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      Home » Notti tropicali in aumento: cosa rischiano davvero le città italiane
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      Notti tropicali in aumento: cosa rischiano davvero le città italiane

      Il termometro non scende più sotto i 20°C nemmeno all'alba, e il corpo umano non riesce a recuperare: ecco perché medici e climatologi hanno smesso di considerare le notti tropicali un semplice dettaglio statistico.

      Andrea Meloni
      Andrea Meloni
      Pubblicato: 04/08/2026
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      10 Min Lettura
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      Contents
      • Quando il termometro smette di scendere
        • Il corpo che non riesce a spegnersi
        • L’asfalto restituisce il giorno
        • Chi paga davvero il conto
        • Raffreddare una città si può, ma serve tempo
        • Credit

      Quando il termometro smette di scendere

      Le tre del mattino. Finestra spalancata, zero aria, il ventilatore che rimescola tiepido. Chi vive in un appartamento all’ultimo piano di un palazzo anni sessanta conosce bene quella sensazione: il muro esterno resta caldo al tatto anche quando fuori è buio pesto.

      È questa, ridotta all’osso, la definizione di notte tropicale. Nessuna suggestione esotica, nessuna palma: si parla semplicemente di una notte in cui la temperatura minima non scende sotto i 20°C. Quando la soglia sale a 25°C, i climatologi usano l’etichetta di notte torrida – c’è chi preferisce “supertropicale”, ma la sostanza non cambia. E quelle notti, in Italia come nel resto del Mediterraneo, si stanno moltiplicando a un ritmo che nessuno aveva messo in conto trent’anni fa.

      Il dato interessante non è tanto il picco diurno. Diciamolo: i 40°C di luglio fanno notizia, finiscono in prima pagina, generano allerte. Ma il vero cambiamento strutturale del clima europeo si misura di notte, quando le minime si rifiutano di calare. Le serie storiche mostrano che le temperature notturne stanno salendo più rapidamente di quelle diurne in buona parte del continente. Un dettaglio? Tutt’altro.

       

      Il corpo che non riesce a spegnersi

      Dormire, dal punto di vista fisiologico, richiede un piccolo calo della temperatura corporea interna. Circa mezzo grado, a volte meno. È un meccanismo antichissimo, tarato su notti fresche, e funziona bene finché l’ambiente collabora.

      Se non collabora, iniziano i guai.

      Il sistema cardiovascolare resta sotto pressione per tutte le ventiquattr’ore. La sudorazione continua anche a letto, con perdita di liquidi e sali che al mattino nessuno reintegra davvero. Il sonno si frammenta in micro-risvegli che la persona spesso nemmeno ricorda, ma che erodono la fase profonda, quella che serve al consolidamento della memoria e alla regolazione ormonale. Chi soffre di ipertensione, diabete o insufficienza renale paga il conto più salato, perché i farmaci che assume – diuretici in testa – interferiscono proprio con l’equilibrio idrico.

      Gli studi epidemiologici pubblicati negli ultimi anni sulle grandi riviste internazionali sono piuttosto concordi: l’eccesso di mortalità durante un’ondata di calore cresce in modo sproporzionato quando le notti restano calde. Non è il singolo pomeriggio bollente a uccidere. È la successione di giorni e notti senza tregua, tre, quattro, cinque di fila, che sfianca gli organismi già fragili.

       

      L’asfalto restituisce il giorno

      Perché in città va peggio? La risposta sta in un fenomeno che gli urbanisti chiamano isola di calore urbana, e che chiunque abbia attraversato una piazza asfaltata alle nove di sera ha sperimentato sulla pelle.

      Cemento, asfalto, laterizio e vetro accumulano energia solare per tutto il giorno. Poi, lentamente, la restituiscono sotto forma di calore infrarosso. Nei quartieri più densi il divario rispetto alla campagna circostante può raggiungere i 4-5°C nelle ore notturne, con punte superiori dove i palazzi formano canyon stretti che intrappolano l’aria e bloccano l’irraggiamento verso il cielo. Aggiungiamoci i condizionatori, che per rinfrescare gli interni scaricano aria calda all’esterno, e il quadro si completa.

      Ci sono strade dove il fenomeno si tocca con mano. Provate a percorrere corso Buenos Aires a Milano in una sera di agosto, poi spostatevi al Parco Sempione: la differenza percepita è netta, quasi sfacciata. Gli alberi non regalano solo ombra. Traspirando acqua, sottraggono calore all’aria in modo attivo, come minuscoli impianti di raffrescamento diffusi. Non a caso il capoluogo lombardo è ormai uno degli hotspot climatici della Penisola. Però, per eseperienza vissuta, non condivido affatto il fatto che nel Parco Sempione si senta meno l’afa, il caldo asfissiante. Quando, come sta avvenendo a Milano, e non solo, si raggiungono continuamente temperature elevatissime, parliamo di 38°C in ombra con umidità elevata, in Corso Buenos Aires si rischia il collasso anche in ombra, nel Parco non è che ci sia la temperatura alpina. Si suda, fa un caldo asfissiante anche accentuato dalla maggiore umidità. Concordo sulla necessità di aree verdi, di marciapiedi verdi e con alberi, ma perché il sole è cocente, l’asfalto un carbone ardente, ma non si elimina la calura e che vorrei che mi dismostrassero che sparisce per magia l’isola di capolore urbano tra i palazzi.

       

      Chi paga davvero il conto

      Non tutti abitano lo stesso caldo. Sembra ovvio, ma vale la pena insistere. Non abbiamo la medesima percezione. Mi capita di uscire con un’amica che non percepisce il caldo, mentre io e mia moglie rischiamo di svenire.

      Il conto però lo paga chi ha un basso reddito, e qui ci mettiamo soprattutto i pensionati che non dispongono di capacità finanziarie per installare un climatizzatore, per pagarne poi, magari la bolletta. La vulnerabilità al calore ricalca, con precisione quasi imbarazzante, le disuguaglianze sociali già esistenti.

      I dati raccolti nelle metropoli europee lo confermano da tempo: le zone con meno vegetazione, più superfici impermeabili e reddito medio inferiore registrano sistematicamente le minime notturne più alte. In Italia il fenomeno colpisce con particolare intensità le aree costiere, dove l’umidità elevata impedisce l’evaporazione del sudore, e la Pianura Padana, dove la scarsa ventilazione notturna fa il resto. Anche le Isole Maggiori, Sicilia e Sardegna, hanno visto crescere in modo consistente il numero di notti oltre soglia, soprattutto lungo le coste e l’immediato entroterra. Io conosco il clima di Sassari, e ho vissuto decenni. Apprezzavo il climatizzatore, ma non lo accendevamo quasi mai perché abitavamo in un piano alto e ventilato, e i 30°C non erano che temporanei, mentre adesso sono una costante valori superiori e tassi di umidità deliranti.

       

      Raffreddare una città si può, ma serve tempo

      Qualcosa si muove: diverse amministrazioni comunali europee hanno avviato piani di adattamento che puntano su alberature stradali, tetti chiari ad alta riflettanza, pavimentazioni drenanti, corridoi di ventilazione preservati nella pianificazione urbanistica. Parigi ha lavorato molto sulle cosiddette oasi scolastiche, cortili riaperti al pubblico durante le emergenze. Barcellona, in Spagna, ha attrezzato rifugi climatici in biblioteche e centri civici. Devo dire che Barcellona è un modello in Europa da seguire, mentre su Parigi, mi duole il cuore, è una città che amo, ma rimane un grosso centro urbano cementificato, dove per altro, la climatizzazione non piace ai parigini. Poi c’è il caso Svizzera. La Svizzera, paese che è tra i più ricchi al mondo è impreparato al cambiamento climatico, nonostante uno dei servizi meteo tra i più efficenti e attivi in ambito di cambiamento climatico. In Svizzera, in quasi tutti i Cantoni è vietato installare il climatizzatore con le pompe di calore se non per motivi di salute certificati. So che vi sembra assurdo, ma la situazione ad oggi è questa, eppure anche in queste lande il caldo batte fortissimo, ma non si hanno notizie di vittime dalla calura, che sicuramente ci sono, accessi ospedalieri in aumento. Ginevra, per altro, una delle aree più vulnerabili, vive con il divieto di installare climatizzatori.

      Per concludere, resta una domanda scomoda, quella che i climatologi si pongono da tempo. Se il Riscaldamento Globale continuerà a spostare verso l’alto le minime estive, quante notti fresche resteranno alle nostre città entro metà secolo? Le proiezioni disponibili non offrono risposte rassicuranti, e chi progetta oggi un edificio destinato a durare cinquant’anni farebbe bene a guardarle con attenzione, e magari cari svizzeri, valutate bene che succede, siete avanti su molti fronti, e lasciate soffrire di caldo orrendo la popolazione, specie quella urbana.

       

      Credit

      • World Meteorological Organization – Extreme Heat
      • Copernicus Climate Change Service – Heat stress in European cities
      • World Health Organization Europe – Planning for a warmer world
      • European Climate and Health Observatory – Urban Heat Island exposure
      • Copernicus Land Monitoring Service – Land Surface Temperature e ondate di calore
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