Seguici su Google
La nebbia che uccise 12 persone a Londra kj
La nebbia che uccise 12 persone a Londra

Cinque giorni di nebbia e fumo sopra Londra

Nel Dicembre del 1952 a Londra successe una cosa che oggi sembra quasi da racconto, e invece è ben documentata dai registri sanitari e dalle misure dell’aria. Dal 5 al 9 Dicembre una normale nebbia invernale si è mescolata con il fumo del carbone, e la città è rimasta sotto una cappa giallastra che non si muoveva quasi per niente. Faceva molto freddo, la gente accendeva più spesso i caminetti per scaldarsi, e sopra la capitale britannica c’era un’alta pressione che teneva l’aria ferma, senza un vento che potesse portar via i fumi. Non era una nuvola misteriosa: erano le emissioni delle case e delle centrali, più l’umidità del Tamigi che le teneva basse sulle strade.

 

Fuliggine e zolfo, cosa respiravano i londinesi

Le misure di allora, pubblicate da Wilkins sulla rivista della Royal Meteorological Society nel 1954, indicano che in media il fumo arrivò a circa 1,6 milligrammi per metro cubo e l’anidride solforosa a 0,7 parti per milione, cioè cinque o sei volte i valori abituali di quei giorni, e in centro anche dieci volte. In alcuni punti il particolato toccò i 4,5 milligrammi per metro cubo. Il carbone, spesso di scarsa qualità, rilasciava zolfo, che nell’aria umida si trasformava in parte in acido solforico legato alle particelle di fuliggine. Analisi condotte decenni dopo su tessuti autoptici, da Hunt e colleghi su Environmental Health Perspectives nel 2003, hanno trovato nei polmoni fuliggine e particelle contenenti piombo e zinco, segno che non si trattava solo di nebbia.

 

Da quattromila a dodicimila morti, il ricalcolo degli studi

Il conto delle vittime all’inizio fu di circa quattromila decessi in più nella settimana del picco, come scrisse Logan sul Lancet nel 1953: soprattutto persone già malate di bronchi o di cuore, anziani e bambini piccoli. Poi i decessi sono restati alti anche a Gennaio e Febbraio. Il governo di allora pensò all’influenza. Gli studi successivi di Bell e Davis, sempre su Environmental Health Perspectives, nel 2001 e nel 2004, hanno ricalcolato i numeri confrontando le richieste alle assicurazioni sanitarie, i ricoveri e l’andamento dell’epidemia influenzale, e hanno stimato circa dodicimila morti in eccesso da Dicembre a Febbraio. L’influenza spiega solo una parte, non il grosso: soltanto un’epidemia molto più grave di quella osservata quell’inverno riuscirebbe a giustificare la maggior parte dei decessi. Non vuol dire che lo smog abbia ucciso dodicimila persone sane di colpo, vuol dire che in quei mesi morirono molte più persone di quanto ci si aspettasse, e che il picco segue da vicino la curva dell’inquinamento.

 

Il Clean Air Act e la lezione per l’aria di oggi

Il Clean Air Act del 1956 (una legge che fu abrogata) limitò il carbone domestico nelle città e incentivò combustibili meno fumosi. Non è un episodio da usare per spaventare: è un caso in cui si è visto, numeri alla mano, che fumo e zolfo, insieme alla nebbia, pesano soprattutto su chi ha già polmoni o cuore fragili, e che misurare l’aria serve a decidere regole più pulite.

 

Fonti: Wilkins, Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society, 1954; Logan, The Lancet, 1953; Bell e Davis, Environmental Health Perspectives, 2001 e 2004; Hunt e colleghi, Environmental Health Perspectives, 2003.

Seguici su Google