Ci avete mai fatto caso? Si esce di casa alle undici di sera, in piena estate, e l’aria è ancora pesante, quasi stagnante – come se il giorno non fosse mai finito davvero. Non è un’impressione: è fisica, pura e semplice. Il fenomeno si chiama isola di calore urbano e riguarda ormai la stragrande maggioranza delle città, dalle metropoli ai piccoli centri densamente costruiti, come raccontato anche nel recente approfondimento sulle isole di calore urbane in Italia.
Cos’è, in concreto, l’isola di calore
Il meccanismo, in fondo, è più semplice di quanto sembri. Le superfici artificiali – asfalto, cemento, mattoni, vetro – assorbono la radiazione solare durante il giorno molto più velocemente di un prato, di un bosco o di un campo coltivato. E qui sta il punto: assorbire non basta, il vero problema arriva dopo, quando bisogna restituire quel calore.
Un terreno naturale, ricoperto di vegetazione, disperde l’energia soprattutto attraverso l’evapotraspirazione: l’acqua evapora dalle foglie e dal suolo, sottraendo calore all’ambiente circostante. Un raffreddamento naturale, diciamolo, piuttosto efficiente. Le città, invece, hanno ben poca vegetazione e ancor meno superfici permeabili. Il risultato? L’energia solare viene immagazzinata nella massa dei materiali da costruzione e rilasciata sotto forma di calore per molte ore dopo il tramonto, come spiegato in dettaglio nell’articolo dedicato all’isola di calore urbana e ai 25 milioni di italiani coinvolti.
A questo si aggiungono altri fattori, tutt’altro che trascurabili: il calore prodotto da impianti di condizionamento, veicoli, industrie e riscaldamento domestico (il cosiddetto calore antropogenico), la scarsa ventilazione tra edifici alti e ravvicinati, e la riduzione dell’albedo, cioè della capacità delle superfici di riflettere la luce solare invece di assorbirla. Un asfalto scuro, ad esempio, può raggiungere temperature superiori ai 60°C in una giornata estiva, mentre un prato ben irrigato nelle stesse condizioni si ferma spesso attorno ai 30°C anche in queste giornate di calura estrema.
Cosa succede quando cala il sole
Ed è proprio la notte il momento in cui l’isola di calore urbano si manifesta con più forza, non tanto durante le ore più calde del pomeriggio. Può sembrare controintuitivo, ma è così: mentre le campagne circostanti si raffreddano rapidamente non appena il sole scompare, i centri urbani restano ostaggio del calore accumulato nelle ore precedenti.
Gli edifici, l’asfalto, i marciapiedi – tutta questa massa termica funziona come una sorta di batteria che si scarica lentamente. Il calore immagazzinato durante il giorno viene rilasciato nell’aria per gran parte della notte, impedendo alla temperatura di scendere quanto dovrebbe. In molte città europee, tra cui diverse località italiane, la differenza tra centro urbano e periferia rurale può superare i 5-7°C nelle ore notturne, con punte che in situazioni particolari arrivano anche oltre i 10°C. Queste differenze avvengono soprattutto dove il cielo notturno è limpido, per esempio, non osserviamo differenze così estreme in Pianura Padana e molti centri urbani italiani.
Le conseguenze si sentono con cosiddette notti tropicali, quelle in cui la temperatura minima non scende sotto i 20°C, o l’accentuazione di essere con valori termici minimi sopra i 25°C. Queste condizioni sono diventate un fenomeno ricorrente in gran parte delle aree metropolitane, soprattutto durante luglio e agosto, un tema affrontato anche nell’articolo sulle strategie per difendersi dal caldo urbano. Dormire diventa più difficile, il corpo non riesce a recuperare, e per le persone anziane o già fragili il rischio legato allo stress da caldo aumenta sensibilmente proprio nelle ore in cui ci si aspetterebbe un po’ di sollievo.
Un fenomeno che riguarda tutte le città, non solo le grandi metropoli
Si tende a pensare all’isola di calore come a un problema esclusivo delle grandi capitali – Roma, Milano, Parigi, Londra – ma in realtà l’intensità del fenomeno dipende più dalla densità costruttiva e dalla presenza di vegetazione che dalle dimensioni della città in sé. Un piccolo centro con poche aree verdi e un tessuto urbano compatto può sviluppare un’isola di calore proporzionalmente intensa quanto quella di una metropoli, come emerge anche dall’analisi dedicata all’isola di calore urbano nel contesto del cambiamento climatico globale.
Le strategie per mitigarla, per fortuna, esistono e sono note da tempo: aumentare la copertura arborea lungo strade e piazze, utilizzare materiali a elevata riflettanza per tetti e pavimentazioni, favorire i tetti verdi, ridurre il consumo di suolo. Interventi che richiedono tempo, certo, e investimenti non banali, ma che secondo diversi studi scientifici possono abbassare le temperature locali di alcuni gradi, con benefici concreti sulla salute pubblica e sui consumi energetici legati al condizionamento. Un esempio arriva anche dalle cronache più recenti sull’ondata di calore che ha investito la Val Padana, dove l’effetto dell’isola di calore si è fatto sentire con particolare intensità.
Con il riscaldamento globale che spinge verso ondate di calore sempre più frequenti e prolungate, capire come funziona l’isola di calore urbano non è più solo un esercizio accademico. È, semmai, una delle chiavi per progettare le città del futuro – o quantomeno per renderle un po’ più vivibili durante le notti d’estate.
Credit
- World Meteorological Organization (WMO)
- NASA Earth Observatory
- NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration
- Copernicus Climate Change Service (C3S)
- European Environment Agency (EEA)