Un colossale vulcano indonesiano eruttò nel 1815 e l’estate successiva, secondo i racconti dell’epoca, svanì: si ebbe un eccesso di pioggia, persino gelate notturne ad agosto sino alle basse vallate del nord Italia e, soprattutto, raccolti agricoli distrutti. Uno studio svizzero spiega finalmente alcuni aspetti che fino a poco tempo fa non erano noti. Ma la domanda è un’altra: potrà succedere di nuovo in futuro? Certamente sì, e allora vediamo di approfondire i fatti del 1815.
Ne avrete sentito parlare, e sì, eccome: anche noi ne abbiamo scritto varie volte. C’è stato un anno sostanzialmente privo delle caratteristiche meteo tipiche delle stagioni estive dell’epoca, peraltro mentre in Europa e in parte del Nord America vivevamo ancora la Piccola Era Glaciale, anche se verso la sua fase conclusiva.
Il 1816 lo ribattezzarono con un soprannome che suona quasi come un ossimoro, l’anno senza estate, e a scorrerne le cronache si capisce il perché. Il calendario segnava che era estate, ma il termometro raccontava tutt’altra storia. In alcune zone della Francia le minime notturne toccarono fino a -3°C in pianura, con lastre di ghiaccio nei fossati ad agosto. Sì, proprio quella Francia che in questi anni, d’estate, vive picchi di temperatura anche superiori ai 40°C.
Poi c’è quel dettaglio che pare rubato a un romanzo gotico: nel nord Italia cadde la neve rossa. A quei tempi, nella Pianura Padana nevicava. Nelle valli del nord Italia e in alcune città padane, infatti, i registri parrocchiali e i diari dell’epoca annotarono precipitazioni tinte di rosso e di giallo, un fenomeno che allora sfiorava il soprannaturale (beh, eravamo pur sempre nell’Ottocento) e che oggi sappiamo legato alle polveri sospese in atmosfera. Ma da dove nasceva questo evento, dal Sahara? No, da molto più lontano.
Le origini dell’anno senza Estate
Bisogna spostarsi dall’altra parte del pianeta e tornare indietro di un anno. Nell’aprile del 1815, sull’isola di Sumbawa, in Indonesia, il vulcano Tambora esplose con una violenza che anche ai giorni nostri sarebbe causa di uno scompiglio climatico planetario. Fu un’eruzione di categoria 7 nell’indice di esplosività vulcanica (VEI), la più potente di cui si abbia conferma negli ultimi due secoli, capace di scagliare nella stratosfera decine di chilometri cubi di roccia e, soprattutto, enormi quantità di zolfo.
E fu proprio lo zolfo ad accentuare gli effetti sul clima di quel fenomeno devastante, un cataclisma che ai giorni nostri sarebbe documentato dai satelliti. Trasformato in minuscole particelle di solfati, lo zolfo generò un velo sottile che restò sospeso in alta atmosfera per mesi, facendo da schermo alla luce del Sole. Meno radiazione in arrivo, meno calore trattenuto: la temperatura media globale calò di qualche decimo di grado, tra 0,4°C e 0,7°C secondo le ricostruzioni. Sembra poco, ma su scala planetaria è moltissimo. Giusto per darvi un termine di paragone, oggi ci riporterebbe, in piena epoca di cambiamento climatico, alle temperature dei primi del Novecento circa.
Le conseguenze di quell’evento all’epoca furono durissime. Tenete conto che allora il clima era più freddo di quello attuale di circa 1,2°C a livello globale. Ci fu una serie di carestie alimentari per la perdita dei raccolti, e il prezzo del grano salì alle stelle. La fame spinse intere famiglie a emigrare oltre l’Atlantico. Persino in Svizzera, Paese non certo avvezzo a simili miserie, si contarono morti per inedia.
Non è un caso, tra l’altro, se proprio in quell’estate plumbea, sulle rive del Lago di Ginevra, un gruppo di scrittori in vacanza si ritrovò bloccato in casa dalla pioggia. Per ingannare il tempo si sfidarono a inventare storie di paura. Da quelle giornate grigie nacque il Frankenstein di Mary Shelley, un romanzo che leggiamo ancora oggi e che deve qualcosa, per vie traverse, a un vulcano indonesiano.
Il pezzo che mancava al puzzle: la causa delle piogge torrenziali estive
Un vulcano che erutta con una tale intensità ha conseguenze in atmosfera: come detto, genera un velo, un ostacolo ai raggi solari, e il termometro scende. Restava però un’incognita inspiegabile per gli scienziati: perché tutta quella pioggia? Il 1816 non fu soltanto gelido, fu anche spaventosamente umido, con precipitazioni che non mollavano la presa sull’Europa centro-meridionale.
La risposta è arrivata da uno studio pubblicato sul Journal of Climate, firmato da una squadra internazionale coordinata dall’Università di Berna, in Svizzera, con climatologi svizzeri e tedeschi. I ricercatori non si sono fermati al caso Tambora: hanno passato al setaccio quattordici grandi eruzioni tropicali degli ultimi quattrocento anni, incrociando ricostruzioni climatiche e simulazioni al computer alla ricerca di un filo conduttore. E il filo, alla fine, è saltato fuori.
Il regime del monsone potrebbe essere la causa
Le polveri vulcaniche, raffreddando le terre emerse più in fretta degli oceani, smorzano il contrasto termico che alimenta i grandi monsoni estivi di Asia e Africa. Si hanno quindi monsoni più fiacchi, ed è qui che comincia la reazione a catena.
Un monsone indebolito frena il ramo settentrionale della circolazione di Hadley, cioè quel gigantesco nastro trasportatore d’aria che collega i tropici alle medie latitudini. L’ingranaggio si inceppa. La perturbazione si propaga verso ovest – e qui il quadro si fa davvero sorprendente – alterando l’intera circolazione atmosferica sul settore atlantico-europeo e finendo per favorire un fiume atmosferico proprio sul Mediterraneo settentrionale e sull’Europa centrale. Un fenomeno che conosciamo bene solo ai giorni nostri e di cui vi abbiamo parlato, ad esempio, proprio questo inverno, quando fu causa di piogge di rilevanza storica nella Penisola Iberica, alle Canarie e in Marocco, e influenzò anche Sardegna, Sicilia, Centro e Sud Italia.
Ecco spiegata la pioggia infinita del 1816. La causa fu il monsone che, a migliaia di chilometri di distanza, aveva perso forza.
So bene che tutto questo vi stupisce. Pensate: un vulcano indonesiano che, viaggiando con i suoi fumi per i cieli dell’Asia e dell’Africa, finisce per influenzare il meteo in Francia o in Italia. Il clima, in effetti, non ha confini nazionali.
Un evento che potrebbe ripetersi
Abbiamo archiviato il 1816 come un capitolo curioso e impolverato dai fumi di una potentissima eruzione, ma è un errore. Le eruzioni di quella portata non sono sparite, sono soltanto – per fortuna – rare, e prima o poi il pianeta ne rivedrà una. Sapere in anticipo che cosa aspettarsi, non solo il freddo ma anche l’ondata di piogge e i suoi effetti a cascata sull’agricoltura, cambia parecchio le carte in tavola per chi deve pianificare le scorte e rispondere alle emergenze. Oggigiorno sembriamo vulnerabili solo al petrolio (si veda quel che succede con gli effetti della guerra in Iran), ma troppo spesso dimentichiamo che la nostra quotidianità e il nostro benessere possono essere sconvolti dal clima.
Studiare come un singolo evento riesca a scombussolare i monsoni, la circolazione di Hadley e le piogge europee tutte insieme ci insegna quanto sia delicato l’equilibrio che regge il sistema climatico. Sapevamo già che un evento meteo lontano in qualche modo si propaga anche da noi, come accade ad esempio con El Niño e La Niña: non direttamente, lo sappiamo, ma è tutto collegato. Pensiamo, d’inverno, all’amplificazione artica, capace di portare ondate di gelo da record.
Il Tambora lo ha dimostrato con la brutalità di un’eruzione VEI 7, ovvero un evento vulcanico catastrofico che emette circa 100 chilometri cubi di materiale: qualcosa di tanto violento può davvero cambiare il clima. Ma sappiate che nella storia ci sono state anche eruzioni maggiori. Un VEI 8 supera i 1000 chilometri cubi di materiale espulso in atmosfera. La scala dell’indice di esplosività vulcanica, infatti, è di tipo logaritmico: ogni livello moltiplica per dieci la quantità di materiale eiettato rispetto a quello precedente.
Tra le maggiori eruzioni vulcaniche ne segnaliamo subito una vicina a noi, nel Mediterraneo, in Grecia: Thera / Santorini.
- Kurile Lake (Kamchatka, Russia) – circa 6440 a.C. Monte Mazama
- Crater Lake (Oregon, USA) – circa 5680 a.C.
- Kikai-Akahoya (arcipelago Satsunan, Giappone) – circa 5300 a.C.
- Cerro Blanco (Puna, Argentina) – circa 2300 a.C. (circa 4200 anni fa) Thera
- Santorini (eruzione “minoica”, Grecia) – circa 1600 a.C. (spesso classificata VEI 6-7, al limite) Taupō
- Hatepe (Nuova Zelanda) – 232 d.C. Changbaishan
- Paektu (eruzione “del Millennio”, confine Cina–Corea del Nord) – 946 d.C. (borderline VEI 6-7)
Un ripasso della storia geologica che serve a ricordarci una cosa semplice: quello del 1816 non fu un caso isolato, e il prossimo, prima o poi, arriverà. La differenza, questa volta, è che potremmo essere pronti a riconoscerlo.
Credit
- Journal of Climate – American Meteorological Society
- University of Bern, Oeschger Centre for Climate Change Research – Phys.org
- Science Advances – Volcanic-induced global monsoon drying
- Annual Reviews – The Impact of Volcanic Eruptions on Tropical Hydroclimate
- Scientific Reports (Nature) – Global monsoon precipitation responses to large volcanic eruptions