(METEOGIORNALE.IT) Sembrava ormai fatta per la primavera. I primi tepori di fine febbraio, le giornate che timidamente si allungavano, quella voglia diffusa di mettere via il cappotto pesante. E invece no. Marzo, si sa, è pazzerello per definizione, ma nel 1971 decise di esagerare, portando indietro le lancette del meteo di due mesi buoni. Non fu una semplice rinfrescata tardiva, diciamolo chiaramente. Fu uno schiaffo gelido in pieno volto all’Italia, un evento che ancora oggi, a distanza di decenni, viene ricordato come uno dei colpi di coda invernali più crudi del secolo scorso.
Tutto partì da molto lontano, come spesso accade per le grandi ondate di freddo. Dalle steppe sconfinate della Russia e della Siberia occidentale. Lì, un serbatoio immenso di aria gelida, pesante, pellicolare, si mise in moto. Non verso est, come capita di solito, ma con un movimento retrogrado, “in retromarcia”, puntando dritto verso il Mediterraneo centrale e i Balcani. Un fiume d’aria artica continentale, il temibile Burian, che scavalcò le Alpi Dinariche e si tuffò sull’Adriatico con una violenza inaudita.
L’effetto fu immediato, quasi scioccante. Le temperature crollarono in poche ore, passando da valori gradevoli a diversi gradi sotto lo zero, anche in pianura. Chi c’era, parla ancora di quel vento. Un vento che tagliava la faccia, secco e cattivo, che acuiva la sensazione di freddo ben oltre quello che dicevano i termometri. La bora urlava su Trieste, certo, ma fu soprattutto il Centro-Sud a pagare il dazio più alto a questa irruzione.
Le regioni adriatiche, esposte in prima linea a questo assalto orientale, vennero letteralmente sepolte dalla neve fin sulla costa. Dalle Marche alla Puglia, il paesaggio divenne improvvisamente siberiano in un periodo in cui solitamente sbocciano i primi fiori. Non era la solita spolverata coreografica, insomma, era roba seria, con accumuli che bloccarono strade e isolarono paesi interi per giorni nell’entroterra appenninico.
Ma l’immagine simbolo, quella che ancora oggi fa strabuzzare gli occhi guardando le foto d’epoca sgranate e in bianco e nero, arriva dalla Sicilia. Il 2 marzo 1971. Una data che a Palermo non hanno dimenticato facilmente. La neve. Non sui monti circostanti, che pure sarebbe normale. Proprio in città. I fiocchi, fitti e asciutti, imbiancarono le palme del lungomare, si posarono sulle spiagge, coprirono i tetti del centro storico e la Cattedrale.
Un evento rarissimo, quasi onirico per una città di mare abituata ad altri climi e ad altre dolcezze termiche. Vedere la Conca d’Oro sotto una coltre bianca, con temperature scese fino a toccare lo zero anche in pieno giorno, fu uno shock termico e visivo incredibile. I palermitani si svegliarono in una città trasformata, ovattata, dove il rumore del traffico era sostituito dal fruscio dei fiocchi. Fu un evento che segnò una generazione, una di quelle storie che i nonni raccontano ai nipoti quando d’inverno fa appena un po’ fresco.
Oggi siamo abituati a inverni spesso latitanti, e un episodio del genere, così tardivo e così intenso, ci sembrerebbe quasi impossibile, fantascienza meteorologica. Eppure, la storia del clima ci insegna che l’atmosfera ha una memoria lunga e, ogni tanto, si diverte a rimescolare le carte in tavola quando meno te lo aspetti. Proprio come fece in quel pazzo, gelido inizio di marzo del ’71.
Fonti (METEOGIORNALE.IT)
- World Meteorological Organization (WMO) – Climate Resources
- ECMWF (European Centre for Medium-Range Weather Forecasts) – Historical Data
- NOAA’s National Centers for Environmental Information (NCEI)
- Royal Meteorological Society (RMetS) – Weather Archives
- American Meteorological Society (AMS) – Journals Online

