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El Niño record e Inverno 2026-2027: che cosa può cambiare in Italia

La NOAA assegna oltre il 90% di probabilità a un evento molto forte, ma sull'Europa il segnale passa dal Vortice Polare e dalla fase della QBO.

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L’aggiornamento del Climate Prediction Center di NCEP/NOAA, diffuso il 13 agosto 2026, fotografa un Pacifico equatoriale in pieno riscaldamento. Le anomalie della temperatura superficiale del mare hanno già superato +2°C nel settore orientale. La probabilità di un El Niño classificato come very strong durante l’autunno e l’inverno boreale 2026-27 supera il 90%. C’è di più: per la stagione ottobre-dicembre 2026 viene assegnato il 69% di probabilità a un evento storico, capace cioè di superare per intensità tutti gli El Niño misurati dal 1950, con un valore RONI a tre mesi pari o superiore a +2,5°C.

Le ensemble dei modelli di IRI e CPC indicano un picco potenzialmente eccezionale, con numerosi membri oltre +3°C nella regione Niño 3.4. Non è escluso il superamento dei primati del 1982-83, del 1997-98 e del 2015-16. L’evento dovrebbe persistere fino alla primavera 2027 con probabilità elevate. Sul progressivo rafforzamento dell’evento e sui suoi equilibri globali i centri internazionali sono ormai allineati, così come lo erano già in primavera le prime proiezioni su un super evento.

Il segnale sull’Europa esiste, ma è debole

Va detto subito, per evitare equivoci: la teleconnessione tra ENSO e clima europeo è reale, ma più debole e più variabile di quella osservata sulle regioni tropicali o sul settore Pacifico-Nordamericano. La forte variabilità interna del settore Nord Atlantico-Europeo maschera spesso il segnale.

La rassegna di riferimento resta quella di Brönnimann (2007), pubblicata su Reviews of Geophysics. Nella tarda inverno, tra gennaio e marzo, El Niño tende a produrre un pattern di pressione che ricorda una NAO negativa: anomalie negative alle medie latitudini e positive alle alte, temperature più basse sul Nord-Est dell’Europa, precipitazioni ridotte sulla Scandinavia e aumentate su parti del Mediterraneo centrale e occidentale. Nella prima parte dell’inverno, tra novembre e dicembre, la risposta è diversa: spesso più zonale, con elementi di NAO positiva.

Vortice Polare e Stratwarming: il vero interruttore

Qui si concentra il meccanismo che conta davvero. El Niño intensifica l’attività delle onde planetarie – in particolare la componente di numero d’onda 1 – che propagano verso l’alto. Questo indebolisce il Vortice Polare stratosferico e aumenta la probabilità di Sudden Stratospheric Warming, i riscaldamenti stratosferici improvvisi.

Il lavoro chiave è di Ineson & Scaife (2009), su Nature Geoscience: un modello con buona risoluzione stratosferica dimostra il percorso completo dal Pacifico alla stratosfera e da lì alla troposfera europea. Quando si verifica uno Stratwarming, il segnale scende verso il basso e favorisce fasi di AO/NAO negativa, con freddo sul Nord Europa e condizioni più miti e umide al sud. Studi successivi confermano che gli eventi di questo tipo sono più frequenti negli inverni ENSO rispetto agli anni neutrali. Resta però il nodo dell’accoppiamento verticale, come si è visto anche nella scorsa stagione, quando il Vortice Polare ha reso l’inverno più imprevedibile senza produrre gli effetti attesi, e quando uno split in quota non si è tradotto in freddo sul Mediterraneo.

Che cos’è la QBO

La QBO, sigla di Quasi-Biennial Oscillation, è l’oscillazione quasi periodica dei venti zonali equatoriali nella stratosfera inferiore e media. In pratica, sopra l’equatore i venti cambiano direzione a intervalli regolari: alternano una fase westerly, con venti da ovest, e una fase easterly, con venti da est. Il periodo medio è di circa 28 mesi. È uno dei principali modulatori della circolazione stratosferica alle alte latitudini.

Il meccanismo classico, descritto da Holton e Tan fra il 1980 e il 1982, funziona così: la fase easterly favorisce un Vortice Polare più debole e più caldo, quindi maggiore probabilità di Stratwarming; la fase westerly favorisce un vortice più forte e più freddo, quindi minore probabilità di riscaldamenti improvvisi.

Ad agosto 2026 i dati di monitoraggio – radiosondaggi di Singapore, serie di KIT e FUB – indicano una QBO in fase westerly ai livelli critici. Le ricerche più recenti mostrano che QBO ed ENSO non agiscono in modo lineare: la combinazione El Niño più QBO-E produce l’indebolimento più marcato del vortice, mentre l’attuale combinazione con la fase westerly genera un effetto più variabile, con i due segnali in parziale competizione. Storicamente, in questa configurazione la probabilità di Stratwarming si aggira attorno al 60%: elevata, ma inferiore allo scenario più estremo.

Il Mediterraneo caldo cambia il modo in cui arriva il freddo

Le temperature superficiali del Mediterraneo crescono più rapidamente di quelle oceaniche alle stesse latitudini, per via della geometria chiusa del bacino. Il quadro fornito dai dati CMEMS del 2026 è eloquente, e le acque restano bollenti anche a fine agosto.

Il contrasto tra aria fredda in ingresso e mare anomalo aumenta i flussi di calore sensibile e latente, l’umidità specifica e il CAPE, cioè l’energia disponibile per la convezione. In presenza di blocking o di Atlantic Ridge, l’aria artica canalizzata attraverso la Valle del Rodano genera ciclogenesi sottovento alle Alpi – i cosiddetti cicloni di Genova – o sull’Adriatico e sul Tirreno. Le acque più calde alimentano questi sistemi, amplificano le nevicate orografiche per effetto Stau su Appennini, Alpi e Balcani, e permettono neve a quote più basse del solito, come osservato in Sardegna persino in novembre. Le acque calde, insomma, non annullano il freddo: lo modulano.

Il contributo del riscaldamento artico

L’Artico si sta riscaldando circa 2-4 volte più rapidamente della media globale, tipicamente tre volte dal 1979, con valori ancora superiori in autunno e inverno. La riduzione del gradiente termico indebolisce i venti zonali alle alte latitudini e rende il jet stream più debole, più ondulato e più lento. Ne derivano configurazioni di blocking più persistenti e scambi meridionali più intensi.

La perdita di ghiaccio nel Mare di Barents-Kara riscalda la bassa troposfera e potenzia la propagazione verso l’alto delle onde planetarie, indebolendo il Vortice Polare. Il legame con gli estremi di temperatura alle medie latitudini resta però dibattuto, e l’effetto è intermittente.

Che cosa aspettarsi, in concreto

Un El Niño di questa forza alza la probabilità di squilibri su vasta scala e di successive fasi fredde che possono raggiungere Spagna, Italia e Grecia, coinvolgendo tanto il Nord Italia quanto il Centro e il Sud, Isole Maggiori comprese. Ma non offre garanzie. La variabilità interna del settore Nord Atlantico-Europeo resta dominante, l’effetto medio sul Mediterraneo è più spesso un aumento delle precipitazioni che un raffreddamento generalizzato, e l’esito dipende dalla fase esatta dell’inverno, dalla QBO, dallo stato del Pacifico extratropicale e dalle anomalie di ghiaccio artico. Il monitoraggio, da qui a dicembre, vale più di qualsiasi previsione anticipata.

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