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Inverno 2026-2027 ed El Niño da record: occhi su Gennaio e Febbraio

Il discorso su gennaio e febbraio non nasce da un nesso diretto «El Niño = gelo in Europa». Nasce da un ritardo stagionale, documentato ma debole, tra il picco del fenomeno nel Pacifico e la risposta del Vortice Polare.

 

Un El Niño molto forte, con il picco tra novembre e dicembre

Secondo la NOAA (aggiornamento del 10 settembre 2026) c’è oltre il 90% di probabilità di un El Niño «molto forte» tra autunno e inverno, e circa il 75% che il trimestre ottobre-dicembre superi ogni evento dal 1950. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale stima una probabilità vicina al 100% che persista almeno fino a dicembre-febbraio. Il picco è atteso tra novembre e dicembre, poi è previsto un calo graduale.

 

Perché si parla di fine inverno

La teleconnessione verso l’Europa cambia faccia nel corso della stagione.

  • A novembre-dicembre un El Niño forte tende a favorire una corrente a getto più zonale, con flusso da ovest-sudovest, NAO spesso positiva e un inverno mite, umido e ventoso sul Nord-Ovest europeo. La quota neve resta alta.
  • A gennaio-febbraio (a volte con strascichi a inizio marzo) aumenta invece la probabilità statistica di un indebolimento del Vortice Polare stratosferico e di un Sudden Stratospheric Warming (Stratwarming). Il motivo è fisico: El Niño modifica la convezione tropicale e lancia onde di Rossby che, con un ritardo di settimane, possono propagarsi in stratosfera e frenare il vortice. Dopo un SSW, l’effetto in superficie (blocco, NAO negativa, irruzioni di aria artica o continentale) arriva di solito 1-4 settimane dopo. Da qui la finestra di gennaio-febbraio.

È lo schema che emerge dai compositi storici (anche Copernicus/ERA5 distingue inizio e fine inverno) e che il Met Office richiama: nella seconda parte della stagione, dopo il picco di El Niño, il vortice può indebolirsi e la possibilità di uno SSW cresce. L’ECMWF segnala per il 2026/27 un rischio di disturbo intorno a fine dicembre-gennaio. Non è una previsione di gelo, è uno spostamento delle probabilità.

 

Cosa significa per Alpi e Pianura Padana, e non solo

Non è una garanzia di neve.

Le proiezioni stagionali di Copernicus, a settembre, indicano comunque un inverno mediamente più mite della norma su quasi tutta l’Europa. Il segnale di El Niño sul continente è indiretto, non lineare e spesso coperto da NAO, temperature del Nord Atlantico e stato del vortice: fattori poco prevedibili a mesi di distanza. I super El Niño del 1982/83 e del 2015/16 non hanno portato una stagione gelida; altri episodi (2009/10 e, in parte, 1939-42 sul Nord-Est europeo) sì. La variabilità tra un evento e l’altro è grande.

Se a gennaio-febbraio il vortice si rompe, l’aria fredda può scendere sull’Europa, sull’Asia o sul Nord America: dove, oggi non si può dire. Sulle Alpi un’irruzione abbassa la quota neve solo se arriva insieme all’umidità; una prima parte d’inverno mite e umida tende invece a regalare nevicate abbondanti solo in quota. In Pianura Padana, nel Nord Italia, serve una combinazione precisa: aria fredda (spesso da est o nord-est) e un minimo mediterraneo che porti umidità. Il solo freddo, senza questa sovrapposizione, non basta, e il livello termico di fondo più alto rende la neve in pianura più rara che in passato. Del resto, uno Stratwarming non significa automaticamente gelo in Italia.

 

In sintesi: gennaio e febbraio sono la finestra in cui, statisticamente, un El Niño forte alza un po’ le chance di un disturbo del vortice e quindi di qualche irruzione. È un’ipotesi di rischio, non una previsione di neve in valle o di una stagione alpina eccezionale. Chi lo presenta come certezza sta forzando un segnale che i centri stagionali, al momento, non trasformano in un inverno freddo.

 

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