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Alluvione di Firenze 1966
La tempesta del 1966 e l’Arno fuori dagli argini: cosa cambierebbe oggi

La configurazione meteo che fece esondare l’Arno

La fine di ottobre 1966 era stata molto piovosa sulla Toscana, ma con una configurazione tipicamente autunnale e particolarmente intensa si generò una vasta saccatura, ovvero un’area di bassa pressione che si estese dal Nord Africa sino alla Scandinavia. Era qualcosa di gigantesco, alimentato sul lato occidentale da aria artica e su quello orientale da un flusso di aria calda, ovvero lo scirocco. A est, intanto, un’area di alta pressione sui Balcani e sulla Russia ostacolava il passaggio verso oriente di questa bassa pressione, associata a una serie di nubi foriere di precipitazioni, e si andò così a creare quello che viene chiamato un fiume atmosferico.

Ne abbiamo visto uno anche lo scorso inverno: un fiume atmosferico partito dai Caraibi si portò sulla Penisola Iberica con precipitazioni eccezionali e coinvolse marginalmente anche il nostro Paese, dove si ebbero piogge sopra la media su parte del Centro e del Sud Italia, in Sardegna e in Sicilia. Nel 1966, in sostanza, arrivò un blocco di nubi estremamente piovose che raggiunse la Toscana. Nel frattempo la temperatura era salita, dopo che nel mese di ottobre aveva fatto anche freddo, con precipitazioni sopra la media, addirittura si parla del doppio rispetto alla norma. Era caduta parecchia neve, anche sotto i 1.000 metri di quota, su Alpi e Appennino: il flusso di aria calda innalzò lo zero termico e la pioggia cadde sulla neve, che cominciò a fondersi.

 

Le piogge torrenziali e la piena di Firenze

Tra il 3 e il 5 novembre arrivarono le precipitazioni torrenziali. Varie località registrarono picchi fino a 437 mm in quarantotto ore, mentre a Firenze in città caddero tra i 180 e i 200 mm, ma ciò che contava di più era la quantità media di pioggia caduta sul bacino dell’Arno, notevole: si parla di oltre 200 mm. La portata del fiume fu incredibile, circa 4.000 metri cubi al secondo, e la mattina del 4 novembre l’acqua straripò e allagò la città. I terreni erano ormai saturi, quindi tutta la pioggia caduta durante l’evento dovette per forza fluire verso i corsi d’acqua: non esondò solo l’Arno, ma moltissimi altri fiumi e torrenti della Toscana, interessata diffusamente da precipitazioni notevoli. Anche altre regioni del Nord Italia furono colpite e vissero situazioni alluvionali, come ricordato nella cronistoria delle grandi alluvioni di novembre.

 

Una tempesta perfetta ricostruita dai modelli matematici

Il Centro Meteo Europeo (ECMWF) ha pubblicato studi scientifici dedicati proprio all’alluvione di Firenze, considerata un evento di grande rilievo che ebbe un’eco mondiale: primo, perché Firenze rappresenta un patrimonio storico di valore universale, secondo, perché quella grande alluvione causò numerose vittime. Contemporaneamente fu colpita Venezia, dove si registrò l’acqua alta più elevata mai misurata, tanto che quella perturbazione fu considerata una vera e propria tempesta perfetta. I modelli matematici, utilizzando i dati di allora, hanno ricostruito con la massima precisione possibile cosa accadde in quei giorni. Va detto che le precipitazioni di massima intensità non caddero solamente sulla Toscana, ma su tutto il Nord-Est, dove ci furono alluvioni anche lontano dalla laguna.

 

Firenze oggi è protetta da una piena come quella del 1966

Tornando all’evento di Firenze, ci si chiede se la città potrebbe subire in futuro un’alluvione della stessa entità qualora si ripetessero precipitazioni come quelle del 3 e 4 novembre 1966. La questione ha uno scopo ben preciso, perché negli ultimi anni stiamo assistendo a piogge violente e più intense rispetto al passato, anche di quelle del 1966. Secondo vari studi il rischio oggi è ridotto rispetto a sessant’anni fa, ma non eliminato: la città dispone di maggiori protezioni idrauliche, dighe, sistemi di monitoraggio e opere per rallentare la grande piena dell’Arno, frutto di notevoli finanziamenti stanziati negli anni, anche di recente, tra il 2021 e il 2026, proprio per evitare una nuova esondazione. Il 30 settembre 2026 il Comune di Firenze ha annunciato il completamento degli interventi di protezione urbana finanziati con 15 milioni di euro dal PNRR, che riguardano oltre 4,5 km di sponde dell’Arno: sostanzialmente la città è stata protetta il più possibile.

Ciò non significa però che il sistema di difesa possa reggere a una piena di portata storica. Nel 1966 si parla di 4.100 metri cubi al secondo a Nave di Rovezzano, mentre nel centro città, a Ponte Vecchio, il sistema di protezione idraulica è dimensionato su 3.500 metri cubi al secondo: siamo molto vicini, ma restano opere importanti da completare e, secondo gli aggiornamenti che abbiamo reperito, alcune sono previste intorno al 2027 e altre al 2028. Firenze resta quindi esposta, perché l’Arno attraversa la città e il rischio di un’alluvione non è scomparso, anche se eventi come quello del 1966 sono, in teoria, molto rari.

 

Da Vaia al rischio idrogeologico in Italia

Bisogna ricordare che qualche anno fa la tempesta Vaia poteva mettere seriamente a rischio Firenze, e invece colpì duramente il Nord-Est Italia, segnatamente Trentino, Veneto e parte del Friuli. In montagna soffiarono venti da uragano, con raffiche di 200 e oltre chilometri orari, e milioni di alberi furono abbattuti, il tutto accompagnato da piogge torrenziali con quantitativi tra 200 e 300 mm sui rilievi.

L’Italia resta un Paese estremamente esposto al rischio idrogeologico: si calcola che oltre il 90% dei Comuni sia a rischio frane, soprattutto in concomitanza con periodi estremamente piovosi, e che le frane attive sul territorio nazionale siano circa l’80% di quelle attive in Europa, numeri che danno l’idea della grandezza del rischio.

 

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