Un archivio naturale di tempeste tropicali custodito per 5.700 anni
Nel cuore del Mar dei Caraibi, a circa 80 chilometri dalla costa del Belize e dalla capitale Belmopan, si apre il maestoso Great Blue Hole, un’enorme dolina marina situata nell’atollo di Lighthouse Reef. Il suo aspetto circolare e l’intenso colore blu lo rendono uno dei luoghi più affascinanti al mondo, soprattutto visto dall’alto, dove sembra un gigantesco occhio immerso nell’oceano.
Originatosi da una grotta calcarea il cui tetto crollò durante l’ultima era glaciale, il Great Blue Hole è oggi un sito protetto inserito nel patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, parte integrante della Belize Barrier Reef, seconda solo alla Grande barriera corallina australiana. Con i suoi 300 metri di diametro e 124 metri di profondità, è un autentico paradiso per gli appassionati di immersioni e, allo stesso tempo, un archivio geologico senza eguali.
Scoperti 694 cicloni nei sedimenti: aumento record negli ultimi 20 anni
Un’équipe scientifica internazionale, guidata dall’Università Goethe di Francoforte, ha recuperato una carota sedimentaria lunga 30 metri dal fondo della voragine, riuscendo a risalire a 5.700 anni di eventi climatici estremi. Analizzando questi strati, i ricercatori hanno identificato 694 tracce di cicloni tropicali, ognuna rappresentata da un accumulo di tempestiti, sedimenti più grossolani e chiari rispetto ai più fini depositati durante i periodi di “tempo buono”.
Secondo il professor Eberhard Gischler, la frequenza dei cicloni è aumentata gradualmente nel corso dei millenni, ma negli ultimi vent’anni si è verificata un’impennata drammatica e senza precedenti. Il fenomeno non può essere giustificato con le consuete fluttuazioni naturali, suggerendo un collegamento diretto con il riscaldamento globale indotto dall’attività umana.
Il ruolo della convergenza intertropicale e dell’era industriale
Il ricercatore Dominik Schmitt, coautore dello studio, ha sottolineato come un elemento chiave di lungo periodo sia stato lo spostamento verso sud della zona di convergenza intertropicale. Questo cambiamento influenza la posizione delle aree in cui si formano le tempeste nell’Oceano Atlantico, modificando la loro traiettoria e le zone in cui toccano terra nei Caraibi.
Nel periodo precedente all’epoca industriale, la frequenza dei cicloni si aggirava tra 4 e 16 eventi per secolo. Tuttavia, negli ultimi vent’anni, sono già stati registrati 9 eventi significativi, anticipando uno scenario futuro allarmante. Le proiezioni indicano fino a 45 tempeste o uragani in questa regione entro la fine del XXI secolo, superando di gran lunga la variabilità climatica naturale osservata negli ultimi 6.000 anni.
Rischi per le isole del Pacifico e impatti globali
L’intensificazione di questi fenomeni estremi, strettamente legata al cambiamento climatico in atto, minaccia in particolare le isole del Pacifico, che rischiano di essere sommerse a causa dell’innalzamento del livello del mare provocato dallo scioglimento dei ghiacci. Lo studio, pubblicato sulla rivista ScienceAdvances, rappresenta un allarme importante per comprendere le dinamiche storiche e future dei cicloni nei Caraibi, e offre un ulteriore strumento per analizzare le conseguenze dell’era industriale sul clima globale.