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Gli Uragani più distruttivi dei Caraibi e sino al Glofo del Messico

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
29 Ott 2025 - 17:40
in A Scelta dalla Redazione, Cronaca Meteo
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(METEOGIORNALE.IT) Una mappa che parla chiaro. In un solo colpo d’occhio mostra dove e quando gli uragani più potenti hanno toccato terra nell’Oceano Atlantico e nei Caraibi, ordinati per pressione al suolo al momento dell’impatto. La pressione, espressa in millibar (mb), è il cuore della storia: più è bassa, più il ciclone è profondo e in grado di scatenare venti estremi e mareggiate rovinose. Quello che colpisce, guardando il tracciato visivo, è la concentrazione di “mostri” tra il Golfo del Messico, le Bahamas, Cuba e le coste di Stati Uniti, Messico e America Centrale. Non è un caso: lì le acque calde e la conformazione delle coste possono trasformare una tempesta in un colosso.

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Cosa ci dice davvero questa mappa. Ogni etichetta riporta nome, anno e pressione minima alla terra. È un indice sintetico ma prezioso: non misura direttamente i danni, però spiega perché certi uragani sono entrati nella memoria collettiva. La scala più usata per raccontarli è la Saffir–Simpson, che classifica per velocità del vento; qui, invece, vediamo la “profondità” del ciclone. Due facce della stessa medaglia che aiutano a capire forza e impatto.

 

Il caso emblematico delle Florida Keys. Al centro della mappa spicca il mitico Labor Day 1935, il riferimento assoluto per intensità al landfall nell’Atlantico: 892 mb. La traiettoria verso le Florida Keys trasformò un vortice già potente in un fenomeno storico. La pressione crollò come raramente è accaduto, segno di un nucleo micidiale e venti devastanti. La geografia stretta e bassa delle isole fece il resto, con mareggiate difficilmente contenibili.

 

La riscossa della Florida. La penisola è citata più volte e non poteva essere diversamente. Andrew 1992 porta 922 mb e un nome che a Miami e nella Contea di Dade significa case scoperchiate e città cambiate per sempre. Più a nord, lungo la Panhandle, Michael 2018 atterra a 919 mb: una profondità che spiega perché i danni tra Mexico Beach e l’interno della Florida furono così gravi. Il filo rosso è chiaro: quando un uragano arriva “compatto” sulla costa, la combinazione tra vento e spinta dell’acqua diventa ingestibile.

 

L’arco caraibico dove il mare si scalda di più. A oriente, sul lato sottovento delle Piccole Antille, l’icona è Irma 2017 con 914 mb, tempesta capace di lasciare il segno su Barbuda, Saint Martin e lungo una fetta di Caraibi che raramente aveva visto qualcosa di simile. Pochi giorni dopo, la mappa ricorda Maria 2017 (920 mb), discesa impietosa su Porto Rico e sul settore orientale dell’Hispaniola: due uragani in sequenza in un’unica stagione, prova di quanto la regione possa essere vulnerabile quando l’oceano è molto caldo.

 

Il capitolo Bahamas. Qui compare Dorian 2019 a 910 mb. Le isole Abaco e Grand Bahama restano ferme mentre l’occhio del ciclone “rallenta”, una dinamica terribile: più l’uragano si muove piano, più i danni si sommano, minuto dopo minuto. La mappa lo colloca come uno dei minimi pressori più bassi all’impatto su terra nella storia recente dell’Atlantico.

 

Cuba, l’isola che sfida i giganti. Non stupisce vedere due etichette in grande evidenza sull’Isola di Cuba: Cuba 1924 (910 mb) e Cuba 1932 (918 mb). La posizione tra Mar dei Caraibi e Stretto della Florida la rende un “ponte” naturale per i cicloni che nascono a sud e si rafforzano verso nord. Quando il nucleo tocca le coste cubane con pressioni così basse, gli effetti si sentono poi anche sulle Bahamas e sulla Florida, perché l’uragano esce spesso ancora vigoroso nel Golfo del Messico o nell’Atlantico Occidentale.

 

La fornace del Golfo del Messico. Qui la mappa è affollata. Camille 1969 con 900 mb è un simbolo per la costa di Mississippi e Louisiana, uragano rapido e feroce, quasi “a sorpresa” nella sua accelerazione finale. Poco più a ovest, Katrina 2005 è segnato a 920 mb: la pressione non è estrema come quella di altri casi, ma la combinazione di traiettoria e ampiezza del vento trasformò New Orleans e le coste della Louisiana in un caso studiato ovunque. Nel settore centro–occidentale del golfo si allineano poi nomi che parlano soprattutto al Messico e alla Penisola dello Yucatán: Gilbert 1988 (900 mb), Janet 1955 (914 mb) e Dean 2007 (905 mb). È la fascia tra Quintana Roo, Campeche e Yucatán, dove acque caldissime e fondali favorevoli possono alimentare una “bomba” tropicale proprio prima dell’impatto.

 

L’istmo centroamericano, dove l’oceano finisce contro la montagna. Più a sud, spicca Iota 2020 (922 mb) con landfall su Nicaragua: un uragano tardivo e potentissimo che, una volta a terra, trova montagne subito dietro la costa. L’attrito spegne in parte i venti, ma la pioggia diventa un problema enorme, perché i rilievi trasformano i rovesci in frane e piene improvvise. È la ragione per cui l’impatto lungo la costa può essere “solo” il primo capitolo di una crisi più ampia all’interno.

 

Un’etichetta che fa discutere. Nella porzione orientale del Mar dei Caraibi la mappa mostra Melissa 2025 con 892 mb. Il numero è sorprendente: sarebbe in linea con i valori più bassi mai osservati nell’Atlantico al suolo. L’indicazione sulla grafica va letta come dato cartografico dell’immagine: un promemoria visivo di come, nella regione tra Piccole Antille e Mare aperto, le condizioni possano talvolta generare cicloni di profonda intensità. In ogni caso, quando la pressione scende così tanto, l’occhio diventa un vortice capace di sollevare il mare e spingere acqua e onde con una potenza impressionante.

 

Perché la pressione conta tanto. Il numero in millibar che vediamo accanto a ciascun nome non è un vezzo tecnico. La pressione centrale racconta la “sete” del ciclone: aria che precipita verso il centro, ruota, accelera e, più scende il valore, più i venti sul bordo dell’occhio si impennano. Allo stesso tempo, un nucleo molto profondo tende a trascinare la superficie del mare, contribuendo alla spinta d’acqua verso la costa, la cosiddetta storm surge. Anche quando non è il solo fattore, aiuta a capire perché alcune località, da Biloxi a Bay St. Louis sul Mississippi, da Cancún al litorale dello Yucatán, abbiano registrato maree eccezionali durante gli impatti più gravi.

 

Geografie vulnerabili e traiettorie ricorrenti. La mappa sottolinea un fatto semplice: le aree più esposte sono quelle dove le acque del Mar dei Caraibi e del Golfo del Messico restano calde per lunghi periodi e dove le coste formano baie e piattaforme continentali poco profonde, capaci di amplificare la marea di tempesta. Ecco perché ricorrono luoghi come le Bahamas, la costa della Florida, lo Yucatán, la Louisiana. È anche una questione di traiettorie: le onde orientali in arrivo dall’Africa Occidentale e i sistemi che si accendono a sud di Jamaica o vicino alle Isole Cayman spesso puntano verso nord–ovest, cioè esattamente contro queste coste.

 

Osservando dove si concentrano i minimi pressori più bassi, emerge un insegnamento utile a chi vive o lavora vicino all’acqua: nei golfi chiusi, nelle isole basse e lungo litorali con piane costiere estese, le evacuazioni preventive e l’attenzione alle zone a rischio di allagamento fanno la differenza. La storia di Katrina, l’impatto “a sorpresa” di Michael, la persistenza di Dorian alle Bahamas: ogni nome, qui, è un invito a non misurare un uragano solo dal numero di categoria, ma a guardare anche ampiezza, velocità di traslazione, stato della marea e innalzamento del mare. La pressione, come mostrano le etichette della mappa, è il filo conduttore che lega questi fattori e anticipa quanto un uragano possa diventare distruttivo proprio nel momento in cui tocca terra.

 

In definitiva, questa cartografia dell’Atlantico è un “album” che unisce memoria collettiva e dati oggettivi. I 900 mb di Camille, i 920 mb di Katrina, i 910 mb di Dorian, i 905 mb di Dean, i 919 mb di Michael, gli storici 892 mb del Labor Day 1935: valori che non hanno bisogno di grafici complicati per raccontare al lettore quanto la natura, in certe stagioni, sappia spingersi oltre l’immaginabile. E ricordano perché, tra Giugno e NOVEMBRE, il lessico meteo di chi abita lungo le coste dell’Atlantico ruota attorno a tre parole semplici e decisive: preparazione, prudenza, rispetto.

 

Credit e approfondimenti
— Analisi/Graphic: Michael Ferragamo – @FerragamoWx
— Approfondimenti autorevoli: NOAA – National Hurricane Center (Saffir–Simpson e indicatori d’intensità), World Meteorological Organization (fatti sui cicloni tropicali), IPCC – AR6 (evidenze sugli eventi estremi), Met Office (fenomenologia dei cicloni tropicali), Encyclopædia Britannica (schede di riferimento). (METEOGIORNALE.IT)

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Tags: bahamasCaraibiCubaFloridaGolfo del MessicoIPCCnicaraguaNOAAporto ricopressione centraleScala Saffir-Simpsonuragani atlanticoWMOYucatan
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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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