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Il caldo estremo, perché ci fa soffrire più del freddo in Italia? Le aree a maggior rischio

Estati sempre più calde, asfalto rovente e inverni scomparsi: il punto di un meteorologo su ciò che il cambiamento climatico sta chiedendo davvero ai nostri corpi.

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Avrete sicuramente avuto modo di leggere che cosa dicono alcuni articoli di meteorologia e di climatologia. Lo scrivono i giornali, quest’estate soprattutto anche con toni catastrofici. Io dico che, in qualche maniera, hanno ragione: quello che stiamo vivendo nella stagione 2026 è il peggio che ci potevamo attendere, almeno per ora. E allora pensate un po’ se questo cambiamento climatico annunciato da parte degli scienziati per il futuro sarà ancora molto peggiore rispetto a quello attuale. Come dovrebbero vivere i nostri figli, come dovremmo vivere noi da anziani. Mi viene un po’ l’ansia, devo essere onesto. Mi preoccupa abbastanza questa cosa, soprattutto per la stagione estiva, perché significa vivere delle estati che non ci appartengono, e non ci appartengono per ragioni fisiologiche prima ancora che meteorologiche.

Chi ha detto che nei tropici si vive comunque ha ragione. Però noi non siamo nei tropici. Innanzitutto ai tropici fa caldo tutto l’anno, quindi il corpo umano si abitua a quella temperatura praticamente nell’arco di dodici mesi: la sudorazione diventa più efficiente, il volume plasmatico si adatta, la soglia di allarme si sposta. Noi no. Noi durante la stagione invernale, soprattutto sulle regioni del Nord Italia e nelle zone interne della Penisola, abbiamo delle temperature che sono considerate relativamente rigide. Di certo non abbiamo le temperature della Lapponia, ma il punto è un altro: ci dobbiamo rapidamente adeguare, abituare a temperature elevatissime, e abituarsi non è molto semplice. L’acclimatazione al calore, quella vera, richiede settimane di esposizione graduale. Qui invece il caldo arriva a ondate, con salti termici che l’organismo subisce senza avere il tempo di riorganizzarsi, come si è visto bene anche nella sequenza di ondate di calore che ha investito l’Europa quest’anno.

Chi lavora sotto il sole non ha scampo

Pensate un po’ allora a chi si deve abituare magari vestito con una divisa. Le forze dell’ordine, un soldato, un operaio. Un operaio soprattutto, che opera sotto il sole: abituarsi a questo caldo improvviso, perché arriva improvviso e violentissimo, non è affatto semplice. Ma parliamo anche di coloro che purtroppo sono costretti a raccogliere i frutti della terra nei campi, sotto un sole cocente e devastante. Nel loro caso non esiste la scorciatoia dell’aria condizionata, non esiste l’ombra, non esiste la pausa lunga. Esiste il turno.

C’è un dettaglio che spesso sfugge a chi legge i bollettini da casa: il corpo, quando lavora, produce calore metabolico che si somma a quello ambientale. Sotto una divisa o una tuta protettiva, con l’evaporazione del sudore ostacolata dal tessuto, il carico termico effettivo supera di parecchio quello che segna il termometro. È la ragione per cui, in questi contesti, l’organismo può andare in crisi anche a valori che sulla carta sembrerebbero gestibili.

La città come trappola termica

A me capita di camminare per la città, e la città è un’isola di calore, si dice. Sì, ma la città è anche una trappola. Perché non solo i grandi centri, anche i piccoli agglomerati urbani hanno l’asfalto, l’asfalto scuro che attira i raggi solari. Sapete che il nero attira i raggi solari e queste superfici poi emanano calore. Il parametro tecnico si chiama albedo, cioè la quota di radiazione che una superficie rimanda indietro invece di assorbirla, e il bitume ha un’albedo bassissima. Ci troviamo così, mentre siamo all’esterno, invasi da un caldo che viene dal cielo con un sole cocentissimo, ma anche dall’aria estremamente calda e poi da un calore che arriva dal terreno, dall’asfalto. Un assedio su tre fronti, come raccontato nel dettaglio nell’approfondimento sull’isola di calore urbano e sulle notti che non rinfrescano più.

Come facciamo ad abituarci in poche settimane a questo scarto termico, che è anche di 20 o 30°C? E sì, perché quando si cammina per strada la temperatura può anche essere attorno ai 50°C. Purtroppo questa è la realtà. Si dice che ci sono 35 o 38°C, sì, in una stazione meteorologica, secondo i crismi del WMO, cioè con il sensore alloggiato in una capannina ventilata a due metri dal suolo, su erba, lontano da ostacoli e da superfici riflettenti. Ma quando ci troviamo per strada le temperature sono ben diverse, soprattutto sotto il sole: sono atroci, sono temperature che creano purtroppo anche dei malesseri, colpiscono sia giovani che anziani, sia persone con patologie, e le pongono a rischio. La misura ufficiale non è sbagliata, è semplicemente un’altra cosa rispetto a ciò che il corpo sperimenta sul marciapiede.

Noi non siamo abituati a questo. Non abbiamo soprattutto abitazioni che possono essere adeguate a condizioni climatiche così estreme, quelle del caldo tropicale. Il nostro patrimonio edilizio è stato pensato per trattenere il calore d’inverno, non per dissiparlo d’estate, e questo si paga soprattutto di notte, quando la massa termica di muri e solai restituisce l’energia accumulata di giorno. È il meccanismo che sta moltiplicando le notti tropicali nelle nostre aree metropolitane, quelle in cui la temperatura minima non scende sotto i 20°C e il recupero fisiologico salta del tutto.

Il confronto con i tropici non regge

Che poi, attenzione, il nostro caldo a dire il vero non è neanche tropicale. Perché se volessimo fare dei paragoni, ad esempio con Miami, che è una città tropicale, o con altre località anche del Messico, troviamo che da noi abbiamo tassi di umidità molto elevati e anche, soprattutto, temperature massime altissime.

Miami non ha mai avuto temperature massime così elevate come quelle che sono state registrate a Roma e a Firenze, per dirne una. Il motivo è nella geografia: nei climi tropicali marittimi la convezione pomeridiana scarica energia sotto forma di temporali e taglia i picchi, mentre da noi un promontorio subtropicale ben strutturato comprime l’aria in quota, inibisce i moti ascendenti e lascia salire il termometro senza freni.

Possiamo fare dei paragoni, ma sono già un po’ estremi, con Dubai. Ecco, Dubai ha delle temperature nel culmine della stagione estiva molto più elevate di quelle che abbiamo noi, ma attenzione: è una città costruita sul deserto, costruita esclusivamente per resistere e per convivere con una calura estrema.

Le stagioni riscritte e il ruolo dell’amplificazione artica

Cambiamento climatico e stagioni che cambiano rapidamente. L’inverno, sostanzialmente quello che abbiamo conosciuto, è sparito: c’è poco da girarci attorno. Chi ha qualche anno sulle spalle ricorda che il vero spartiacque è stato il 2003, l’estate che ha spostato l’asticella una volta per tutte e che oggi viene continuamente tirata in ballo nei confronti con le stagioni attuali, come si legge nell’analisi dedicata all’estate 2003 e al suo confronto con la stagione in corso. Da allora ogni evento parte da una base termica più alta, e questo vale per il Nord, per il Centro e per il Sud della penisola, Isole comprese.

Se dovessimo avere una fase di freddo, dobbiamo darne responsabilità a una sorta di evento chiamato amplificazione artica. Il meccanismo è noto: l’Artico si riscalda a una velocità molto superiore rispetto al resto del pianeta, il dislivello termico tra polo ed equatore si riduce e la corrente a getto perde forza. Rallentando, il getto inizia a ondulare in modo sempre più ampio, genera onde di Rossby stazionarie e apre la strada ai blocchi atmosferici. Il risultato sono lingue di aria gelida che scendono a latitudini insolite mentre altrove l’aria calda risale verso nord, un aspetto che abbiamo affrontato più volte parlando di fusione dei ghiacci e blocchi atmosferici.

Ed è quell’amplificazione artica (da loro antartica) che ha provocato in questi giorni le forti nevicate in Nuova Zelanda, ma anche in Sudafrica, e poi ne sentirete anche di quelle che verranno nel Sudamerica, perché da loro è inverno: ci sono quindi gli eventi meteo estremi di freddo. Non è la fine del riscaldamento globale, è freddo fuori posto e fuori tempo, e tutto sommato non è nemmeno una buona notizia, perché avvalora ancor più la scienza che narra il Cambiamento Climatico.

Resta l’aspetto che mi tocca di più, e non è meteorologico in senso stretto: è la velocità con cui il clima sta cambiando. Il clima ci sta chiedendo un adattamento biologico e sociale in tempi che la biologia non conosce, troppo velocemente.

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