
(METEOGIORNALE.IT) È un dettaglio tutt’altro che secondario. Perché, quando il riscaldamento non si traduce in uno split pulito o in un collasso definitivo del vortice, l’atmosfera tende a entrare in una modalità molto particolare: un inverno a impulsi, fatto di continue oscillazioni, dove le fasi miti e zonali si alternano a improvvise ripartenze fredde. Ed è proprio questo, oggi, il punto centrale della stagione 2025-2026.
Canadian Warming: perché il vortice si deforma ma non “muore”
Il Canadian Warming rientra nella famiglia dei disturbi stratosferici in cui la dinamica dominante è spesso riflettente. In pratica, l’attività d’onda (Wave Activity Flux / EP-Flux) sale dalla troposfera e “scarica” energia e calore sul settore canadese della stratosfera polare, producendo:
- un VPS allungato e meno simmetrico,
- un nucleo freddo spesso spostato verso Groenlandia e Canada,
- una temporanea decelerazione dei venti zonali alle quote stratosferiche.
Ma, a differenza di molti Major SSW, questo tipo di warming può lasciare al vortice una capacità residua di riorganizzarsi. È come se il sistema venisse disturbato e piegato, ma non spezzato del tutto. Ed è qui che entra in gioco il comportamento “a cicli”.
Il vero segnale dell’inverno 2025-26: una dinamica a ripetizione
Se si osservano solo le ultime emissioni modellistiche, si potrebbe cadere in un errore classico: vedere un vortice che sembra più compatto, indici AO/NAO in recupero e concludere che l’inverno sia ormai avviato verso un finale più tranquillo.

In realtà, i segnali complessivi raccontano un’altra storia.
L’inverno 2025-2026 non sembra evolvere attraverso un singolo evento “risolutivo”, ma attraverso un regime ripetitivo: disturbo → tentativo di ricompattamento → nuovo disturbo. Un ciclo che molti analisti sintetizzano con l’espressione anglosassone “rinse, lather, repeat”, cioè:
“risciacqua, insapona, ripeti”.
In meteorologia stratosferica questo significa una cosa molto concreta: il vortice entra in una fase a bassa inerzia, dove basta un nuovo pacchetto d’onda per riattivare un indebolimento, una dislocazione (displacement) o una nuova deformazione.
Perché ora il vortice sembra “benigno” (ma potrebbe essere solo una tregua)
Dopo il picco di un warming stratosferico, è normale osservare un breve ritorno a condizioni più “regolari”:
- i venti occidentali a 10 hPa risalgono,
- la circolazione appare più chiusa e ordinata,
- AO e NAO possono tornare su valori neutri o lievemente positivi.
Questo però è spesso un effetto ottico: si sta guardando un singolo fotogramma, non l’intero film.
I forcing di fondo che hanno reso vulnerabile il VPS continuano a essere presenti. Tra questi, in particolare:
- la persistenza di una convezione tropicale attiva in Pacifico occidentale,
- la distribuzione delle SST in Atlantico e Nord Pacifico favorevole alla generazione di onde planetarie,
- un contesto ENSO ancora non in grado di stabilizzare definitivamente la circolazione emisferica,
- una QBO e un assetto stagionale complessivo che non supportano un vortice “granito”.
Il risultato è che la probabilità di nuovi disturbi resta concreta anche nella fase finale dell’inverno.
Cosa significa per Europa e Mediterraneo: alternanza brutale tra scenari opposti
Quando il VPS rimane fragile o irregolare, l’Europa entra spesso in una modalità estremamente dinamica. È la classica stagione in cui si passa, nel giro di pochi giorni, da:
- getto atlantico teso e fasi miti/piovose,
- a blocchi alto-latitudinali, NAO negativa e discese fredde improvvise.
In particolare, nel settore Nord Atlantico–Europa, un vortice disturbato aumenta la probabilità di:
- blocking tra Groenlandia e Islanda, con deviazione del getto verso sud,
- saccature più affondate verso il Mediterraneo,
- ciclogenesi mediterranee più frequenti e talvolta intense,
- episodi freddi più “a ondate”, spesso brevi ma incisivi.
Per l’Italia, questo non significa automaticamente gelo e neve diffusa. Ma significa che la finestra per eventi invernali tardivi resta aperta, soprattutto se il getto si dispone lungo traiettorie meridiane e se il Mediterraneo diventa un’area di alimentazione ciclonica.
Il punto: non archiviare la stagione invernale
L’errore più comune, in queste fasi, è interpretare il ricompattamento temporaneo del vortice come un segnale definitivo. In un inverno “classico” dominato da un VPS forte, questo ragionamento può anche funzionare.
Ma in un inverno come il 2025-2026 — dove il vortice mostra oscillazioni continue — è un’interpretazione rischiosa.
Il VPS oggi assomiglia più a un sistema “elastico” che a un sistema stabile: si ricompone, ma resta vulnerabile. E finché resta vulnerabile, il dialogo stratosfera-troposfera può proseguire ancora per settimane, mantenendo elevata la probabilità di:
- nuove dislocazioni,
- nuove fasi di blocco,
- ulteriori irruzioni fredde alle medie latitudini.
Conclusione: inverno ancora in gioco, soprattutto tra fine febbraio e inizio marzo
Il messaggio chiave, quindi, è chiaro: il Canadian Warming non ha chiuso la partita. Semmai ha trasformato l’inverno in una stagione più nervosa, meno lineare e potenzialmente più insidiosa sul piano sinottico.
E in questi casi, chi fa previsione operativa lo sa bene: non basta osservare la singola emissione modellistica. Serve monitorare l’evoluzione d’onda, la struttura del vortice, i segnali sub-stagionali e la risposta troposferica.
Credit: questo articolo è stato realizzato analizzando i dati dei modelli matematici ECMWF e Global Forecast System del NOAA, ICON, AROME, UKMO, GEM per le previsioni meteorologiche. (METEOGIORNALE.IT)
