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Quando parliamo di ondate di calore, spesso cadiamo nell’errore di pensare che sia un problema esclusivamente nostro, tipicamente mediterraneo. In realtà, quello che stiamo vivendo in Italia è solo un tassello di un mosaico globale molto più ampio e preoccupante. Basta guardare dall’altra parte del mondo per rendersi conto che il Giappone, per esempio, sta affrontando una situazione persino più drammatica della nostra, con un’afa opprimente che sta mettendo a dura prova una delle società più organizzate ed efficienti del pianeta.

 

La differenza sostanziale tra noi e loro non sta tanto nell’intensità del fenomeno, quanto nell’approccio culturale e pratico alla gestione del calore estremo. I giapponesi hanno infatti integrato nella loro comunicazione pubblica l’indice di calore, un parametro che in Italia facciamo fatica ad apprezzare e utilizzare. Questo indice non si limita a misurare la temperatura dell’aria, ma calcola quella che il nostro corpo percepisce realmente, tenendo conto dell’umidità e di altri fattori che rendono il caldo ancora più insopportabile. Quando i meteorologi giapponesi parlano di sensazioni termiche di 50°C, stanno descrivendo esattamente quello che prova una persona all’esterno, non un numero astratto su un termometro.

 

Quello che colpisce del metodo giapponese è la capacità di adattamento strutturale che hanno messo in campo. Non si sono limitati a lamentarsi del caldo, ma hanno investito massicciamente in climatizzatori, hanno installato impianti di climatizzazione nelle scuole e hanno creato una rete di protezione per la popolazione che noi, francamente, ci sogniamo. Quando penso ai nostri studenti che stanno affrontando gli esami di maturità in aule che spesso superano i 35°C, non posso fare a meno di provare un senso di inadeguatezza rispetto a società che hanno preso sul serio la sfida climatica.

 

Il problema è che in Italia abbiamo ancora un atteggiamento di negazione di fronte a questi cambiamenti. Quando qualcuno dall’estero fa notare che le nostre città d’arte sono diventate invivibili tra luglio e agosto (non visitabili per gravi rischi per la salute specie per chi è anziano), tendiamo a offenderci come se fosse un attacco alla nostra identità nazionale. Eppure, è semplicemente la realtà dei fatti: Firenze, Roma durante le ondate di calore non sono luoghi adatti al turismo di massa, almeno non senza una preparazione adeguata.

 

Dall’altra parte del mondo, città come Dubai e Las Vegas ci mostrano come si possa convivere con temperature estreme quando si hanno le risorse e la volontà di farlo. Dubai, che può toccare facilmente i 50°C, è riuscita a creare un ambiente dove ogni angolo è climatizzato, dove il caldo viene letteralmente contenuto e gestito. Las Vegas, con le sue temperature che superano abbondantemente i 40°C durante il giorno e rimangono sopra i 35°C anche di notte, ha costruito la sua economia proprio sulla capacità di offrire rifugio climatico ai visitatori. Di certo è un modello uguale non replicabile per Roma e Firenze, ma si potrebbero allestire spazi o gazebo refrigerati in ogni via per chi ne avesse necessità, oltre che acqua gratis per i turisti. Insomma, ci dobbiamo preparare per il caldo permanente tutta l’estate.

 

Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia, la città americana di Phoenix. Qui stiamo assistendo a un fenomeno diverso: il caldo sta diventando un fattore di migrazione. La popolazione locale sta iniziando ad abbandonare la città per periodi sempre più lunghi, mentre molti abitanti stanno decidendo di emigrare definitivamente. È la prima volta nella storia moderna che vediamo il clima diventare un motore di esodo urbano in un paese sviluppato. C’è un ricambio di popolazione con i migranti, coloro che cercano case a basso costo, perché questa città è invivibile oltre sei mesi all’anno in esterno, e non offre le attrattive di Dubai e Las Vegas, non è una città d’arte come Roma e Firenze, o d’arte e shopping, oltre che affari come Milano.

 

Questo ci porta al cuore del problema: il caldo non è più una semplice scomodità estiva, ma una vera e propria emergenza sociale ed economica. Quando alcuni giornalisti o presunti esperti deridono chi parla di temperature record, lo leggevo ieri su un quotidiano, dimostrano una mancanza di comprensione della serietà della situazione. I dati che utilizziamo non provengono da termometri casuali piazzati al sole o dalle auto parcheggiate, ma da capannine meteorologiche ufficiali gestite dall’Aeronautica Militare e altri enti accreditati, strumenti sofisticati e precisissimi che seguono le direttive dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Tutte stazioni meteo che rispettano i rigorosi schemi del WMO.

 

Il refrigerio che attendiamo noi in Italia è lo stesso che aspettano milioni di persone in Spagna, Marocco, Giappone. È una speranza condivisa a livello planetario. L’unico che può essere efficace, ma quello vero, mi sa che lo si vedrà in settembre, nel frattempo potrebbero esserci episodi brevi, forse, ma non è detto. Per ora il tema è che fa troppo caldo.

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