Le ondate di calore che colpiscono il bacino del Mediterraneo con potenza sempre più devastante non sono una novità assoluta, ma l’evoluzione recente e i segnali futuri mettono i brividi, sebbene sia estate. Episodi estremi come quello del LUGLIO–AGOSTO 2017, ma anche quello ben più remoto del 1983, sono eventi meteo rari che hanno lasciato un’impronta indelebile nella climatologia dell’area. Eppure, si stanno facendo più frequenti e intensi. Ma perché succede tutto questo? E dove stiamo andando?
L’origine africana delle ondate: aria rovente dal deserto
Le ondate più impattanti, come quelle del 2017 e del 1983, sono riconducibili a una matrice nordafricana, ovvero aria caldissima che risale dal Sahara e si incunea nel cuore del Mediterraneo. Queste masse d’aria, sospinte da potenti anticicloni subtropicali, giungono spesso in un contesto di alta pressione persistente, a volte con caratteristiche di heat dome.
Cos’è una heat dome? Possiamo immaginarla come una campana atmosferica che comprime l’aria negli strati più bassi, impedendo la dispersione del calore e creando una sorta di forno naturale. Il geopotenziale in queste situazioni raggiunge valori elevatissimi, sintomo della notevole espansione in quota dell’aria calda. La compressione nei bassi strati, inoltre, viene amplificata dalla ventilazione locale, come quella in discesa dai rilievi o da aree interne, contribuendo a far schizzare le temperature verso picchi mai visti.
Le regioni più colpite: Grecia, Italia, Spagna, Turchia
Le aree che pagano il prezzo più alto di questi eventi meteo sono quasi sempre le stesse: Grecia, Italia meridionale, Spagna sud-orientale, Turchia interna. In Attica, ad esempio, una stazione meteo nei pressi di Atene ha toccato 48°C, mentre in Sicilia, vicino a Siracusa, i termometri hanno sfiorato i 49°C nel 2021, valore prossimo al record europeo assoluto.
Anche il Sud della Spagna, tra Andalusia e l’entroterra di Murcia, ha registrato temperature simili. Il tutto accade, spesso, in un contesto di siccità cronica, che priva il suolo della capacità di mitigare il calore. In Turchia, zone come l’Anatolia centrale risentono pesantemente del riscaldamento diurno, aggravato dall’effetto foehn che asciuga e riscalda ulteriormente l’aria in discesa dai rilievi.
Il Mediterraneo orientale: il grande vulnerabile dimenticato
Una porzione del Mediterraneo che rimane sottovalutata nei dati è quella orientale, comprendente paesi come Libano, Israele, Cipro, Siria, ma anche le coste dell’Egitto. In queste zone, la vicinanza con i deserti interni, come il Deserto del Negev o quello del Sinai, agisce come una miccia pronta a innescare temperature estreme, ma la rete di rilevamento è meno capillare, il che rende sottostimate molte situazioni di emergenza climatica.
Uno scenario che cambia: i 50°C sono dietro l’angolo?
Secondo diversi meteorologi, tra cui esperti dell’AEMET (Agenzia Meteorologica Spagnola), il limite dei 50°C non è più solo uno scenario ipotetico, ma un traguardo che potrebbe essere raggiunto già nel prossimo decennio in Europa meridionale. Durante una delle più forti ondate di calore degli ultimi anni in Spagna, l’AEMET dichiarò che, in presenza di un’umidità particolarmente bassa e cielo sereno persistente, il superamento dei 50°C in alcune aree interne era statisticamente probabile, anche se poi non si verificò.
Le simulazioni climatiche attuali, come quelle riportate da Nature (fonte), confermano che i modelli termici nel Mediterraneo sono in forte evoluzione: l’intensità, la durata e la frequenza delle ondate di calore sono tutte in aumento, e con esse anche il rischio per la salute umana, l’agricoltura e la stabilità degli ecosistemi.
Il Mediterraneo, stretto tra mari caldi e aree desertiche in espansione, si sta rapidamente trasformando in un hotspot climatico, dove i fenomeni meteo estremi saranno sempre più spesso la norma.