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Il 1° luglio, l’uragano Beryl ha colpito le isole Grenadine con venti devastanti che hanno raggiunto i 270 km/h e un’impressionante ondata di tempesta, segnando così la comparsa del primo uragano di categoria 5, il grado più distruttivo della scala Saffir-Simpson, mai registrato così presto nell’Atlantico tropicale. La stagione degli uragani del 2024 era stata prevista come particolarmente attiva, ma l’inaspettata rapidità con cui Beryl si è intensificato ha sorpreso gli scienziati. In sole 24 ore, l’uragano è passato da una tempesta tropicale con venti di circa 113 km/h a un uragano maggiore con venti di 209 km/h.

 

Beryl è un uragano più tipico del culmine della stagione degli uragani piuttosto che di giugno. La sua rapida intensificazione e la sua forza sono probabilmente state alimentate da acque insolitamente calde.

 

In un contesto di riscaldamento globale accelerato a causa delle emissioni record di combustibili fossili, le ricerche suggeriscono che potrebbero esserci altre spiacevoli sorprese in futuro. In una fascia ristretta dell’Oceano Atlantico medio, dove si formano la maggior parte degli uragani, le temperature superficiali del mare sono anomamente alte. Infatti, il contenuto di calore dell’oceano, un indicatore di quanta energia è contenuta nell’acqua superficiale da cui gli uragani traggono forza, era vicino alla media di settembre già il 1° luglio.

 

Se l’Atlantico tropicale sta già producendo tali tempeste all’inizio dell’estate, ci si chiede cosa possa riservare il resto della stagione degli uragani. Secondo le previsioni iniziali del National Hurricane Center, rilasciate il 23 maggio, l’Atlantico Settentrionale potrebbe vedere tra i 17 e i 25 cicloni nominati, 8-13 uragani e 4-7 grandi uragani entro la fine di novembre. Si tratta del numero più alto di tempeste nominate mai previsto in una previsione pre-stagione.

 

Le temperature dell’oceano superiori ai 26°C sono essenziali per la formazione degli uragani, che necessitano anche di aria calda e umida per svilupparsi. Tuttavia, per raggiungere il loro massimo potenziale distruttivo, è cruciale la presenza di venti costanti sia in alta che in bassa atmosfera, che permettono alle tempeste cicloniche di mantenere la loro rotazione. Un cambiamento da El Niño a La Niña, due fenomeni climatici opposti che influenzano le temperature del Pacifico, è previsto per la fine dell’estate. Questo passaggio potrebbe attenuare i venti alisei che altrimenti potrebbero disgregare il vortice di un uragano.

 

Secondo gli esperti, La Niña potrebbe segnalare un anticipo dell’inizio della stagione degli uragani e un prolungamento della stessa, poiché, insieme a un Atlantico più caldo, favorisce un ambiente più propizio agli uragani per un periodo più esteso dell’anno. Si potrebbe pensare che il riscaldamento globale porti a un aumento degli uragani, ma le ricerche finora non hanno confermato questa teoria. Nonostante il mondo stia diventando rapidamente più caldo, fornendo abbondante aria calda e umida e alte temperature oceaniche, non ci sono prove che gli uragani stiano diventando più frequenti, né gli scienziati prevedono che ciò cambierà con ulteriori cambiamenti climatici.

 

Tuttavia, gli uragani che si verificano tendono a essere tempeste di maggior intensità, come l’uragano Beryl. Si prevede che le condizioni favorevoli alla formazione di uragani si estendano anche più a nord e a sud dell’equatore, dato che gli oceani si stanno riscaldando rapidamente ovunque. È anche probabile che gli uragani atlantici possano formarsi al di fuori della stagione ufficiale, che va dal 1° giugno al 30 novembre.

 

Inoltre, vi sono indicazioni che gli uragani si stiano muovendo più lentamente e siano sempre più inclini a fermarsi completamente vicino alle coste, causando inondazioni prolungate a causa delle intense precipitazioni concentrate in un’unica area. Questo fenomeno è stato uno dei motivi per cui l’uragano Harvey, che ha colpito il Texas e la Louisiana nel 2017, è stato così devastante. La sequenza di uragani mortali quell’estate, che ha incluso Harvey, Irma e Maria, ha lasciato poco respiro alle popolazioni colpite, evidenziando una tendenza climatica in crescita che rende le aree a rischio uragani sempre più inospitali.

 

Nelle isole caraibiche, la minaccia dei disastri naturali è una costante preoccupante. Tuttavia, nonostante la simile esposizione ai pericoli, le ricerche indicano che povertà e disuguaglianza sociale aggravano notevolamente l’impatto di tali calamità. Levi Gahman e Gabrielle Thongs, docenti di geografia presso l’Università delle Indie Occidentali, sottolineano come queste condizioni socio-economiche rendano le conseguenze dei disastri più severe.

In particolare, la storia di Dominica offre uno spaccato illuminante. L’isola, un tempo colonia britannica, ha subito una gestione economica che ha compromesso il suo potenziale produttivo, dirottando le ricchezze al di fuori dei suoi confini. Nonostante ciò, Dominica ospita la più grande comunità indigena rimasta nei Caraibi, i Kalinago, i quali hanno sviluppato pratiche agricole che includono la diversificazione delle colture e tecniche di piantagione che contribuiscono a stabilizzare i pendii.

Queste pratiche agricole non solo sono vitali per la sopravvivenza della comunità indigena, ma rappresentano anche un modello di resilienza e adattamento che potrebbe essere emulato in altre aree vulnerabili al cambiamento climatico. La capacità di adattarsi e resistere, infatti, è fondamentale in un’epoca in cui gli eventi climatici estremi sono sempre più frequenti e intensi.

L’esperienza di Dominica e di altre isole caraibiche dimostra come il colonialismo, un processo storico che sembra appartenere al passato, continui a influenzare la vita quotidiana e la vulnerabilità di queste comunità. Inoltre, l’aumento delle tempeste tropicali e degli uragani rende sempre più pressante la richiesta di riparazioni climatiche da parte dei paesi un tempo colonizzati verso quelle nazioni più ricche che hanno maggiormente contribuito al problema climatico globale.

In questo contesto, le strategie di adattamento e mitigazione adottate dalle comunità caraibiche possono offrire preziose lezioni su come affrontare e superare le sfide imposte dal cambiamento climatico, sottolineando l’importanza di un approccio che tenga conto delle specificità locali e delle ingiustizie storiche.

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