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Neve a Milano che imbianca il Castello Sforzesco kj
Neve a Milano che imbianca il Castello Sforzesco.

Una neve sempre più al limite

La neve in Pianura Padana non è sparita, ma è diventata più rara, più breve e più spesso “al limite”, mentre gli episodi davvero abbondanti restano eccezioni. Il 28 dicembre 2020 a Milano caddero circa 17-20 centimetri in centro e di più in periferia. Nevicò su quasi tutto il Nord-Ovest padano, e le nevicate successive sull’area prealpina, protrattesi fino all’Epifania 2021, rappresentano l’ultimo evento di quel rango sul settore nord-occidentale del Nord Italia.

L’imbiancata dell’Epifania 2026 a Bologna, che vide pochi centimetri in periferia e una spolverata in centro, è stata invece un episodio molto minore. La neve cadde, però, anche sulla costa romagnola.

 

Quanto nevicava in passato

Le serie storiche mostrano un calo netto, soprattutto dopo il 1980.

  • Nella climatologia 1921-1960 la neve fresca annua era di circa 40-45 centimetri tra Pavia e Milano, di circa 45 centimetri attorno a Torino e di circa 42 centimetri a Bologna; sulla fascia costiera adriatica si scendeva sotto i 10 centimetri. I giorni con almeno 1 centimetro al suolo erano meno di 5 dalla costa,  tra 5 e 10 a Milano e Piemonte.
  • A Milano la media nivometrica 1960-1990 è indicata attorno ai 25 centimetri in città (fino a circa 30 nell’hinterland), con 5-6 giorni di nevicate all’anno. Le stagioni oltre i 90 centimetri, relativamente frequenti fino agli anni Cinquanta, dopo il 1947 si riducono a due episodi noti: il 1978 e il 1985, quest’ultimo con 70-90 centimetri in città. Fonti varie stimano un dimezzamento della frequenza rispetto agli anni Cinquanta-Settanta e un accumulo medio sceso sotto i 10 centimetri negli ultimi decenni.
  • A Padova, su una serie lunga tre secoli (1725-2024), i giorni nevosi sono passati da 10,4 all’anno nel periodo 1785-1814 a 4,4 nel 1995-2024: quasi la metà. Le ondate di freddo di almeno 3 giorni sono calate del 69% sull’intera serie, mentre quelle di almeno 7 giorni sono quasi scomparse.
  • Sulle Alpi, lo studio di Bozzoli e colleghi (International Journal of Climatology, 2024, Eurac Research e Università di Trento, 46 stazioni, 1920-2020) rileva un -34% di neve fresca sull’arco alpino e quasi -50% sul versante sud-occidentale, quello italiano. Il calo è massimo sotto i 2000 metri e dopo il 1980. Le precipitazioni invernali non sono diminuite, anzi in alcuni settori sono leggermente aumentate: a trasformare la neve in pioggia è stato l’aumento termico, pari a circa +0,15°C per decennio.

Il limite delle nevicate sale di circa 150 metri per ogni grado di riscaldamento. In pianura, dove durante le precipitazioni si è già vicini a 0°C, quel grado fa la differenza tra accumulo e pioggia.

 

Perché la neve non si ripete più “come una volta”

Il meccanismo classico della Val Padana è il cuscinetto freddo. La conca chiusa da Alpi e Appennini intrappola aria densa al suolo: con l’alta pressione, notti serene e poco vento si forma un’inversione termica, e uno strato di 500-800 metri sotto zero può resistere anche all’arrivo di aria più mite. La nevicata tipica è da sovrascorrimento: la perturbazione atlantica o mediterranea scorre sopra il freddo intrappolato e la neve arriva in pianura finché il cuscinetto non viene eroso da scirocco, libeccio o foehn.

Quel meccanismo esiste ancora e, quando si forma, il cuscinetto continua a reggere, ma la finestra in cui è abbastanza spesso e coincide con una perturbazione si è ristretta. Le cause, coerenti tra studi e osservazioni, sono queste.

  • Aumento della temperatura media. In Italia le temperature medie sono salite di circa 0,4°C per decennio dal 1981 (ISPRA). A Milano l’aumento secolare è di circa 2°C, con le massime invernali tra i segnali più forti e i giorni di gelo in netto calo. Il cuscinetto si forma più tardi, è meno profondo e viene eroso prima. Quando la colonna d’aria è vicina allo zero, la neve è bagnata e pesante e spesso gira in pioggia dopo poche ore, soprattutto in città a causa dell’isola di calore.
  • Meno irruzioni continentali utili. Le avvezioni dai Balcani e da est, che un tempo alimentavano il cuscinetto, sono meno frequenti o restano confinate più a nord. Lo studio padovano lega la scarsità di neve dal 1966 sia all’aumento termico sia a un minor numero di configurazioni sinottiche favorevoli: in media servono circa 7 giorni “potenzialmente nevosi” in meno per perdere un giorno di neve effettiva. Sulle Alpi, dopo il 1980 la neve a bassa quota è diventata più dipendente dalle fasi negative di NAO e AO, con un Vortice Polare meno compatto. Un’alta pressione spesso ancorata sull’Europa occidentale tiene il freddo siberiano a est e lascia la pianura sotto flussi miti.
  • Perturbazioni rare o in condizioni termiche non da neve. Anche quando il freddo arriva, le sempre più rare perturbazioni invernali transitano spesso con il cuscinetto già assottigliato o con lo zero termico già risalito. Il risultato è pioggia in pianura e neve solo in collina, oppure un’imbiancata che non attecchisce.
  • Paradosso dell’intensità, non della frequenza. Per la relazione di Clausius-Clapeyron, un’atmosfera più calda trattiene circa il 7% di vapore acqueo in più per ogni grado. Se cuscinetto, irruzione e perturbazione coincidono, l’episodio può essere ancora intenso, come dimostra il dicembre 2020, ma quelle coincidenze sono più rare. Non c’è contraddizione con il Riscaldamento Globale: è la stessa fisica che produce piogge più violente d’estate, ma anche quelle grandi nevicate in giro per il Mondo di cui si sente parlare.

Il foehn resta un nemico locale del cuscinetto: può alzare la temperatura di una decina di gradi in poche ore e sciogliere l’eventuale neve al suolo.

 

Un sistema neve non si spento, ma è più fragile

Non è che “non nevichi più” : le condizioni che tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta portavano diversi giorni di neve e accumuli di qualche decina di centimetri a Milano, Torino o Bologna oggi si presentano meno spesso, durano meno e falliscono più facilmente al passaggio della perturbazione. Gli episodi del 2006, 2009, 2012, 2018 e 2020-2021 dimostrano che il sistema funziona ancora. La tendenza, documentata dalle serie di pianura e dallo studio alpino, va però verso eventi più rari e legati a una combinazione sempre più stretta di freddo al suolo e umidità al momento giusto.

 

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