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I temporali per oltre sei mesi in Val Padana smettono di succedere kj
I temporali per oltre sei mesi in Val Padana smettono di succedere

Chi abita in Val Padana lo nota senza bisogno di un bollettino: da ottobre fino a marzo, a volte perfino ad aprile inoltrato, il cielo può chiudersi e piovere anche forte, per ore, eppure il tuono quasi non si sente. Nel settore centro-occidentale, tra Piemonte e Lombardia occidentale, il temporale diventa un evento raro, che quando avviene si ricorda e diventa persino cronaca d’eccezione. Non è una stranezza degli ultimi anni, è il comportamento normale di quella pianura nella stagione fredda.

 

Perché il motore del temporale si spegne con il sole basso

Un temporale nasce solo se l’aria vicina al suolo riesce a salire in fretta, più leggera di quella che ha sopra, condensando il vapore e costruendo una nube a sviluppo verticale, con moti abbastanza vivaci da separare le cariche e innescare il fulmine. D’estate il sole scalda il terreno, l’aria umida della pianura accumula energia (i meteorologi la chiamano CAPE) e basta un fronte, o una brezza che scende dalle Alpi, per far partire la convezione. Tra l’autunno e l’inizio della primavera quel motore si spegne, perché il sole è basso e il suolo non scalda abbastanza la colonna d’aria, quindi l’instabilità termica dovuta al solo riscaldamento non ce la fa.

 

Il cuscinetto freddo padano che frena la convezione

Conta molto anche la forma della valle: la Pianura Padana è una conca chiusa dalle Alpi e dagli Appennini, e nelle notti lunghe, con poco vento, il terreno perde calore per irraggiamento: l’aria a contatto col suolo si raffredda, diventa più densa e resta lì intrappolata. Si forma l’inversione termica, il cuscinetto di aria fredda padano: sotto l’aria è fredda e stabile, sopra può esserci uno strato un po’ più mite. Una particella che prova a salire viene frenata subito, e la convezione profonda non parte.

Gli studi sulla valle, come quello di Cacciamani e colleghi su Theoretical and Applied Climatology del 1995, mostrano che i temporali padani sono legati soprattutto al passaggio di fronti e a una spinta dinamica a scala più ampia, non al solo riscaldamento locale, e che la frequenza massima cade tra giugno e agosto. Lo stesso picco estivo emerge dalle serie lunghe di Padova ricostruite da Camuffo, Cocheo ed Enzi su The Holocene nel 2000, dove grandine e temporali risultano associati ai fronti atlantici nelle stagioni di mezzo e alla convezione calda solo d’estate.

 

Pioggia da fronte, non da temporale

La pioggia, invece, può arrivare lo stesso. Quando una perturbazione atlantica o mediterranea scorre sopra il cuscinetto, l’aria umida sale piano lungo il fronte o sopra lo strato freddo, e cade una precipitazione stratiforme, continua, talvolta anche intensa, ma senza i moti verticali rapidi che servono al fulmine. È pioggia da fronte, non da temporale.

Il settore centro-occidentale è ancora più silenzioso perché sta spesso sottovento alle Alpi e riceve meno umidità dall’Adriatico. Verso il Veneto e soprattutto il Friuli la pianura si apre sul mare, e i temporali resistono più a lungo in autunno, anche se pure lì l’inverno resta la stagione povera. Insomma, da ottobre a inizio primavera la Val Padana non perde la pioggia, perde l’instabilità, e per questo il tuono sparisce mentre l’ombrello continua a servire.

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