Triangolo delle Bermuda: nuova scoperta sul mistero irrisolto
Uno scienziato australiano rilegge sparizioni, statistiche e documenti d'archivio: assicuratori e guardia costiera non registrano perdite anomale, mentre errori di navigazione, tempeste violente e profondità abissali spiegano quasi tutto.
Un mistero che la scienza prova a smontare
Il Triangolo delle Bermuda, conosciuto anche come Triangolo del Diavolo, è quel settore dell’Oceano Atlantico compreso tra la Florida, Porto Rico e le Bermuda diventato celebre per le storie di navi e aerei svaniti senza lasciare traccia. Attorno a quelle sparizioni si è costruito un immaginario che spazia dalle forze magnetiche agli alieni, dalle bolle di metano fino alla città perduta di Atlantide.
Lo scienziato e divulgatore australiano Karl Kruszelnicki ritiene di avere decifrato il codice di uno dei misteri più duraturi del mondo moderno, e la sua risposta è meno spettacolare di quanto molti si aspettino. Se si guardano i fatti, sostiene, i dati provengono da due soggetti difficilmente sospettabili di credulità: la Guardia Costiera degli Stati Uniti e il colosso assicurativo dei Lloyd’s. Entrambi ritengono che in quella zona non ci siano state perdite aggiuntive di navi o aerei rispetto ad altre aree dell’oceano.
In termini percentuali, aggiunge lo studioso, le sparizioni sono paragonabili a quelle registrate altrove. Alcuni anni se ne contano un po’ di più, altri un po’ di meno, ma la media resta la stessa. È un’osservazione semplice che toglie al Triangolo il suo statuto di eccezione: nessuno conosce il numero esatto di persone scomparse in quelle acque, mentre le stime più diffuse parlano di circa cinquanta navi e venti aerei.
Il volo 19 e il peso dell’errore umano
Tra i casi entrati nella leggenda figura il volo 19, un gruppo di cinque aerosiluranti svaniti proprio sul Triangolo. Kruszelnicki ha spiegato che la formazione decollò all’inizio di dicembre 1945 per una missione di addestramento: la Seconda Guerra Mondiale era appena terminata e la Marina statunitense stava insegnando ai suoi aviatori un mestiere nuovo.
Al comando c’era il tenente Charles Taylor, che in due occasioni si era dimostrato un navigatore così incapace da perdersi in mare. Aveva cercato qualcuno che lo sostituisse durante il turno, senza successo, ed era stato visto viaggiare persino senza orologio, un dettaglio definito molto poco professionale. Una volta in mare aperto non seguì la procedura standard prevista per la ricerca di dispersi durante l’addestramento: invece di tornare verso ovest, continuò a dirigersi verso est, dentro l’Oceano Atlantico, finché esaurì il carburante e scomparve.
Non serve altro, secondo lo scienziato, per spiegare quella perdita: una catena di decisioni sbagliate, in un’area di mare vastissima, con carburante limitato e nessun riferimento visivo.
Come nasce una leggenda editoriale
La storia originale del Triangolo delle Bermuda fu scritta da Vincent Gaddis e apparve sulla rivista di fantascienza Argosy. Da lì il tema passò al grande pubblico grazie all’autore Charles Berlitz, che pubblicò un libro interamente dedicato all’argomento. Il contraltare arrivò nel 1980, quando Larry Kusche smontò quelle ricostruzioni una per una, citando proprio la Guardia Costiera e gli assicuratori.
È un percorso classico: un’intuizione narrativa diventa titolo, il titolo diventa libro, il libro diventa senso comune. La verifica documentale arriva dopo, e quasi sempre fa molto meno rumore della leggenda che corregge.
Un Oceano enorme, profondo e tempestoso
Le dimensioni e la profondità dell’Atlantico hanno alimentato le fiamme del mito. Oltre all’enorme numero di tempeste che attraversano l’area, osserva Kruszelnicki, va considerato che il fondale non si limita a scendere attorno ai millecinquecento metri: precipita oltre i novemila metri. Un relitto che finisce lì sotto non riemerge, non lascia detriti riconoscibili, non offre appigli alle ricerche. La sparizione, in altre parole, è un fatto geografico prima che enigmatico.
A questo si somma la variabilità atmosferica del settore. In quel tratto d’oceano transitano gran parte dei sistemi tropicali del bacino, e non mancano fenomeni convettivi violenti e improvvisi: alcune ricerche hanno ipotizzato la presenza di strutture nuvolose capaci di generare raffiche discendenti estreme, le cosiddette bombe d’aria, con onde in grado di superare i quattordici metri di altezza. Chi conosce l’andamento della stagione degli uragani atlantici sa quanto rapidamente il quadro possa deteriorarsi.
La pista dei clatrati di metano
Esiste comunque una possibilità, per quanto remota, che qualcosa presente nelle profondità abbia contribuito alla perdita di alcune imbarcazioni. C’è una probabilità microscopica, spiega lo scienziato, che si formi un fenomeno chiamato clatrato di metano: gas intrappolato nel ghiaccio che potrebbe fuoriuscire dal fondale, risalire e dare origine a una pioggia di bolle.
Gli esperimenti condotti in Australia dal CSIRO hanno mostrato che, lavorando con modellini di navi, quando un numero sufficiente di bolle raggiunge la superficie la densità dell’acqua si riduce. Un simile scenario potrebbe quindi avere avuto un ruolo in qualche sparizione, ma resta un’ipotesi molto remota, difficile da osservare e ancora più difficile da documentare in mare aperto.
Che cosa resta del Triangolo
Ciò che resta non è un buco nero dell’Atlantico, ma un tratto di mare enorme, molto trafficato, spesso attraversato da tempeste e con fondali fra i più profondi del bacino. Dove la statistica non trova anomalie, la narrazione ha avuto gioco facile per decenni.
Il fascino, naturalmente, non si spegne. L’arcipelago delle Bermuda continua ad attirare viaggiatori proprio per l’alone che lo circonda, e le vecchie storie restano un ottimo racconto da tramandare. Solo che, messe accanto ai registri assicurativi e ai rapporti ufficiali, quelle storie parlano molto più di noi che dell’oceano.
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