Seguici su Google
Alluvione dei Genova dellOttobre 1970 ut
Alluvione dei Genova dell’Ottobre 1970

Tra il 7 e l’8 ottobre 1970 Genova e il suo hinterland furono travolti dall’alluvione più grave della storia recente della città. Non si trattò di una bomba d’acqua isolata, ma di una vera valanga di pioggia durata più di un giorno: un sistema temporalesco restò quasi fermo sul capoluogo ligure, con la visibilità ridotta a pochi metri, lampi continui e tuoni che non lasciavano tregua.

 

948 millimetri a Bolzaneto, un record ancora imbattuto

A Bolzaneto, in Val Polcevera, tra le 19 del 7 ottobre e le 17 dell’8 ottobre caddero 948 millimetri di pioggia. È tuttora il record italiano sulle 24 ore e, secondo diverse cronache, anche il primato europeo sullo stesso intervallo: in un solo giorno cadde all’incirca la pioggia che a Messina si raccoglie in un anno. Sui crinali sopravento – i versanti esposti in pieno al flusso umido – non c’erano pluviometri, e si è ipotizzato che lassù si siano sfiorati i 1100 millimetri in una ventina d’ore.

Sul centro e sulla Val Bisagno il dato ufficiale fu più contenuto, intorno ai 400 millimetri in 24 ore, ma bastò a far saltare un alveo in parte coperto. I 717,8 millimetri in 12 ore di Bolzaneto restarono il primato nazionale fino al 4 ottobre 2021, quando Rossiglione ne registrò 740,6 durante l’alluvione che sfiorò il record storico di pioggia; sulle 24 ore, invece, Bolzaneto non è ancora stato superato.

 

Torrenti in piena dal ponente alla Val Bisagno

I torrenti, asciutti fino a poche ore prima, esondarono in più punti. La sera del 7 ottobre, a ponente, il Leira ruppe gli argini a Voltri e uccise 13 persone. Nella notte fu la Val Polcevera a essere devastata. L’8 ottobre, nel pomeriggio, la piena più distruttiva arrivò dal Bisagno insieme al Fereggiano: l’acqua investì Marassi, Quezzi, Molassana, San Fruttuoso, Borgo Incrociati, Brignole e la Foce. In piena anche Sturla, Polcevera, Chiaravagna e Cantarena.

A complicare tutto intervenne il mare, una mareggiata impediva il deflusso alle foci e rigonfiava le acque verso la città, mentre dai versanti scendevano colate di fango e acqua e detriti invadevano garage e scantinati. A Quezzi crollò un’ala del complesso Gescal conosciuto come Biscione.

 

Il ponte di Sant’Agata e il bilancio delle vittime

Sul Bisagno, di fronte a Borgo Incrociati, cedette in parte il ponte di Sant’Agata. È un ponte medievale, spesso datato agli inizi del VII secolo e ricostruito dopo la piena del 1452, che corre sul tracciato dell’antica via Aurelia: non è romano, come a lungo si è detto. Delle cinque arcate ancora visibili ne crollarono due, e il manufatto restò isolato in mezzo all’alveo. Un’altra arcata cedette nelle piene degli anni Novanta.

Il bilancio più ricorrente nelle fonti è di 35 morti e 8 dispersi, per un totale di 43 vittime, con almeno 100 feriti e oltre 2000 sfollati. Alcune cronache contano 44 vittime e 9 dispersi: la differenza sta quasi solo nei corpi mai ritrovati. I danni furono stimati in circa 130 miliardi di lire; luce, gas e acqua mancarono per giorni, e circa 50.000 persone restarono senza lavoro. Oltre al capoluogo furono colpiti una ventina di comuni della provincia, e nell’entroterra il più danneggiato fu Masone.

 

Dalla siccità alla piena in poche ore

L’evento chiuse una lunga fase anticiclonica e secca, con temperature sopra la media fino ai primi di ottobre: terreni inariditi e letti dei torrenti e fiumi vuoti resero più brusco il passaggio alla piena. Lo spostamento verso nord dell’anticiclone delle Azzorre aprì la strada all’aria fredda atlantica e a un richiamo di scirocco molto umido, che i rilievi liguri trasformarono in temporali autorigeneranti. La sera del 7 la fase prefrontale colpì il ponente; l’8 i sistemi convettivi si ripresentarono sulla città e soprattutto sulla Val Bisagno.

Già il giorno dopo migliaia di giovani scesero in strada a spalare il fango: furono gli angeli del fango, sullo stesso schema di Firenze nel 1966. Fabrizio De André ne lasciò traccia in Dolcenera. Eventi dello stesso tipo, sulla stessa geografia urbana, tornarono il 4 novembre 2011 e il 9-10 ottobre 2014. Il record delle 24 ore di Bolzaneto, intanto, è imbattuto.

 

Le cause: scirocco, convergenza e un sistema rimasto fermo

Le cause furono quelle tipiche delle alluvioni lampo liguri, portate all’estremo dalla stazionarietà del sistema temporalesco autorigenerante. Come detto, sul finire della prima decade di ottobre l’anticiclone delle Azzorre si spostò verso latitudini più alte e lasciò affondare, verso la Spagna e la costa atlantica della Francia, un blocco di aria polare marittima. Una parte di quell’aria fredda traboccò sul Mediterraneo occidentale e innescò un intenso richiamo sciroccale: aria calda e molto umida risalì da sud lungo il Tirreno fino al Golfo Ligure. L’8 ottobre un blocco anticiclonico – un’area di alta pressione che sbarra la strada alle perturbazioni – tenne ferma la configurazione, così i sistemi convettivi si rigenerarono per più di 24 ore sullo stesso tratto di costa.

L’innesco locale è la convergenza del Golfo di Genova. Il flusso caldo e umido arriva da sud-est sul settore orientale del golfo. Sul settore occidentale scende invece aria più fredda, che ha attraversato la Val Padana da est a ovest, nel cuore del Nord Italia, e scavalca l’Appennino nel suo punto più basso. Lo scontro tra le due masse d’aria forma una linea di convergenza nei bassi strati, spesso parallela alla costa, ed è lì che partono i temporali. Se la linea non si sposta, la pioggia insiste sullo stesso bacino per ore.

 

La forzatura orografica e la ricostruzione con il modello matematico

A questo si somma la forzatura orografica. Alle spalle di Genova l’Appennino sale fino a circa 1500 metri nel giro di 10-20 chilometri dalla costa: il flusso meridionale, instabile e carico di umidità, è costretto a salire, si raffredda, condensa e scarica sul versante sopravento. È lo schema del temporale autorigenerante ligure, lo stesso del 1992, del 2010, del 2011 e del 2014. Nel 1970 cambiò soltanto la durata.

La ricostruzione ad alta risoluzione di Antonio Parodi, Giorgio Boni, Francesco Faccini e Guido Paliaga, ottenuta con il modello matematico WRF a 1,5 chilometri di risoluzione partendo dalla rianalisi ERA5 dell’ECMWF, distingue due fasi. La sera del 7 ottobre i temporali prefrontali colpirono il ponente, Voltri, Prà e Pegli: è l’esondazione del Leira. L’8 il blocco anticiclonico alimentò sistemi convettivi ricorrenti sulla città e soprattutto sulla Val Bisagno, mentre il picco pluviometrico, oltre 950 millimetri in 24 ore, fu a Bolzaneto, in Val Polcevera.

 

Terreni aridi e mareggiata, i fattori aggravanti

Due fattori aggravarono gli effetti, senza essere la causa della pioggia. La lunga fase anticiclonica e secca precedente aveva inaridito terreni e letti dei torrenti, così la risposta idrologica fu più brusca: un suolo indurito dalla siccità assorbe poco e lascia scorrere quasi tutta l’acqua in superficie. E una mareggiata concomitante impedì il deflusso in mare, rigonfiando Bisagno e Fereggiano verso Foce e Brignole.

 

Il confronto con l’alluvione del 27 settembre 1992

Il meccanismo è lo stesso, cambia la scala. Il 1992 è un evento della stessa famiglia del 1970, più breve, concentrato sul levante e sul Bisagno, e con un bilancio molto meno grave.

Il 27 settembre 1992 una perturbazione atlantica, legata a una circolazione ciclonica sulla Francia, richiamò un flusso meridionale teso e umido sulla Liguria. Nella notte soffiava lo scirocco e l’aria era afosa; i primi tuoni si sentirono a ponente verso le 8, e il picco arrivò tra le 11 e le 18. Sul bacino del Bisagno caddero circa 480 millimetri in dieci ore; un’altra rilevazione indica 428,8 millimetri in 24 ore, con una punta di 74,8 millimetri in un’ora.

Lo Sturla esondò verso le 18 e invase il piano terra di una palazzina in via Conforti: due morti, un bambino e la nonna. Il Bisagno tracimò alle 23:30 e allagò Marassi, via Canevari, Borgo Incrociati, piazza Galileo Ferraris e la zona di Brignole, dove a mezzanotte c’era circa mezzo metro d’acqua. Furono investiti anche Varenna e Leira, e il fango entrò nel seminterrato del Museo civico di Storia Naturale Giacomo Doria. Il sindaco Romano Merlo chiese lo stato di calamità. Cinque giorni prima, il 22 settembre, la stessa ondata di maltempo aveva già colpito il Savonese, tra Quiliano, Quazzola, Letimbro e Bormida, causando tre morti.

 

Nel 1970 la fase utile durò oltre 24 ore con il sistema fermo sulla città, mentre nel 1992 il picco si esaurì in circa 10 ore. Anche gli accumuli evidenziano due situazioni mereo diverse: allora 948 millimetri in 24 ore a Bolzaneto e circa 400 sulla Val Bisagno, nel 1992 circa 480 millimetri in 10 ore sul Bisagno e circa 429 in 24 ore in città. Nel 1970 esondarono Leira, Bisagno e Fereggiano, con Polcevera, Sturla, Chiaravagna e Cantarena in piena. Ventidue anni dopo furono soprattutto Bisagno e Sturla a uscire, affiancati da Varenna e Leira.

Cambiò anche la mappa dei quartieri colpiti. Nel 1970 furono ponente e centro-levante, da Voltri e Sestri fino a Marassi, Quezzi, Foce e Brignole. Nel 1992 il danno si concentrò sul levante e sulla bassa Val Bisagno: Sturla, Marassi, Borgo Incrociati e Brignole. Il divario più pesante resta quello umano. Il 1970 lasciò a Genova 35 morti e 8 dispersi e oltre 2000 sfollati, il 1992 2 morti e migliaia di alloggi e negozi allagati, senza un esodo paragonabile. Fuori città, nel 1970 furono colpiti una ventina di comuni, con Masone in testa. Il 1992 fu invece un evento regionale, che il 22 settembre aveva già colpito Savona causando tre morti.

 

Stessa meteorologia, durata e danni diversi

La meteorologia è la stessa. In entrambi i casi l’aria calda e umida da sud incontra aria più fredda in uscita dalla Val Padana, si forma la linea di convergenza del Golfo e i rilievi alle spalle della città forzano la salita. Nel 1970 un blocco anticiclonico tenne ferma la linea per più di un giorno, e i sistemi si rigenerarono prima sul ponente, poi sulla Val Bisagno. Nel 1992 il flusso era lo stesso, ma la perturbazione avanzava da ovest verso est e non restò inchiodata: l’intensità oraria fu alta, la durata no. Per questo le analisi di settore mettono il 1992 nello stesso schema del 2010 e del 2011, con accumuli dell’ordine dei 350-400 millimetri, e lasciano il 1970 come caso estremo di stazionarietà.

Anche la geografia del danno si sovrappone solo in parte. Borgo Incrociati, Marassi e il tratto coperto del Bisagno finirono sott’acqua in tutte e due le alluvioni: è la vulnerabilità urbana, non il caso. Nel 1970 però cedettero insieme ponente e centro, con il Leira che da solo fece 13 morti a Voltri, il crollo parziale del ponte di Sant’Agata e quello di un’ala del Biscione. Nel 1992 il colpo mortale arrivò dallo Sturla, e il Bisagno allagò senza ripetere quella distruzione strutturale. Il 1970 aveva già aperto il cantiere, rimasto a lungo sulla carta, dello scolmatore del Bisagno, il canale pensato per deviare in mare parte della piena prima del tratto coperto; il 1992 lo rimise in cima all’agenda.

Seguici su Google