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Il modulo di ritorno della missione Chang’e 5, il 17 dicembre 2020, ha fatto ritorno sulla Terra, atterrando in Mongolia Interna, portando con sé campioni di suolo lunare. Questo evento ha rivelato scoperte sorprendenti, con la presenza di minuscole sfere di vetro nel terreno lunare, un’indicazione che la Luna potrebbe essere stata geologicamente attiva in tempi molto più recenti di quanto ipotizzato fino a quel momento. Le sfere, originate da eruzioni vulcaniche avvenute circa 123 milioni di anni fa, suggeriscono che il nostro satellite naturale abbia potuto mantenere un’attività vulcanica costante più a lungo.

 

La convinzione prevalente tra gli scienziati era che la Luna avesse cessato la sua attività vulcanica miliardi di anni fa, come testimoniato dalle ampie pianure vulcaniche, i cosiddetti mari lunari. Tuttavia, le analisi effettuate sui campioni prelevati dalla missione cinese hanno sfidato queste ipotesi, indicando la possibilità che l’attività vulcanica sia proseguita per periodi molto più estesi. L’Istituto di Geologia e Geofisica dell’Accademia Cinese delle Scienze ha svolto un ruolo cruciale nell’analisi dei dati raccolti, suggerendo che la Luna possa essere stata attiva lungo tutto il suo ciclo vitale.

 

Le minuscole sfere di vetro sono state scoperte grazie a un lavoro di precisione, condotto sui campioni, il cui peso complessivo era di soli 1,7 grammi. Queste particelle possono formarsi sia a seguito di impatti violenti di asteroidi, che fondono le rocce in vetro, sia in seguito a eruzioni vulcaniche con fontane magmatiche. La scoperta ha riacceso il dibattito sulla possibilità di attività vulcanica recente sul nostro satellite.

 

Le osservazioni precedenti del Lunar Reconnaissance Orbiter della NASA, effettuate nel 2014, avevano già identificato circa 70 strutture irregolari sul suolo lunare, note come IMPs (Irregular Mare Patches), formazioni che indicano potenziali episodi di attività vulcanica molto più recenti rispetto a quelle che si pensava fossero terminate miliardi di anni fa.

 

Un elemento cruciale per comprendere l’età delle sfere è stata l’applicazione della datazione uranio-piombo. Questo metodo, basato sul decadimento radioattivo dell’uranio in piombo, ha permesso di stabilire che alcune di queste sfere vitree sono significativamente più giovani di quanto si pensasse. L’alto rapporto di piombo rispetto all’uranio ha indicato una relativa antichità delle sfere, ma comunque un’attività molto più recente rispetto alle ere vulcaniche passate.

 

In aggiunta, l’abbondanza di terre rare e torio nei campioni suggerisce la presenza di elementi capaci di generare calore nelle zone interne della Luna, contribuendo alla fusione delle rocce e causando eruzioni vulcaniche anche in epoche recenti. Questi elementi hanno permesso di ipotizzare che le fonti magmatiche lunari potrebbero aver mantenuto una certa attività per periodi più lunghi del previsto.

 

Questa scoperta non solo modifica la nostra visione dell’evoluzione geologica del nostro satellite, ma solleva nuovi interrogativi sulla possibilità che la Luna possa ancora essere soggetta a fenomeni geologici attivi. La persistenza di questi processi potrebbe avere conseguenze importanti per le future missioni umane e l’eventuale sfruttamento delle risorse lunari.

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