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manca la neve

Siamo ormai nel mese di novembre e, fino a qualche decennio fa, la neve, almeno al di sopra dei 1500-1800 metri, non mancava. Eppure ora siamo in un’epoca di cambiamento meteo climatico che galoppa e corre in maniera davvero impressionante. Per ovviare a una stagione sciistica che è sempre più difficile da godere appieno, si ricorre a una pratica oramai molto comune: l’innevamento artificiale. Ma è qualcosa di buono, oppure ha dei risvolti negativi? Cerchiamo di capirlo in questo approfondimento.

Uno sguardo alle Alpi

In questo periodo, in cui ci sono ben pochi turisti rispetto all’estate o al periodo natalizio, chi vive in montagna racconta che il silenzio pressoché assoluto viene rotto dal rumore continuo degli impianti di innevamento programmato. Cannoni sparaneve che lavorano senza sosta, diffondendo nelle vallate un sibilo fastidioso e metallico, ben poco congruo per chi ama la montagna. È il suono di una tecnologia (avanzata quanto volete) che, negli ultimi decenni, ha permesso al turismo sciistico di svincolarsi sempre più dalle condizioni meteo. C’è un ostinato anticiclone che dura per tre settimane? Non importa se il suolo è secco e brullo, basta che gli impianti sciistici siano ben innevati dalla Dama Bianca, poco importa se artificiale. Chi viaggia spesso sulle Dolomiti, sulle Alpi di Ponente e da decenni pure sull’Appennino si sarà reso conto che l’inverno è diventato discontinuo. Se un tempo la stagione fredda sulle Alpi era garanzia di neve pressoché costante per 4-5-6 mesi, almeno oltre i 1500-1700 metri, adesso non lo è più. Ma tutto questo ha anche un importante rovescio della medaglia.

La faccia oscura

Dietro la produzione di neve artificiale si nasconde, come spesso accade in questi casi, non solo un lato meno nobile, ma anche un sistema particolarmente energivoro. Vediamo insieme come funziona. L’acqua viene raccolta in bacini alimentati da ruscelli, invasi e fusione nivale, quindi trasportata attraverso una fitta rete di tubi in acciaio, decisamente poco belli da vedere in un paesaggio selvaggio. All’interno dei cannoni viene nebulizzata in minuscole goccioline e mescolata con aria compressa. Con questa particolare tecnica (molto semplificata, per la verità, ma tant’è) le gocce si raffreddano e cristallizzano, trasformandosi in piccolissimi granuli compatti. Chi bazzica le piste da sci si sarà accorto che il manto è diverso rispetto a quello dei fiocchi naturali, ma i granuli artificiali risultano adatti a creare una superficie resistente sulle piste. Se cade una bella nevicata su una montagna alpina e poi per un mese non nevica più, dopo qualche settimana il versante diventa completamente asciutto e spoglio. Con questa neve, invece, c’è maggiore resistenza.

Il problema energivoro

Il funzionamento di tutto questo sistema richiede grandi quantità di acqua ed energia per alimentare pompe, ventilatori ed eliche. Nel corso degli anni, a servizio degli impianti, sono stati installati circa 6.000 cannoni e realizzati 190 bacini di raccolta idrica. Numeri enormi: secondo uno studio tedesco, il fabbisogno necessario per innevare le Alpi europee raggiunge l’incredibile quantità di 2.100 (GWh) gigawattora all’anno, un quantitativo del tutto paragonabile al consumo annuale di uno Stato come Malta! E allora qui sorge non solo un paradosso, ma anche una contraddizione etica e ambientale: per contrastare gli effetti della scarsità di neve provocata dal Riscaldamento Globale si ricorre a tecnologie che richiedono ingenti risorse energetiche. Non è un controsenso?

Promotori dello sviluppo

È chiaro che non possiamo cancellare di colpo qualunque impianto sciistico. Ricordiamo che lo sci rappresenta ancora una componente fondamentale dell’economia di numerose località montane e garantisce lavoro, reddito e stabilità sia a piccole comunità sia a una buona fetta delle città e cittadine presenti sul suolo alpino, o perlomeno in area. Ma capite che è piuttosto incompatibile con i tempi di magra che viviamo. Alla luce di quanto esposto, diventa quindi necessario ripensare gradualmente il modello turistico alpino, investendo in attività alternative, mantenendo solo gli impianti principali e magari sfruttandoli bene quando c’è davvero un’ottima nevicata diffusa. Sappiamo che è un discorso complesso, ma il cambiamento meteo climatico galoppa e nessuno ci garantisce che, dopo una bella nevicata novembrina o dicembrina, tutta la stagione non possa diventare un vero e proprio calvario, peraltro come è successo in diverse annate recenti (2015-2020-2023 giusto per citarne alcune)…

Credit

King’s College London – Experts warn of mounting pressures on global ski industry (2026)

Euronews Green – What’s the real environmental and financial impact of artificial snow? (2026)

Nature Climate Change – Climate change exacerbates snow-water-energy challenges for European ski tourism

INRAE – Will we be able to ski in a +2°C world?

 

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