
Quando metto accanto una fotografia di un ghiacciaio alpino scattata all’inizio del Novecento e una di oggi resto colpito dalla differenza. Per leggere bene quel confronto, però, servirà fare un passo indietro e separare due fenomeni che vengono confusi spesso: l’ultima grande glaciazione, culminata decine di migliaia di anni fa, che è tutta un’altra cosa rispetto all’evento naturale della Piccola Era Glaciale, che ha interessato l’Europa grosso modo tra il XIII e il XIX secolo. Tutte e due hanno fatto avanzare i ghiacciai delle Alpi, ma con dimensioni e cause che non sono estremamente differenti. Per intenderci, la Piccola Era Glaciale è come se fosse distante l’altro ieri. L’essere umano era ben presente nel nostro Pianeta e nelle attuali città, e si ritrovò a vivere inverni a cui non era preparato, per altro, precedeuto da un periodo mite, il Periodo Caldo Medievale (o Optimum Climatico Medioevale) che si estese indicativamente dal IX al XIV secolo (tra il 950 e il 1250 d.C. nelle sue fasi più intense). In quell’epoca la temperatura globale era comunque inferiore a quella attuale, con però come succede anche questi anni, con annate più calde ed altre meno. Questo fenomeno è chiamato “variabilità climatica interannuale“, ovvero la fluttuazione delle condizioni climatiche (come temperatura e precipitazioni) da un anno all’altro rispetto alla media di lungo periodo che viene calcolata su almeno 30 anni. Questo fenomeno ci è ben noto anche per la Piccola Era Glaciale.
La Piccola Era Glaciale: un freddo a fasi, non continuo
La Piccola Era Glaciale non fu una vera glaciazione, ma un lungo periodo, che per alcuni studi parte intorno al 1250-1300 e per altri si fa davvero freddo solo dal 1450-1550, terminato attorno al 1850. Non fu nemmeno un freddo continuo, perché si alternarono estati fresche e piovose, inverni durissimi e decenni relativamente miti. Le cause furono più d’una: le grandi eruzioni vulcaniche, che immettono nella stratosfera aerosol capaci di schermare la luce del Sole, i minimi solari di Wolf, Spörer, Maunder e Dalton, le fasi negative della NAO (l’oscillazione che regola il passaggio delle perturbazioni sull’Atlantico) e la neve stessa, che una volta accumulata tendeva a mantenere il fresco. Insomma, ci fu una serie di oscillazioni termiche che complessivamente, però determinarono per alcune centinaia di anni, la temperatura globale inferiore al periodo precedente, in una fase dell’evoluzione dell’essere umano che era assai vulnerabile al tempo atmosferico. Non vi era la globalizzazione che in questo periodo d’estate ad esempio, ci fa trovare al supermarket le arance che vengono dall’Emisfero Nord. O in Italia il grano che viene da altri Paesi.
Un dettaglio che riguarda i ghiacciai. Per far crescere di volume ed estensione un ghiacciaio sono necessarie estati fresche e nevose in alta quota che il singolo inverno gelido in pianura. Le due situazioni meteo, sono però in qualche misura collegate, e questo non è trascurabile.
Il 1709 e gli inverni che l’Italia non ha dimenticato
Il freddo che vi racconterò sarebbe terribile da superare anche ai giorni d’oggi, non tanto per gli approviggionamenti alimentari, ma per la conduzione di una vita normale, per i costi del riscaldamento che già con gli inverni miti sono divenuti elevati.
Il Grande Inverno del 1709 resta il simbolo di un freddo siderale, epocale anche per l’Italia con un’ondata di aria gelida continentale iniziata nella notte dell’Epifania e durata settimane. Strana coincidenza con l’inizio del gelo del 1985.
A Venezia il termometro scese a circa -17,5°C e la laguna gelò al punto che si poteva raggiungere Murano a piedi, il Lago di Garda interamente ghiacciato, fu attraversato con carri e cavalli (unico caso documentato), il Po mostrò lastre di ghiaccio spesse fino a 70 centimetri e a Roma nevicò 13 volte tra il 6 e il 24 gennaio, mentre in Pianura Padana gli accumuli arrivarono in alcune zone a 1,5 metri. Ulivi, viti e alberi da frutto furono devastati, e la carestia (come detto, non c’era la globalizzazione) che seguì colpì soprattutto il Nord e il Centro Italia.
Non fu un episodio isolato, anche se il più estremo. Le ricerche di Dario Camuffo ricordano gli inverni del 1740, del 1755, del 1758 e del 1789, mentre il 1829-1830 fu tra gli ultimi grandi inverni nevosi della serie, e a Padova nel febbraio 1784 si toccarono circa -12°C, dopo l’eruzione islandese del vulcano Laki. La laguna veneta ghiacciata, comunque, si rivedrà anche in pieno Novecento, nel 1929, e in forma parziale nel 1956, nel 1985 e nel 2012, segno che un singolo inverno rigido non basterà mai a descrivere il clima di un secolo intero. Però, mai più si toccarono le temperature del 1709 in Italia.
Non solo gelo: alluvioni e l’anno senza estate
La Piccola Era Glaciale portò anche molta pioggia. Una ricerca su Scientific Reports ha ricostruito 674 eventi idrologici dannosi in Italia dall’800 al 2017, individuando fasi con tempeste e alluvioni più frequenti, e a Firenze l’Arno esondò in modo grave il 4 novembre 1333, il 13 settembre 1557, il 31 ottobre 1589, il 3 dicembre 1740, il 1 dicembre 1758 e il 3 novembre 1844, anche se non tutte queste piene si potranno attribuire automaticamente al clima freddo. Poi arrivò l’anno senza estate: dopo l’eruzione del Tambora, nell’aprile 1815, il 1816 fu freddo e piovoso su Alpi ed Europa centrale, e a Rovereto il 7 e l’8 giugno risultarono le giornate estive più fredde dell’intera serie 1800-1839. Si parla anche di neve caduta a giugno in Trentino Alto Adige sino in valle.
I ghiacciai italiani al loro massimo di estensione
Le avanzate principali dei ghiacci si concentrarono attorno al 1380, tra fine Cinquecento e Seicento e tra inizio Ottocento e il 1860 circa, ma ogni ghiacciaio ebbe i differenti tempi di sviluppo. Il Ghiacciaio dei Forni toccò un massimo nel 1859, il Madaccio in Alto Adige nel 1820-1821, mentre La Mare, nel gruppo Ortles-Cevedale, raggiunse la sua estensione più ampia intorno al 1600. In Valle d’Aosta il Rutor sbarrava le acque di fusione formando il Lago di Santa Margherita, che rompendo la diga di ghiaccio provocò piene rovinose lungo la Dora Baltea tra il 1595 e il 1598, nel 1630 e nel 1646, e persino sul Gran Sasso il ghiacciaio del Calderone si espanse in modo marcato.
Il confronto con i ghiacciai del 1900 si potrà fare, ma va spiegato
Spesso si fa confusione con il grande pubblico, e non voglio entrare nei perché lo si fa consapevolmente. Intorno al 1900 molti ghiacciai alpini conservavano ancora buona parte dell’espansione accumulata nei secoli freddi, e alcuni stavano già arretrando da decenni, quindi non rappresentavano una condizione naturale. Questo però non renderà il confronto sbagliato, basterà dire quale periodo si prende come riferimento e distinguere il ritiro naturale iniziato nell’Ottocento dall’accelerazione recente. Va detto che mostrare una foto dei primi del 1900 di un ghiacciaio e che la situazione attuale, non è un giusto confronto per rappresentare gli effetti del Global Warming. Questo è il mio modesto parere.
Secondo uno studio su The Cryosphere del 2025, la superficie glaciale delle Alpi è passata dai 4.244 chilometri quadrati del massimo della Piccola Era Glaciale ai 1.806 del 2015, con un calo del 57% della superficie e del 64% del volume, e dopo il 2000 l’abbassamento della superficie dei ghiacciai è stato circa tre volte più rapido della media dei periodi precedenti. Uno studio su Science del 2014 stimava che la quota della perdita glaciale globale attribuibile all’uomo fosse del 25% nel periodo 1851-2010, ma del 69% nel solo 1991-2010. Sulla Marmolada, tra il 1880 e il 2021, è sparito circa il 73% della superficie e il 90% del volume, e a livello mondiale il World Glacier Monitoring Service indica una perdita annua passata da meno di 100 miliardi di tonnellate nel 1976-1995 a circa 390 miliardi nel 2016-2025. Il ritiro dei ghiacciai alpini in Italia e Svizzera, insomma, non si è dovuta soltanto con la fine dei secoli freddi, ma dopo la fine della Piccola Era Glaciale è causata dal Global Warming.
Cosa succederà nei prossimi decenni
Una nuova Piccola Era Glaciale nel XXI secolo non è uno scenario sostenuto dalle evidenze scientifiche attuali. Un nuovo grande minimo solare, simile a quello di Maunder, porterà al massimo un raffreddamento globale di circa 0,3°C secondo la NASA, una quantità che verrà recuperata in pochi anni di emissioni di gas serra, e che non invertirà la tendenza al riscaldamento globale. Una serie di grandi eruzioni potrebbe raffreddare il pianeta per qualche anno, ma nessuno sarà in grado di prevederne tempi e intensità, e un forte indebolimento dell’AMOC, la grande circolazione oceanica che porta calore verso nord, potrà cambiare temperature e piogge in Europa, senza però trasformarsi in una glaciazione globale; se ne parla nel dettaglio nella nostra analisi sul possibile raffreddamento dell’Europa.
Ondate di gelo intense anche sull’Italia si verificheranno ancora, pure in un clima mediamente più caldo, ma per parlare di un vero cambio climatico serviranno anomalie fredde persistenti per decenni e, sui ghiacciai, una lunga serie di bilanci di massa glaciale positivi, ovvero ghiacciai in espansione.
Quanto a una nuova Era Glaciale vera e propria, gli studi più recenti indicano un possibile avvio naturale tra 10.000-11.000 e circa 50.000 anni, con le emissioni di origine umana che tenderanno a spostarlo – forse – ancora più in là: tempi geologici, non certo i prossimi inverni. L’Era Glaciale può abbassare la temperatura globale di molti gradi essendo un fenomeno di intensità smisuata.
Credit
- NASA Science – There Is No Impending ‘Mini Ice Age’
- The Cryosphere – Reconstructed glacier area and volume changes in the European Alps since the Little Ice Age
- Nature Communications – Increased autumn and winter precipitation during the Last Glacial Maximum in the European Alps

