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Non capita spesso di osservare, sui monitor dei centri di calcolo, una virata così netta e decisa. Chi segue le dinamiche atmosferiche sa bene che l’inverno – quello vero, fatto di dinamismo e scambi meridiani – si gioca spesso sul filo di lana, su equilibri fragili che possono spezzarsi da un momento all’altro. Ebbene, guardando l’evoluzione prevista per le prossime due settimane, la sensazione è che qualcosa di grosso stia bollendo in pentola. Non parliamo di semplici fluttuazioni, ma di un segnale forte, quasi un grido che arriva direttamente dai piani alti dell’atmosfera.

Siamo di fronte a una configurazione che potrebbe riscrivere le sorti dell’inverno in Europa e, di riflesso, sul Mar Mediterraneo. Se fino a ieri le mappe sembravano suggerire un dominio incontrastato delle correnti occidentali – miti e veloci – oggi i grafici degli indici climatici ci raccontano tutta un’altra storia. E, diciamolo chiaramente, è una storia che agli amanti del freddo e della neve potrebbe piacere parecchio.

Ma andiamo con ordine, senza farci prendere troppo dall’entusiasmo, perché la meteorologia è una scienza che punisce chi corre troppo. Analizziamo i dati che abbiamo sottomano: le proiezioni dell’ECMWF, il prestigioso centro europeo, relative alla North Atlantic Oscillation (NAO) e all’Arctic Oscillation (AO). Due acronimi che, per i non addetti ai lavori, possono sembrare oscuri, ma che in realtà sono il battito cardiaco del nostro clima invernale.

Indice polare, AO verso il negativo.
NAO, indice Nord Atlantico verso il negativo.

 

Il crollo verticale: cosa ci dicono i grafici

Se osserviamo il grafico relativo all’indice NAO – l’Oscillazione Nord Atlantica – notiamo subito una cosa: stiamo precipitando. Attualmente, intorno al 17 Dicembre, l’indice viaggia su valori decisamente positivi, attorno a +2.5. Una situazione che rispecchia il tempo che abbiamo fuori dalla finestra: un Vortice Polare compatto, correnti tese da ovest verso est, tempo tutto sommato mite e poche chance per il freddo di scendere alle nostre latitudini.

Tuttavia, basta spostare lo sguardo di pochi giorni in avanti per vedere il baratro. La linea verde, che rappresenta la media degli scenari (ensemble mean), scende in picchiata, attraversando lo zero intorno al 20 Dicembre e sprofondando su valori negativi pesanti – fino a -2 o -2.5 – proprio nei giorni di Natale e Santo Stefano. Non è un calo timido, è un crollo strutturale.

La stessa sorte tocca all’indice AO (Arctic Oscillation). Anche qui partiamo da valori molto alti, quasi +3, per poi assistere a una discesa inesorabile che porta l’indice in territorio negativo verso la fine del mese. E perché è importante? Perché l’AO misura, semplificando un po’, lo stato di salute del Vortice Polare. Quando è positivo, il vortice gira forte e tiene il freddo lassù, al Polo. Quando crolla in negativo – come previsto dai grafici – il vortice rallenta, si deforma, e l’aria gelida inizia a cercare vie di fuga verso sud. Insomma, le gabbie si aprono.

 

La manovra a tenaglia e l’assenza di Stratwarming

C’è un dettaglio tecnico molto interessante in questa evoluzione, ed è bene sottolinearlo per capire la portata dell’evento. Solitamente, questi crolli degli indici sono associati a grandi riscaldamenti della stratosfera (Stratwarming) che destabilizzano il vortice dall’alto. In questo caso, però, le cose sembrano andare diversamente. Non si vede, almeno nell’immediato, un riscaldamento stratosferico tale da giustificare, da solo, questa dinamica.

Siamo di fronte a disturbi che partono dal basso, dalla troposfera, o a una fisiologica frenata zonale che però assume connotati drastici. Questo è fondamentale per l’Italia. Perché? Perché quando il vortice si indebolisce senza un major warming, le dinamiche possono essere più lente, più “viscose”, favorendo blocchi atmosferici duraturi.

Qui entra in gioco l’ipotesi della retrogradazione siberiana. Con una NAO che crolla in negativo, l’anticiclone delle Azzorre tende a migrare verso nord, verso l’Islanda o addirittura la Groenlandia. Si forma un blocco, un muro in pieno Atlantico che ferma le correnti miti oceaniche. A quel punto, in Europa, la circolazione si inverte. Invece di andare da ovest verso est, le masse d’aria possono iniziare a muoversi da est verso ovest. È la famosa “retrogressione”.

Le riserve di aria gelida accumulate sulla Siberia e sull’Europa Orientale – che in questi mesi si sono raffreddate parecchio – trovano un’autostrada aperta verso il cuore del Vecchio Continente. Senza il “muro” atlantico a spingere, il freddo continentale può scivolare verso la Francia, la Germania e, inevitabilmente, puntare il Mediterraneo.

 

Cosa rischia l’Italia: lo scenario per le feste

Veniamo al dunque, alla “ciccia”, come si suol dire. Cosa comporta tutto questo per noi che viviamo nello Stivale? L’analisi combinata di NAO negativa e AO in calo è, statisticamente, una delle configurazioni più favorevoli all’arrivo del freddo vero in Italia.

Se l’alta pressione si eleva verso il Nord Atlantico (NAO-), sul bordo orientale di questa figura barica scenderà aria fredda. E dato che l’indice AO ci dice che il serbatoio polare perde colpi, quest’aria potrebbe essere di estrazione artico-continentale o siberiana. La traiettoria precisa è ancora oggetto di dibattito – e qui le 50 linee del grafico (gli “spaghetti”) mostrano ancora una certa dispersione, com’è normale che sia a 10 giorni di distanza – ma il segnale medio è inequivocabile.

Per le regioni del Nord Italia, questo potrebbe tradursi nell’arrivo di un “cuscino” freddo nei bassi strati, pronto a interagire con eventuali perturbazioni. Ma è per il Centro Italia e il Sud Italia che la situazione si fa intrigante. Se la colata fredda dovesse entrare dalla Porta della Bora o dalla Valle del Rodano, si attiverebbe una bassa pressione proprio sui nostri mari.

 

Il ruolo del Mediterraneo Centrale

Il Mar Mediterraneo, attualmente ancora più caldo della media, fungerebbe da “benzina” per questi contrasti. L’aria gelida in arrivo da nord-est, scorrendo sulla superficie tiepida del mare, si instabilizzerebbe violentemente. Questo significa ciclogenesi, ovvero la formazione di vortici di bassa pressione proprio sull’Italia.

Con una NAO fortemente negativa, le perturbazioni tendono a scendere di latitudine. Non passano più sulla Scozia o sulla Norvegia, ma entrano nel cuore del Mediterraneo. Immaginate quindi un mix: alimentazione fredda da est (grazie alla retrogressione siberiana indotta dal blocco atlantico) e umidità fornita dai nostri mari. Il risultato? Nevicate a quote molto basse, venti forti settentrionali e un drastico calo termico.

Guardando i grafici, il periodo “clou” sembra essere quello che va dal 26 Dicembre ai primi giorni di Gennaio. La dispersione dei membri (le linee blu verticali nel grafico NAO) aumenta proprio in quel periodo, segno che i modelli faticano a inquadrare l’esatta posizione del blocco, ma la tendenza della media (linea verde) è inchiodata verso il basso. Raramente si vede una concordanza così marcata verso valori negativi in entrambi gli indici.

 

Incertezze e conferme: cosa monitorare

Dobbiamo essere onesti: non è una previsione “scolpita nella pietra”. C’è sempre l’incognita di dove esattamente metterà le radici l’alta pressione di blocco. Se dovesse essere troppo “addossata” all’Europa occidentale, il freddo scivolerebbe sui Balcani e alla Grecia, lasciando l’Italia ai margini, magari solo con un po’ di vento secco e freddo (in particolare sull’Adriatico).

Se invece il blocco atlantico dovesse ergersi robusto verso la Groenlandia, la colata retrograda avrebbe come bersaglio pieno la Valle Padana e il versante tirrenico. Gli indici attuali propendono per una soluzione mediana, che vedrebbe l’Italia coinvolta in più fasi: prima un ingresso freddo, poi una possibile interazione umida.

Un altro elemento da non sottovalutare è la durata. Il grafico mostra che, dopo il picco minimo tra Natale e Capodanno, gli indici non risalgono a razzo verso valori positivi, ma restano “galleggianti” in territorio negativo o neutro. Questo suggerisce che la fase dinamica e fredda potrebbe non essere un “mordi e fuggi” di due giorni, ma l’inizio di un pattern invernale più duraturo per gran parte di Gennaio.

 

Prepararsi al cambio di stagione

In sintesi, i grafici che abbiamo analizzato sono forse il segnale più eloquente di questo inizio inverno. Il “bipolo” AO/NAO negativo è la chiave di volta per sbloccare le configurazioni statiche. L’aria siberiana, che finora è rimasta confinata nel suo “freezer” naturale, riceve un invito formale a viaggiare verso ovest.

Per l’Italia, questo significa che dobbiamo prepararci a tirare fuori sciarpe e cappotti pesanti, quelli veri. La possibilità di vedere la neve anche a quote insolite, specie al Centro-Sud o sulle pianure del Nord in caso di “addolcimento” sopra il cuscino freddo, diventa concreta. Non è certezza, è probabilità. Ma in meteorologia, quando gli indici parlano così chiaro, è bene ascoltare.

 

 

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