
Chi ha vissuto in Pianura Padana fino agli anni Ottanta o Novanta e anche gli anni precedenti, se lo ricorda bene, quella nebbia che non si alzava nemmeno a mezzogiorno e che ti costringeva a rallentare prima ancora di vedere le luci davanti. Oggi capita, soprattutto di notte e al mattino presto, ma è più rada, si dissolve prima e in molte giornate invernali il sole riesce a bucarla senza troppa fatica. Non è sparita del tutto, però gli episodi fitti si sono quasi dimezzati, e il perché non sta in una causa sola.
Un catino naturale che non è cambiato
La valle è fatta così da sempre, un catino chiuso dalle Alpi e dagli Appennini, con poco vento, dove d’inverno l’aria fredda resta intrappolata sotto uno strato più tiepido, la classica inversione termica: di notte il suolo si raffredda, l’umidità condensa e nasce la nebbia da irraggiamento. Questo meccanismo non è cambiato, è cambiato invece ciò che c’era dentro l’aria, cioè le particelle piccolissime a cui il vapore si aggrappa per diventare goccia.
Lo zolfo che teneva in piedi la nebbia
Fino a non molti decenni fa case e fabbriche bruciavano carbone, gasolio e olio combustibile, e le auto non avevano i filtri di adesso, così nell’aria finiva tanta anidride solforosa insieme a ossidi di azoto e polveri. Lo zolfo si trasforma in solfato, che è igroscopico, cioè attira l’acqua anche con umidità non altissima: più nuclei di condensazione ci sono, più goccioline si formano, più sono piccole e più faticano a cadere a terra, così la nebbia resta bassa, fitta e dura di più. Uno studio del 2024 su dati satellitari e misure a terra ha osservato che in Val Padana la nebbia accompagnata da molto aerosol può durare fino a tre ore in più di quella con aria pulita, e le simulazioni con i modelli matematici confermano che molte particelle allungano la vita della nebbia anche di quasi un’ora, perché le gocce sedimentano meno.
Trent’anni di misure a San Pietro Capofiume
Le serie più lunghe le ha raccolte l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr nella stazione di San Pietro Capofiume, tra Bologna e Ferrara, dalla fine degli anni Ottanta. Nel 2014 il gruppo di Lara Giulianelli e Sandro Fuzzi ha riportato su Atmospheric Environment un calo della frequenza della nebbia di circa il 47%, in linea con l’aeroporto di Bologna e altre zone d’Europa. Nello stesso periodo gli inquinanti disciolti nelle gocce sono scesi di circa l’80% e l’acidità si è ridotta di una decina di volte, fino a valori vicini al neutro. Il calo più marcato è quello del solfato, che segue il crollo dell’anidride solforosa emessa nel Nord Italia, intorno al 90%, mentre gli ossidi di azoto sono scesi del 44% e l’ammoniaca del 31%. In Europa, tra i primi anni Ottanta e i Duemila, le giornate di bassa visibilità per nebbia e foschia si sono circa dimezzate, di pari passo con lo zolfo.
Le auto sono aumentate, ma ognuna inquina molto meno e il riscaldamento è passato quasi ovunque al metano. L’aria non è pulita, la Pianura Padana resta un punto critico per le polveri fini, però quella «zuppa» di zolfo che alimentava le nebbie più ostinate non c’è più.
Il ruolo del clima
C’entra anche il clima, perché già nel 2014 il Cnr legava parte del calo all’aumento delle temperature, lo stesso processo che rende la neve in pianura sempre più rara. Analisi più recenti dello stesso istituto, su oltre 1.600 eventi tra il 1991 e il 2022, mostrano un andamento non lineare: l’acqua liquida nella nebbia è scesa negli anni Novanta e nei primi Duemila, proprio mentre diminuivano gli aerosol, poi nell’ultimo decennio, con gli aerosol più stabili, ha in parte recuperato, probabilmente per la maggiore escursione termica tra giorno e notte. La nebbia padana, insomma, non è finita, è diventata soprattutto un fenomeno della notte e del primo mattino, e i nebbioni di una volta dovevano molto alle particelle di carbone, gasolio e traffico senza filtri.

