apice tra circa 26.500 e 19.000 anni fa. Il nostro Pianeta non aveva solo un inverno particolarmente rigido, ma da migliaia di anni di freddo che si accumulava, stagione dopo stagione.

Dobbiamo specificare che nonostante il clima caldo che fa, la Terra si trova ancora dentro una lunga Era Glaciale iniziata milioni di anni fa, perché Antartide e Groenlandia conservano i ghiacci continentali antichi della glaciazione. In questa glaciazione si alternano fasi fredde e fasi più miti come quella in cui viviamo. Attualmente siamo nell’Olocene, cominciato circa 11.700 anni fa. L’ultima glaciazione era iniziata intorno a 115.000 anni fa. Direte, come si può sapere con certezza se non c’erano i termometri. Ebbene, esiste una branca della climatologia che si chiama paleontoclimatologia che con complessi studi, tra cui i carotaggi del ghiacci, tracce sulle terre emerse, nel primo sottosuolo, nel fondo marino di alcune decine di metri, riescono a costruire i dati con margini di errore limitati a qualche centinaio di anni.

carotaggio di ghiaccio scaled
Carotaggio di ghiaccio

Come nasce una glaciazione

La domanda è spontanea, come nasce una glaciazione. Orbene, il punto di inizio è meno intuitivo di quanto si pensi. Per far crescere i ghiacci non servirono inverni sempre più gelidi: bastarono estati troppo fresche per non sciogliere tutta la neve caduta nei mesi freddi. Quella rimasta veniva ricoperta dalla neve dell’inverno successivo, si compattava e, anno dopo anno, si trasformava in ghiaccio. Dopo secoli e millenni di accumulo, quelle masse diventarono così pesanti da scivolare lentamente verso le valli e le pianure.

Il motore delle glaciazioni sono i cicli di Milanković, dal nome dello scienziato serbo Milutin Milanković che li descrisse: lente variazioni dell’orbita e dell’inclinazione della Terra, che cambiano il modo in cui il calore del Sole si distribuisce tra le stagioni. Quando le estati dell’emisfero settentrionale ricevettero meno energia, il ghiaccio cominciò a espandersi.

Con queste condizioni il freddo si alimenta da solo. La neve, bianca e luminosa, rimanda nello spazio gran parte della luce solare e raffreddava ancora di più l’aria, il cosiddetto effetto albedo. Nello stesso tempo calò l’anidride carbonica, il gas che trattiene il calore nell’atmosfera era all’epoca circa un terzo in meno rispetto all’epoca preindustriale. Orbita, neve e aria meno capace di trattenere calore lavorarono insieme, per migliaia di anni.

 

Il fenomeno per cui la neve riflette e rimanda nello spazio la radiazione solare si chiama albedo (o potere riflettente).
La neve fresca ha uno dei valori di albedo più alti in natura: è in grado di riflettere fino all’80-90% della luce solare che la colpisce, motivo per cui appare così luminosa e contribuisce a mantenere freddo il clima nelle zone innevate.

ricostruzione approssimativa dei ghiacci sulle terre emerse
Ricostruzione approssimativa dei ghiacci sulle terre emerse

Quanto faceva più freddo rispetto a oggi

Secondo le ricostruzioni valutate dall’IPCC, il gruppo di esperti sul clima delle Nazioni Unite, nel momento più freddo dell’ultima glaciazione la temperatura media della Terra era più bassa di 5-7°C rispetto alla fine dell’Ottocento. Considerando il riscaldamento avvenuto da allora, il divario con il clima attuale sale a circa 7-8°C. Sembra poco, eppure bastò a congelare amplissime aree del pianeta.

Il freddo non fu uguale ovunque: colpì più duramente le terre settentrionali e le zone vicine ai grandi ghiacci. In una singola città europea, quindi, la differenza con oggi non era semplicemente di qualche grado in ogni mese, ma cambiava con le stagioni, con la distanza dal ghiaccio e con la vicinanza al mare. Nessuno misurava le temperature, eppure quel clima ha lasciato la sua memoria nelle bollicine d’aria intrappolate nei ghiacci polari, nei minuscoli fossili dei fondali marini, nelle colline lasciate dai ghiacciai e nelle stalagmiti delle grotte. Ed è questo che analizza la paleontoclimatologia.

fossili microscopici analizzati da paleontologi
Fossili microscopici analizzati da paleontologi per studiare il clima del passato.

Il Nord Europa sepolto dal ghiaccio

Sovrapponendo le ricostruzioni di quell’epoca alla carta politica attuale, quello che emerge è impressionante. La grande calotta di ghiacci scandinava ricopriva quasi per intero Norvegia, Svezia e Finlandia, gran parte della Danimarca, Estonia, Lettonia e Lituania e vasti territori della Russia nord-occidentale, spingendosi fino alla Germania e alla Polonia settentrionali. Più a ovest, un secondo sistema glaciale avvolgeva Scozia e Irlanda, arrivando al Galles e all’Inghilterra del nord. Al centro di queste calotte il ghiaccio raggiungeva uno spessore di diversi chilometri. Un evento del genere renderebbe quelle aree inabitabili. Ma come descritto, non sono fenomeni che si realizzano in pochi anni, ma centinaia.

Non tutta l’Europa, però, era bianca. Tra i ghiacci scandinavi e quelli alpini si estendeva una larga fascia libera, che comprendeva gran parte della Germania centrale e meridionale, ampie zone della Francia e della Repubblica Ceca. Erano terre fredde, con il terreno spesso gelato tutto l’anno e paesaggi simili alle tundre e alle steppe dell’estremo nord di oggi.

Morene e depositi glaciali
Morene e depositi glaciali

Le Alpi e il Nord Italia: i ghiacciai arrivarono in pianura

Sulle Alpi i ghiacciai si unirono in un’unica, enorme placca di ghiaccio che riempiva le vallate oggi percorse da strade, ferrovie e fiumi. In molti settori delle Alpi italiane l’espansione massima arrivò tra circa 26.000 e 22.000 anni fa, e i segni di quell’epoca sono visibili ancora nel paesaggio del Nord Italia.

Il ghiacciaio della Dora Baltea occupava l’intera Valle d’Aosta e, dopo un percorso di oltre 120 chilometri, si spingeva fino all’area di Ivrea. Qui ha lasciato la Serra d’Ivrea, la lunga collina rettilinea che resta una delle testimonianze più spettacolari delle glaciazioni alpine, modellata da più fasi fredde e non soltanto dall’ultima. Il ghiacciaio dell’Adige-Sarca riempiva invece il bacino del Lago di Garda, e i detriti spinti dal suo fronte formarono le colline che oggi circondano la sponda meridionale del lago. Più a est, il ghiacciaio del Tagliamento scendeva fino all’alta pianura friulana, costruendo l’anfiteatro di colline a nord di Udine.

La quota oltre la quale la neve resisteva tutto l’anno si trovava, in certi settori, tra 1.000 e 1.700 metri. La Pianura Padana, però, non finì sotto il ghiaccio: le lingue glaciali ne toccavano soltanto il margine settentrionale, e su Milano non si formò mai una copertura continua. La pianura era comunque un altro mondo, fatto di steppe, zone umide, vegetazione rada e fiumi carichi dei detriti portati a valle dai ghiacciai.

Anche gli Appennini ebbero i loro ghiacciai, molto più piccoli di quelli alpini. A Campo Felice, in Abruzzo, una grande avanzata è stata datata tra circa 33.000 e 27.000 anni fa, prima del culmine del freddo globale. Il mare, intanto, stava circa 120-130 metri sotto il livello attuale: gran parte dell’Adriatico settentrionale era una pianura asciutta, attraversata da un Po che sfociava molto più a sud di oggi. Il ritiro dei ghiacci avvenne a tappe, e il grande ghiacciaio del Garda collassò poco dopo 17.460 anni fa.

Riscaldamento globale del mese di Novembre
Riscaldamento globale del mese di Novembre

Il segreto dei ghiacciai alpini

Il freddo da solo non basta a costruire un ghiacciaio gigantesco: serve neve, e in abbondanza. Uno studio pubblicato nel 2021 su Nature Communications da Christoph Spötl e colleghi dell’Università di Innsbruck ha mostrato che l’avanzata dei ghiacciai alpini, tra circa 26.600 e 23.500 anni fa, fu alimentata soprattutto da forti nevicate in autunno e all’inizio dell’inverno. Daltronde è questo il periodo in cui dovrebbe nevicare con notevole intensità anche nei giorni nostro, e la ricorrente fase di deficit di precipitazioni autunnali e di inizio inverno sta influenzando la massa dei nostri ghiacciai alpini.

L’umidità arrivava dal Mediterraneo. Questa non è una novità nemmeno nei nostri giorni, lo ribadiosco. L’enorme calotta che copriva il Nord America aveva deviato i grandi venti d’alta quota e spinto le perturbazioni atlantiche su una rotta molto più meridionale di oggi. Le depressioni attraversavano così il Mediterraneo, si caricavano di umidità e la scaricavano con badilate di neve sulle Alpi. Per questo i ghiacciai alpini raggiunsero il loro massimo circa 3.500 anni prima della grande calotta del Nord Europa, come ha ricostruito nel 2017 su Scientific Reports il gruppo di Giovanni Monegato.

 

La vita umana resistette

Può apparire sorprendente, ma la vita sulla Terra superò questa glaciazione come aveva superato le precedenti. In Europa vivevano già gruppi di Homo Sapiens, che si ridussero di numero e si spostarono verso le aree più riparate: uno studio del 2023, basato anche sul DNA antico, ha individuato possibili zone di rifugio nella Penisola Iberica in Europa. Tracce di cacciatori-raccoglitori di quel periodo sono state trovate anche nell’area padano-adriatica, certamente assai meno mite di quanto non lo sia oggi.

Una glaciazione simile, oggi, avrebbe un impatto ben diverso. Renderebbe via via inabitabili vaste aree del Nord Europa e del Nord America, metterebbe in crisi l’agricoltura e cambierebbe coste e riserve d’acqua. Molte regioni temperate e tropicali resterebbero libere dai ghiacci, ma la sfida vera riguarderebbe miliardi di persone, città ed economie costruite su un clima stabile che si troverebbe sotto i ghiacciai. Ma state tranquilli, niente allarmismi.

 

Una nuova glaciazione non arriverà nei prossimi secoli

Gli studi escludono una grande glaciazione imminente. I cicli orbitali continueranno il loro corso, ma oggi non creano le condizioni per un ritorno dei ghiacci continentali, e l’anidride carbonica immessa dall’uomo tende a rimandarlo nel tempo. Uno studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research, pubblicato nel dicembre 2025 su Communications Earth & Environment, ha simulato con i modelli matematici del clima i prossimi 200.000 anni: in condizioni naturali la prossima glaciazione partirebbe tra circa 50.000 anni, mentre con emissioni doppie rispetto a quelle accumulate – situazione probabile vista la scelleratezza umana – slitterebbe una glaciazione fino a circa 100.000 anni. Date indicative, ovviamente, che dipendono dalle ipotesi sul ciclo del carbonio, ma che ci danno un’idea di grandezza di questi eventi.

Questo non esclude inverni molto rigidi o raffreddamenti regionali, ne abbiamo parlato tante volte. Quando si parla di Global Warming, globo che si riscalda, non è escluso che si realizzino gigantesche ondate di gelo, specialmente su alcune aree continentali che ne sono più esposte. Tra queste le meno a rischio gelo estremo c’è l’Europa, dato che il freddo estremo arriva da est. Però, ragioniamoci su, condizioni di blocco figlie dell’Amplificazione Artica potrebbe sbarrare anche per mesi il flusso di correnti oceaniche, espandere anticicloni su Scandinavia e dirigere il gelo russo, se non siberiano sul nostro Continente e l’Italia, e questo senza forti riscaldamenti della Stratosfera.

Una nuova Piccola Era Glaciale, simile alla fase fredda tra Medioevo e Ottocento, o un indebolimento della circolazione oceanica atlantica potranno portare freddo intenso sull’Europa, ma non avranno nulla a che vedere con una nuova Era Glaciale vera e propria. Parliamo di temperature rispetto ai giorni d’oggi, sulla media globale ampiamente differenti.

Per rivedere calotte di ghiacci come quelle di ventimila anni fa serviranno tempi geologici lunghi, come detto prima, non una serie di inverni gelidi. Insomma, viviamo tranquilli, non c’è nessuna glaciazione in arrivo come a volte leggiamo da alcune fonti.

 

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