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Il burian cosa e kj
Rappresentazione del Burian in Europa, capace di far nevicare in quasi tutta Italia d’inverno.

Una parola breve, dura, quasi onomatopeica: Burian o Buran come lo chiamano in Russia. Nella memoria un po’ di tutti noi evoca strade imbiancate a perdita d’occhio, raffiche di vento taglienti e quel gelo che punge la pelle, ed è il nome che diamo al vento continentale che in certe configurazioni scivola dalla Siberia verso l’Europa, spingendosi fino all’Italia. Nella fine di febbraio 2018 gli fu clonato dagli inglesi un altro appellativo: “Beast from the East”, tradotto letteralmente in italiano proprio come “La Bestia che viene dall’Est”.

 

Che cos’è il Burian

Con questo termine, nella meteorologia popolare dell’Europa orientale e del nostro Paese, si indica un flusso d’aria molto fredda e spesso secca che scende dall’Asia interna, alimentato da un robusto anticiclone termico, cioè un’alta pressione generata dal raffreddamento del suolo. Non è un vento locale, ma l’espressione di un disegno barico continentale: a est domina l’alta pressione fredda, a ovest insiste una depressione atlantica o mediterranea, e la differenza di pressione tra le due figure – il cosiddetto gradiente – spinge l’aria artico-continentale verso ovest e sud-ovest. Quando l’asse del flusso si allinea con la Russia europea e l’Italia, ecco la classica irruzione che i giornali chiamano Burian.

 

Il motore: l’anticiclone siberiano

Il cuore del fenomeno sta tra Siberia e Mongolia, dove in pieno inverno prende forma l’anticiclone termico russo-siberiano. Le notti lunghe e limpide, il suolo innevato, l’aria secca e il sole debole di Dicembre, Gennaio e Febbraio favoriscono una perdita di calore per irraggiamento potentissima. Così l’aria a contatto con il terreno si raffredda, diventa più densa, sprofonda e rafforza la pressione al suolo, creando un cuscino gelido vasto quanto un continente, praticamente quasi tutta la Russia, espandendosi per lunghi tratti al settore russo ad ovest degli Urali. Se lungo il suo bordo occidentale si attiva una depressione tra Mar Nero, Balcani e Mar Adriatico, il corridoio per il Burian viene dritto sino all’Italia.

 

Come si innesca la discesa verso l’Italia

Il freddo continentale però – quasi sempre – non parte da solo verso l’Europa centro-meridionale, gli serve un richiamo. Spesso il ruolo chiave lo giocano le onde planetarie, grandi ondulazioni del flusso in quota che piegano la corrente a getto. Altre volte entra in scena uno Stratwarming, il riscaldamento improvviso della stratosfera che indebolisce, sposta o spezza il Vortice Polare, la grande giostra di aria gelida che d’inverno ruota attorno al Polo. Va detto che non ogni Stratwarming porta il gelo in Italia, perché il segnale deve scendere fino alla troposfera, lo strato dove si forma il tempo atmosferico, come si è visto con l’evento stratosferico di Febbraio 2026. Quando la discesa riesce e si forma un blocco anticiclonico sulla Scandinavia o sulla Groenlandia, il flusso da ovest rallenta e devia e l’aria siberiana dilaga verso sud-ovest. Al suolo, il contrasto con una bassa pressione mediterranea accelera i venti da nord-est, asciutti e spesso polverosi.

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Ondata di gelo fine febbraio 2018.

Perché oggi gli episodi sembrano meno frequenti

La memoria meteorologica italiana conserva irruzioni celebri tra anni Ottanta e Novanta, poi quelle di Febbraio 2012 e di fine Febbraio-inizio Marzo 2018, senza contare colpi di coda tardivi – per parlare di eccessi – come quello del marzo 1971, con la neve fino a Palermo. Negli ultimi anni il freddo siberiano arriva più di rado o si attenua in fretta, e il Riscaldamento Globale c’entra eccome. Ha ridotto durata ed estensione del manto nevoso euroasiatico a inizio stagione e ha reso più difficile tenere in piedi per settimane un serbatoio gelido profondo. Ma forse c’è anche una tendenza ad avere correnti atmosferiche generali rimodellate perché il gelo siberiano c’è eccome, e lo abbiamo visto nell’inverno 2025-2026 che ha ghiacciato anche il mare davanti alle coste di Polonia e Germania, con uno spessore che ha consentito anche camminarci sopra. Insomna, non diamo questo evento meteo per defunto.

L’anticiclone si forma ancora, uno studio su Weather and Climate Dynamics ha però mostrato che su scala europea le ondate di freddo invernale non si sono addolcite quanto ci si aspetterebbe, perché lungo il tragitto l’aria continua a perdere calore per irraggiamento. Il serbatoio c’è, insomma, ma per arrivare fin da noi serve un allineamento più preciso.

 

Le conseguenze sul territorio italiano

Il freddo siberiano è secco e denso e corre a bassa quota come acqua pesante in una valle. Cerca i varchi tra gli altipiani dell’Europa orientale, scavalca i Carpazi e raggiunge Balcani e Adriatico, dove si biforca: una lingua si getta sul versante adriatico, l’altra punta alla Pianura Padana passando per la porta di Slovenia e Friuli Venezia Giulia. Al suo arrivo le temperature crollano e l’aria, povera di vapore, punge più di quanto dica il termometro.

Sull’Adriatico, se il Burian scorre su un mare relativamente mite, succede qualcosa di simile all’effetto lago dei Grandi Laghi nordamericani. Il contrasto tra acqua tiepida e aria gelida accende bande nuvolose che scaricano neve a tratti intensa su Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e fino alla Puglia. Le correnti parallele al litorale la organizzano poi in strisce persistenti, capaci di accumuli notevoli in poche ore. È la classica neve da Burian del Medio e Basso Adriatico, quella che fa notizia tra Bologna, Rimini e Ancona.

Sul versante tirrenico la situazione cambia, perché il Burian puro regala cieli limpidi. Basta però l’arrivo di aria umida da ovest o sud-ovest per accendere precipitazioni anche intense su Toscana, Lazio, Campania e Calabria tirrenica. Quando quel richiamo umido incontra la lama gelida al suolo, la neve può scendere sulle pianure interne. Con le giuste isoterme – le linee che uniscono i punti con la stessa temperatura – può arrivare perfino su città costiere esposte ai venti di ponente, con episodi, anche se rari a Roma, Napoli, Firenze e Palermo.

Al Nord Italia, e in particolare in Pianura Padana, il protagonista è la neve da addolcimento. L’aria gelida si deposita nei bassi strati come un mare freddissimo trattenuto da un’inversione termica, uno strato dove la temperatura sale con la quota invece di scendere e che tiene la colonnina sottozero anche di giorno. Se da ovest-sud-ovest arriva una perturbazione più mite, in quota si va sopra zero mentre al suolo si resta sotto, quindi le prime precipitazioni cadono come neve anche in pianura. Con l’addolcimento si passa poi alla pioggia mista a neve e infine alla pioggia. Nei casi più delicati arriva invece la pioggia congelantesi, con gocce che gelano al contatto con il suolo e rischi concreti per strade, linee elettriche e alberi. La neve da addolcimento è tipica di Milano e Torino.

 

Traiettoria dspesso incerta

Il confine tra un Adriatico innevato e un Tirreno asciutto si gioca spesso su pochi gradi nella direzione del vento e su pochi ettopascal di differenza di pressione. Una discesa diretta verso la Penisola Balcanica favorisce il medio-basso Adriatico. Una ciclogenesi sul Mar Ligure o sul Tirreno, cioè la nascita di un minimo di bassa pressione, apre invece la porta alla neve sul lato occidentale, soprattutto se la Pianura Padana conserva il suo cuscino freddo. In mezzo l’Appennino fa da diga: l’aria continentale lo aggira e si incanala nei valichi, mentre i microclimi locali amplificano o smorzano gli effetti. Il Burian resta così la risposta logica a una configurazione precisa. Tornerà ogni volta che anticiclone siberiano, varco dinamico e richiamo ciclonico mediterraneo si incastreranno di nuovo, riportando quel silenzio ovattato che solo la neve sa dare alle città.

 

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