Seguici su Google

pale eoliche gtr

Premesso che sono a favore del green, ma forse i conti non tornano. E se si volesse essere anche più aggressivi, il discorso andrebbe allargato ai pannelli solari, cioè a una produzione di energia elettrica massiva che, di fatto, delocalizza l’inquinamento. Chi segue il tempo ogni giorno sa bene quanto il sistema elettrico dipenda dal cielo: lo abbiamo visto con il crollo dell’eolico in Germania durante una lunga fase anticiclonica, quando l’alta pressione ha lasciato le pale immobili per giorni.

Stiamo vivendo il green power senza un progetto per il futuro. Questo appare, ad oggi. Un po’ come le vecchie centrali nucleari, utilissime al momento nella produzione di energia che non immette gas serra in atmosfera, ma che poi hanno prodotto incidenti gravissimi come quelli di Černobyl e di Fukushima.

La sintesi, fonti alla mano, è questa: eolico e solare sono nettamente più puliti dei combustibili fossili sul fronte del clima e dell’inquinamento in esercizio, ma non sono a impatto zero. Hanno un’impronta di materiali elevata, spostano altrove parte dell’inquinamento – estrazione e produzione, spesso in Asia – e devono fare i conti con un fine vita che cresce più in fretta della capacità di riciclo.

 

Pale eoliche, da dove arrivano i 43 milioni di tonnellate

Chi è contro il green power attacca con un messaggio molto condiviso in rete: entro il 2050 il mondo dovrà gestire 43 milioni di tonnellate di pale eoliche dismesse, l’Europa avrebbe introdotto un divieto di discarica e le pale finirebbero esportate dove la sepoltura è ancora consentita, come il Regno Unito. Conclusione del post: il Net Zero crea una montagna di rifiuti compositi e ha l’audacia di definirsi verde.

Il numero è reale, arriva da uno studio dell’Università di Cambridge firmato da Pu Liu e Claire Barlow, pubblicato nel 2017 sulla rivista Waste Management: circa 43 milioni di tonnellate di rifiuti di pale a livello globale entro il 2050, di cui il 40% in Cina, il 25% in Europa e il 16% negli Stati Uniti. Va però letto bene, non è un flusso annuo, ma il totale accumulato in oltre tre decenni.

Le pale sono realizzate in compositi termoindurenti – fibra di vetro o di carbonio legata con resina epossidica – progettati per resistere a lungo a vento, pioggia, grandine e raffiche. Proprio questa robustezza le rende ostiche da riciclare: non si fondono come l’acciaio e separarne i componenti in modo economico è complicato. Il resto della turbina è un’altra cosa. Torre in acciaio, fondazioni, rame e parti metalliche, cioè l’85-90% della massa, si riciclano già con tecnologie consolidate; le pale rappresentano il 10-15% difficile.

Nella pratica attuale gran parte delle pale dismesse finisce ancora in discarica o all’inceneritore. L’industria eolica europea, attraverso WindEurope, si è data un divieto autoimposto di conferimento in discarica a partire dal 1° gennaio 2026, con l’impegno a riusare, riciclare o recuperare il 100% delle pale. Austria, Finlandia, Germania e Paesi Bassi hanno già restrizioni o divieti sui compositi. Manca però un divieto legalmente vincolante a livello di Unione Europea, e si verificano esportazioni verso luoghi dove la discarica è ancora permessa, oltre a casi di smaltimento irregolare.

Le soluzioni esistono e avanzano: macinazione e impiego nei cementifici, pirolisi, processi chimici di nuova generazione, pale progettate fin dall’origine per essere riciclabili. Non sono però ancora prodotte diffusamente su scala industriale in tutto il Mondo. Il problema, insomma, è concreto e cresce con la flotta installata, anche se paragonarlo ai rifiuti del carbone o dell’edilizia è fuorvianete. Per inquadrare l’eolico nei suoi vantaggi e svantaggi bisogna guardare all’intero ciclo di vita, non a un solo componente.

 

Pannelli solari e inquinamento delocalizzato

Sul fotovoltaico l’impatto di produzione non è semplice: la purificazione del silicio richiede moltissima energia, servono sostanze chimiche e alcuni materiali critici, e la filiera è fortemente concentrata in Cina. Un pannello restituisce l’energia spesa per fabbricarlo – il cosiddetto tempo di ritorno energetico – in un periodo che va tipicamente da 1 a 4 anni, a fronte di una vita utile di 25-30 anni e oltre.

Le emissioni calcolate sull’intero ciclo di vita, secondo l’IPCC e gli studi armonizzati, restano nell’ordine di qualche decina di grammi di CO₂ equivalente per kilowattora: per il solare su larga scala la mediana si colloca spesso tra 40 e 50 grammi. Il carbone viaggia intorno agli 820 grammi, il gas a ciclo combinato attorno ai 490. Molto meno dei fossili, dunque, ma non zero.

Il rapporto congiunto di IRENA e del programma fotovoltaico dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, pubblicato nel 2016, stimava fino a 78 milioni di tonnellate di pannelli dismessi entro il 2050. Con la crescita esplosiva degli ultimi anni, gli scenari più ambiziosi arrivano a volumi cumulativi ben superiori, oltre i 200 milioni di tonnellate. Il riciclo recupera vetro, alluminio, argento e silicio e migliora di anno in anno, ma non è ancora diffuso; dove si ricorre a discariche improprie esiste il rischio di rilascio di metalli pesanti.

La delocalizzazione: il beneficio climatico si manifesta dove i pannelli vengono installati, in Europa come in Italia, mentre una parte dell’inquinamento – estrazione mineraria, raffinazione, assemblaggio – resta dove si fabbricano, soprattutto in Asia. C’è poi la variabile atmosferica: la resa segue nuvolosità e irraggiamento, ed è per questo che le previsioni meteo sono diventate parte integrante della gestione delle rinnovabili.

 

Il paragone con il nucleare, da Černobyl a Fukushima

Il nucleare ha emissioni di ciclo di vita molto basse, paragonabili all’eolico: la mediana indicata dall’IPCC è di circa 12 grammi di CO₂ equivalente per kilowattora. Il principio di funzionamento di una centrale nucleare è noto: il calore della fissione produce vapore, il vapore muove le turbine, senza alcuna combustione.

A Černobyl, il 26 aprile 1986, si sommarono un progetto sovietico difettoso – il reattore RBMK, privo di un contenimento adeguato – e gravi errori umani. La nube radioattiva si estese su buona parte del continente, con una ricaduta che raggiunse anche l’Italia.

Il disastro nucleare di Fukushima Dai-ichi è avvenuto l’11 marzo 2011 in Giappone, a seguito di un terremoto di magnitudo 9.0 e di un devastante tsunami. In questo caso mi meraviglia molto questo disastro, vista l’estrema vigilanza e prevenzione sismica giapponese. Cosa mi meraviglia: costruire una centrale in prossimità della costa, in un’area a fortissima sismicità, quindi esposta a quello tsunami che poi c’è stato.

La spiegazione tecnica esiste: le centrali sorgono sulla costa per disporre dell’acqua di mare necessaria al raffreddamento, scelta comune in tutto il mondo. Il rapporto dell’AIEA ha chiarito che le difese erano state dimensionate soprattutto sui dati storici di terremoti e maremoti, e che l’onda arrivata superò di gran lunga i valori di progetto. Il Giappone applica standard sismici tra i più severi al mondo, ma i margini per un evento di quella rarità si rivelarono insufficienti, e le lezioni apprese hanno portato a rinforzare con sbarramenti anti tsunami sugli impianti di mezzo pianeta.

Resta il capitolo scorie: i rifiuti ad alta attività sono concentrati e tecnicamente gestibili, tra stoccaggio, riprocessamento e depositi geologici, ma rappresentano una sfida politica e sociale di lunghissimo periodo. Le rinnovabili hanno il problema opposto: volumi di materiali molto più grandi, una produzione intermittente che richiede accumuli e riserve – con costi e impatti aggiuntivi – e un fine vita ancora in fase di programmazione, spesso poco trasparente in vari Paesi del Mondo.

 

Il progetto che manca

Chi è a favore del green ha ragione sul punto principale: sostituire carbone e gas con eolico e solare riduce drasticamente le emissioni di gas serra e l’inquinamento atmosferico in esercizio. Chi denuncia i conti che non tornano ha ragione su un altro fronte, perché in parallelo all’espansione non è stato costruito un sistema circolare. Riciclo di pale e pannelli, progettazione pensata per il recupero, filiera mineraria più responsabile, gestione dell’intermittenza: sono questi i tasselli assenti.

Non esiste una fonte magica. Il nucleare offre potenza continua a basse emissioni con compromessi diversi, tra costi di costruzione elevati, regolazione complessa e percezione del rischio. L’energia green di oggi è un miglioramento netto rispetto ai fossili, ma resta incompleta senza un piano serio per il fine vita. Espanderla in modo aggressivo senza far crescere allo stesso ritmo il riciclo e l’efficienza nell’uso dei materiali crea esattamente il problema che viene denunciato.

 

Credit

Seguici su Google