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Tempesta Vaia il ciclone nato in Africa che travolse le Alpi
Immagini satellitari del ciclone Vaia. Credit EUMETSAT.

A fine ottobre 2018 si osservava una vasta saccatura atlantica con una lingua di aria fredda che scende da nord e allungarsi su Francia, Penisola Iberica e Mediterraneo occidentale fino a toccare il Nord Africa. Visto così, quella che in meteorologia si chiama sinottica atmosferica, aveva le sembianze di uno dei tanti periodi di maltempo autunnali. Eppure da quella configurazione così normale per la stagione nascerà la tempesta Vaia, che il 29 ottobre colpirà duramente il Nord Italia e buona parte del Centro. Un evento meteo che è stato narrato anche da noi numerose volte, e che illustra quanto i contrasti termici del Mar Mediterraneo, terminologia che avete sentito migliaia di volte, può essere improvvisamente non solo violenta, ma persino devastante come fu Vaia.

 

Una depressione nata sotto l’Atlante

Tutto partiva tra Algeria e Tunisia, dove tra il 27 e il 28 ottobre una depressione poco profonda si formeva sottovento alla catena montusa dell’Atlante, cioè sul lato riparato delle montagne, là dove l’aria in discesa tende ad avvitarsi in un vortice. Le basse pressioni esplosive nord africane erano un classico degli autunno di un tempo, e causavano piogge importanti in tutta Italia, ma in questo decennio sono diventate una rarità. A darle energia a questa bassa pressione ci pensò il contrasto tra l’aria fresca atlantica a ovest descritta prima in discesa verso l’ovest algerino, e quella calda e umida africana a est, irrompendo in un Mediterraneo più caldo del normale di 2-3°C. Che dirvi, un mare che ancor oggi è caldo più della norma, ed è per tale motivo che mostriamo attenzione

C’è poi un ingrediente meno conosciuto, il fiume atmosferico, un corridoio lungo e stretto di vapore acqueo che dall’Atlantico tropicale attraverserà l’Africa per arrivare sull’Italia. Sarà proprio questo nastro di umidità, più dell’evaporazione dal mare, ad alimentare le piogge eccezionali dei giorni successivi.

 

Alghero e la grandine del 29 ottobre

Mentre il centro del ciclone risalirà a ovest della Sardegna, sull’isola passvano i temporali più violenti. Ad Alghero, tra le 7:15 e le 7:30 del 29 ottobre, cadeva una grandinata breve ma fuori scala, con chicchi stimati sui 5-6 centimetri, grandi come palline da tennis secondo le cronache del giorno, che rovinò parabrezza, carrozzerie e coltivazioni. Raffiche notevoli si registreranno anche nel resto dell’isola, come i 148 chilometri orari di Capo Carbonara. Qui in postazione lavoro non immaginavamo una tale violenza, anche perché tante volte abbiamo visto basse pressioni, come dire, esplosive, e non tutte poi causano fenomeni come Vaia, e per fortuna.

Vallata alpina devastata dalla tempesta
Devastazione dei boschi dovuti alla tempesta Vaia.

Perché Vaia diventerà un ciclone esplosivo

Nel corso della giornata la depressione si approfondirà con una velocità fuori dal comune, e qui si parla di ciclogenesi esplosiva, il cosiddetto ciclone bomba, che si ha quando la pressione al centro crolla in poche ore. Secondo il Consorzio LaMMA la caduta sarà di circa 20 ettopascal (hPa) in 18 ore, mentre l’Aeronautica Militare stimerà un calo vicino ai 25, e alle 18 UTC una boa di Météo-France nel Mar Ligure misurerà 975,4 hPa, un valore molto basso per il nostro mare. E già questo valore iniziò a portarci ad una situazione di allerta.

Il vero motore di questa bassa pressione era in quota, dove la corrente a getto – il flusso d’aria velocissimo che scorre nell’alta atmosfera – faceva da aspiratore e rinforzeva il vortice più di quanto faranno gli scambi di calore con il mare. Va detto che Vaia non sarà classificato un uragano e nemmeno un Medicane, ma un ciclone extratropicale come quelli tipici delle nostre latitudini, solo con un’intensità simile ai cicloni esplosivi dell’Atlantico. Il nome Vaia arriverà dalla Freie Universität Berlin, mentre in Francia lo chiameranno Adrian, ma la tempesta è la stessa.

 

Mareggiate, vento e acqua alta

Sul lato orientale del vortice soffieva uno scirocco fortissimo. In Liguria la boa di Capo Mele registrò un’onda massima di 10,31 metri e il porto di Rapallo subì danni pesanti, in Toscana le raffiche toccheraono i 158 chilometri orari a Monte Giovi, mentre nel Lazio un violento macroburst – una colonna d’aria fredda che precipita dal temporale e si allarga al suolo – colpì Terracina causando due vittime. A Venezia, alle 14:40, la marea salì a 156 centimetri a Punta della Salute, spinta da una tempesta di scirocco incanalata lungo tutto l’Adriatico.

 

Le foreste delle Alpi orientali

Il prezzo più alto lo pagheranno però le Alpi orientali, tra Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia, con venti oltre i 200 chilometri orari: l’ARPAV misurerà 192 chilometri orari sul Monte Cesen, mentre tra Cima Tognola e Passo Rolle si arriverà a 217 km/h. Il vento si accanirà sui versanti esposti e in poche ore abbatterà circa 42.500 ettari di bosco, pari a 8,5 milioni di metri cubi di legname, soprattutto abete rosso, il danno forestale più grande mai documentato nel nostro Paese.

Anche la pioggia fu eccezionale, ma non dove il vento soffiava più forte. A Malga Chiampiuz, in Carnia caddero 817 millimetri in tre giorni, l’equivalente di oltre un mese e mezzo di piogge autunnali.

 

Cosa restò di Vaia

Un Mediterraneo più caldo del solito avrà avuto il suo peso, anche se legare un singolo evento al Riscaldamento Globale richiede analisi specifiche che vanno oltre la semplice osservazione. Oggi i modelli matematici individuano con buon anticipo le condizioni favorevoli a un ciclone esplosivo, e Vaia resterà per tutti il caso di scuola con cui misurare le tempeste mediterranee dei prossimi anni.

 

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