Nagasaki, 9 agosto 1945: la seconda bomba atomica
Ottantuno anni fa la copertura nuvolosa su Kokura dirottò il bombardiere sull'obiettivo di riserva: a decidere il destino di Nagasaki furono il fumo, la foschia e uno squarcio improvviso tra le nubi.
Alle tre e quarantasette del mattino, sulla pista dell’isola di Tinian, un B-29 battezzato Bockscar staccò le ruote da terra portandosi dietro un ordigno al plutonio da oltre quattro tonnellate e un guaio già noto ai meccanici: una pompa difettosa rendeva inutilizzabili circa 2.400 litri di carburante nel serbatoio di riserva. Partirono lo stesso. C’era fretta, tanta, e nessuno aveva voglia di scaricare quella cosa dalla stiva per ripararla.
Il maggiore Charles Sweeney comandava la missione. Tre giorni prima Hiroshima era stata cancellata da Little Boy, l’arma all’uranio, e il Giappone non aveva ancora capitolato. La seconda bomba – Fat Man, tozza, panciuta, lunga poco più di tre metri – funzionava su un principio diverso: sessantaquattro cariche esplosive disposte a sfera che comprimevano un nucleo di plutonio fino a portarlo a densità critica. Implosione. Un meccanismo talmente delicato che a Los Alamos avevano preteso di collaudarlo nel deserto del New Mexico, il 16 luglio, prima di fidarsene.
Il fumo che salvò una città
Nella lista dei bersagli, quella mattina, Nagasaki compariva al secondo posto. L’obiettivo primario era Kokura, con il suo enorme arsenale militare sull’isola di Kyushu.
E qui entra in scena il tempo atmosferico, che di guerre non capisce niente ma spesso le indirizza. Il giorno precedente l’aviazione americana aveva incendiato la vicina Yahata, e il fumo degli stabilimenti siderurgici in fiamme si era steso su Kokura come una coperta sporca, mescolandosi a una foschia persistente. Le regole d’ingaggio erano tassative: sgancio a vista, mai col solo radar. Sweeney fece tre passaggi sopra la città. Tre. Il bombardiere Kermit Beahan non riuscì mai a inquadrare il punto di mira, mentre la contraerea cominciava a farsi precisa e il carburante scendeva. In Giappone esiste ancora un modo di dire per queste cose: la fortuna di Kokura.
Virarono verso sud-ovest. Restava un’ultima possibilità, e neanche tanto promettente, visto che pure su Nagasaki la copertura nuvolosa toccava i nove decimi.
Undici e zero due
Poi, per un caso che ancora oggi fa venire i brividi a leggerlo, uno squarcio tra le nubi. Beahan gridò di averlo visto. Sganciò.
Fat Man esplose alle 11:02 ora locale, a 503 metri dal suolo, sopra la valle di Urakami: circa tre chilometri a nord-ovest del punto previsto, che era il centro commerciale e portuale della città. Potenza stimata, ventuno chilotoni, quasi il doppio di Hiroshima. Nel raggio di poche centinaia di metri dall’ipocentro la temperatura superficiale superò i 3.000°C, l’asfalto ribollì, le tegole di ceramica si vetrificarono. L’onda d’urto spazzò via tutto con raffiche di oltre 1.000 chilometri orari.
Eppure – e non è un paradosso da poco – Nagasaki subì danni inferiori a quelli di Hiroshima. Il motivo è geografico e forse banale: le colline che chiudono la conca di Urakami fecero da scudo, contenendo l’energia in un corridoio stretto invece di lasciarla espandere sulla pianura. Chi stava dietro un crinale si salvò. Chi stava dentro la valle, no.
Dentro la valle c’era il quartiere cattolico. La Cattedrale di Urakami, la più grande dell’Asia orientale, si trovava a poco più di cinquecento metri dall’ipocentro e crollò con i fedeli riuniti per la confessione della vigilia dell’Assunzione. Un’ironia che ha sempre disturbato gli storici: la comunità cristiana giapponese, quella dei kakure kirishitan sopravvissuta a due secoli e mezzo di persecuzioni clandestine, venne quasi annientata da un ordigno costruito in un Paese cristiano. Nello stesso avvallamento lavoravano gli impianti Mitsubishi: acciaierie, cantieri navali, la fabbrica che aveva prodotto i siluri usati a Pearl Harbor.
I numeri e le persone morte
Le stime parlano di 35.000-40.000 morti sul colpo e di circa 70.000 entro il dicembre di quell’anno, contando ustioni, traumi e sindrome acuta da radiazioni. Cifre approssimate, per forza: gli archivi anagrafici bruciarono insieme agli uffici che li custodivano.
Tra i sopravvissuti c’era Tsutomu Yamaguchi, ingegnere navale in trasferta a Hiroshima il 6 agosto. Ustionato, con i timpani perforati, prese il treno e tornò a casa. A Nagasaki. Il 9 agosto stava raccontando al suo capoufficio, che non gli credeva, di un lampo capace di distruggere una città intera. Poi la finestra si illuminò di nuovo. Il Giappone lo ha riconosciuto ufficialmente nel 2009 come unico doppio sopravvissuto: morì l’anno seguente, a novantatré anni.
Il 15 agosto la voce registrata dell’imperatore Hirohito annunciò alla radio la resa, con una formula così aulica che molti ascoltatori faticarono a decifrarla. La firma arrivò il 2 settembre, sul ponte della corazzata Missouri, nella baia di Tokyo.
Quello che è rimasto
Oggi nel Parco della Pace una colonna nera segna l’ipocentro. Poco distante resiste un torii con una gamba sola, quello del santuario Sanno: l’onda d’urto ne portò via metà e l’altra metà è ancora lì, in equilibrio, che nessuno ha mai voluto raddrizzare. Accanto, un canforo secolare carbonizzato ha ricominciato a mettere foglie negli anni Cinquanta.
Gli hibakusha, i sopravvissuti, hanno un’età media che ormai supera gli ottantacinque anni. Nel 2024 il premio Nobel per la pace è andato a Nihon Hidankyo, l’organizzazione che li riunisce da settant’anni, per la testimonianza sistematica del tabù nucleare. In poche parole: finché qualcuno può dire “io c’ero”, quel tabù regge. Quando l’ultimo se ne andrà, resteranno solo i libri. E i libri, si sa, si leggono con meno urgenza di una voce che trema.
