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Ci sono momenti in cui la cronaca meteorologica smette di essere routine e si trasforma in un segno tangibile del cambiamento climatico globale. Gli incendi in corso in CANADA nei primi giorni di GIUGNO 2025 ne sono l’ennesima, inquietante conferma. Ma non solo: le loro conseguenze si stanno facendo sentire a migliaia di chilometri di distanza, addirittura sull’EUROPA, dove si sta registrando un anomalo aumento di particolato e fumi sospesi di origine transatlantica.

 

Canada in fiamme: incendi fuori stagione e incontrollabili

Tradizionalmente, il clima canadese non favoriva la nascita di incendi vasti già a inizio estate. Dopo il disgelo primaverile, si attendevano precipitazioni diffuse, capaci di mantenere umido il sottobosco. Ma negli ultimi anni questo schema stagionale è saltato.

Oggi, invece, a causa di calure estreme, le foreste del QUEBEC, del BRITISH COLUMBIA, dell’ALBERTA e del MANITOBA diventano veri e propri serbatoi di esca secca, pronti a incendiarsi al minimo innesco. I cosiddetti “megafires” (incendi non più gestibili né contenibili) si moltiplicano. Si tratta di fenomeni giganteschi, alimentati da venti caldi e secchi, che bruciano senza sosta per giorni o settimane, generando colonne di fumo alte decine di chilometri.

Secondo i dati aggiornati del Canadian Wildland Fire Information System (CWFIS), al 6 GIUGNO 2025 risultavano oltre 220 incendi attivi, di cui più della metà definiti fuori controllo.

 

Un cielo grigio in Europa: ecco da dove viene quel fumo

In questi giorni, le immagini satellitari mostrate da agenzie come Copernicus e NASA Earth Observatory rivelano una densa colonna di fumo che attraversa l’Oceano Atlantico, sospinta da correnti in quota fino a raggiungere la SPAGNA, la FRANCIA, e persino l’ITALIA settentrionale.

Si tratta di un evento estremamente raro ma non più eccezionale, che si era già verificato nel 2023, ma che oggi assume caratteristiche ancora più marcate. Il particolato generato dagli incendi, una volta trasportato a distanza, può alterare la qualità dell’aria, influenzare il clima locale e persino modificare temporaneamente la radiazione solare che raggiunge il suolo.

 

Un incrocio assurdo: dal Sahara la sabbia, dal Canada la cenere

Il quadro diventa quasi surreale se si considera che il Sud degli Stati Uniti, in contemporanea, è invaso da sabbia sahariana sospesa. Questo significa che il Nord America si ritrova sottoposto contemporaneamente a due fenomeni opposti:

  • A sud, aria carica di polveri desertiche;
  • A nord, fumi tossici provenienti dagli incendi boreali.

Il risultato? Un cielo offuscato, un’aria difficile da respirare e una sensazione termica alterata, con temperature percepite ancora più elevate a causa della presenza di particolati e aerosol atmosferici.

 

Anche la Siberia brucia: fumi spinti verso il Polo Nord

Non è solo il CANADA a bruciare: la SIBERIA, in modo analogo, sta vivendo incendi estivi ricorrenti da ormai diversi anni. E non si tratta di episodi isolati. La particolarità qui è che i fumi vengono spinti verso nord, fino alle regioni artiche, dove accelerano lo scioglimento del permafrost e alterano l’albedo (cioè la capacità del suolo innevato di riflettere la luce solare).

Il permafrost è un immenso serbatoio di metano e CO₂: quando si scioglie, rilascia gas serra che amplificano ulteriormente il riscaldamento globale. È un classico feedback climatico positivo, che rischia di sfuggire al controllo. Lo spiega bene il Potsdam Institute for Climate Impact Research.

 

Gli incendi ci sono sempre stati, ma non così

È importante chiarire un punto: gli incendi boschivi non sono una novità. Ma ciò che cambia oggi, ed è evidente, è:

  • La frequenza degli eventi;
  • La vastità delle superfici coinvolte;
  • L’intensità e la velocità di propagazione;
  • L’impatto atmosferico e climatico a scala planetaria.

Anche la ricerca paleoclimatica lo conferma. Gli studi sulle carote di ghiaccio artiche, come quelli pubblicati su Nature Climate Change, non mostrano tracce storiche di fumi così diffusi e ricorrenti negli strati geologici recenti, nemmeno durante la cosiddetta Piccola Era Glaciale, che si concluse alla fine dell’’800.

All’epoca, molte regioni attualmente colpite non erano nemmeno abitate, quindi prive di testimonianze storiche. Ma le analisi chimiche e isotopiche, quelle sì, parlano chiaro: la quantità di carbonio depositato negli ultimi decenni è in netto aumento, segno inequivocabile di un nuovo regime climatico.

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