Barcellona sott’acqua, l’ombra di una ciclogenesi tropicale nel Mediterraneo
A Barcellona è successo quello che speravo non accadesse ha detto il dottor Juan Jesús González Alemán. L’ipotesi a bassa probabilità – bassa perché nulla di simile era mai avvenuto prima – si è trasformata in realtà e ha allagato gran parte dell’area con accumuli pluviometrici spaventosi. Le immagini parlano da sole: ospedali con un metro e mezzo d’acqua all’interno, strade trasformate in canali, flussi impetuosi lungo le vie del centro. Impressionanti.
Tra il 3 e il 4 ottobre 2026 la stazione di Can Bruixa ha registrato circa 213 millimetri in 24 ore, il giorno più piovoso in città da quando esistono le serie storiche, cioè dal 1883. A Vilassar de Mar, sulla costa del Maresme, si è arrivati a 288 millimetri. Il fiume Besòs ha superato i 900 metri cubi al secondo. Il bilancio, per ora, è di almeno due morti e un disperso.
Solo poche ore prima il temporale stazionario aveva colpito più all’interno, con oltre 150 millimetri in due ore e mezza tra Albacete e Madrigueras, come abbiamo raccontato nell’articolo sull’alluvione in Spagna che ha sommerso Albacete. La Spagna orientale, insomma, è sotto assedio da giorni.
Le parole di González Alemán
Riporto quello che ha scritto stamani il dottor Juan Jesús González Alemán, dottore in Fisica, Meteorologo Superiore dello Stato e ricercatore dell’Agencia Estatal de Meteorología (AEMET), esperto di cicloni, moti convettivi, modellazione e dinamica atmosferica:
“Dopo più di 15 anni passati a studiare la meteorologia tropicale e i cicloni con caratteristiche tropicali, non avrei mai pensato di dire questo. Ci vorrà uno studio più approfondito, ma mi ronza sempre più in testa, guardando le animazioni del radar e del satellite e per ciò che suggerivano i modelli matematici, che l’episodio estremo che ha colpito la Catalogna nelle ultime ore sia più coerente con un processo di ciclogenesi tropicale (che non è ancora giunto al termine, sebbene sia da verificare), cioè con un vero tentativo di formazione di un ciclone tropicale a partire da un gruppo di temporali molto intensi. E questo non ha precedenti noti nel Mediterraneo. Non è stato e non è un medicane o un ‘mini uragano’ (qualcosa che, tra l’altro, fisicamente non esiste), né lo era ciò che appariva nei modelli matematici. Non rientra nel modello concettuale tipico del medicane mediterraneo: è qualcosa di diverso, un processo di formazione di un ciclone tropicale come quelli che avvengono ai tropici. Lascio qui sopra l’immagine satellitare di ieri, prima dell’ingresso sulla terraferma: se tolgo le linee costiere, qualsiasi esperto di meteorologia tropicale direbbe che appartiene ai tropici.”
Parole pesanti, scritte da chi i cicloni li studia da una vita.
Un segnale già visibile nei modelli matematici
Va detto che il ricercatore aveva acceso la spia prima dell’impatto. Nelle ore precedenti aveva segnalato uno scenario a bassa probabilità ma, a suo giudizio, senza precedenti nelle simulazioni: il modello matematico ad alta risoluzione AROME – e in parte anche altri modelli matematici – sviluppava un vero vortice convettivo, generato da temporali molto intensi, puntato sulla costa catalana e in pieno su Barcellona, con raffiche e precipitazioni definite “impressionanti”.
L’aspetto più sorprendente era un altro. In quota mancava un forzante rilevante, cioè una saccatura o una goccia fredda capace di innescare e guidare il sistema. Un fenomeno quasi puramente convettivo, quindi, e proprio per questo carico di incertezza. L’episodio non è partito da una DANA classica – la depressione isolata in quota che gli spagnoli conoscono fin troppo bene – ma da un sistema convettivo a mesoscala, nato in un contesto di alta pressione con un’umidità molto elevata negli strati bassi.
Il mare caldo come motore
Il meccanismo, spiegato da González Alemán sul suo blog e in alcune dichiarazioni riprese da Newtral, è tanto semplice quanto inquietante. Un mare più caldo fa evaporare più acqua e riscalda dal basso l’aria degli strati inferiori. Se il flusso dal mare persiste, i temporali si rigenerano di continuo sulla stessa zona, e questo spiega accumuli così alti in poche ore. “In un certo senso è un comportamento più proprio di una regione tropicale che delle nostre latitudini”, ha osservato.
È la differenza sostanziale rispetto al medicane, che nasce di solito da una depressione extratropicale preesistente e solo in un secondo momento acquisisce alcune caratteristiche tropicali, come il nucleo caldo e l’occhio. Qui il percorso sarebbe stato inverso: un ammasso di temporali che tenta di organizzarsi da sé in un ciclone, esattamente come accade sugli oceani tropicali. Lo stesso ricercatore ha tenuto a distinguere il caso da un suo lavoro precedente, firmato con colleghi statunitensi, sulla possibilità che i medicanes classici arrivino a comportarsi come veri uragani. Qui non si tratterebbe di quello, ma del processo puro di ciclogenesi tropicale avvenuto nel Mediterraneo. Serviranno studi approfonditi, e il caso aprirebbe un dibattito nuovo nella comunità scientifica.
Il presidente della Generalitat, Salvador Illa, aveva parlato in modo colloquiale di “miniuragano mediterraneo”. González Alemán ha respinto quella definizione: non si tratta di una questione di parole, ma di fisica dell’atmosfera.
Chi nega ha perso un’altra occasione per tacere
Un ricercatore dell’agenzia meteorologica di Stato spagnola scrive, nero su bianco, che nel Mediterraneo potrebbe essersi innescato un processo che finora conoscevamo soltanto ai tropici. Il Riscaldamento Globale sta cambiando le regole del gioco, e il mare che ci circonda ne è il primo testimone.
Cosa ci aspetterebbe in Italia
Il blocco dell’anticiclone dovrebbe dissolversi entro domani, lunedì 5 ottobre, e le piogge potrebbero essere importanti anche sull’Italia. Come spiegato nell’articolo sulle prime vere piogge autunnali dal 7 ottobre, il cedimento dell’alta pressione aprirebbe la porta alle perturbazioni atlantiche.
Tra martedì 6 e venerdì 9 le piogge tornerebbero sull’Italia: i primi fenomeni interesserebbero il Sud e poi si estenderebbero al Centro e al Nord. Il mare ancora eccezionalmente caldo resta il grande punto interrogativo, perché potrebbe alimentare temporali violenti e nubifragi già da martedì. Sull’intensità i modelli matematici non concordano: l’americano GFS vedrebbe rovesci sparsi, l’europeo ECMWF piogge intense e sparse per due o tre giorni, soprattutto al Nord-Ovest, come illustrato nel confronto sulle due visioni dei modelli matematici GFS ed ECMWF. In ogni caso, ottobre cambierebbe volto e l’autunno entrerebbe in scena con decisione, ma ancora non fresco come dovrebbe, con una componente calda, quella che è poi causa anche di eventi meteo estremi.
Quanto accaduto in Catalogna dimostra che, con acque così calde, anche una configurazione apparentemente innocua può degenerare in poche ore. Meglio non abbassare la guardia.
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