MeteoGiornale Production

Temporali dopo il caldo: perché diventano così violenti

Dopo giorni di afa la colonna d'aria accumula un'energia enorme: bastano una brezza, un rilievo o una saccatura per liberarla tutta insieme, con grandine, raffiche improvvise e piogge torrenziali.

Contents

Chi vive in Pianura Padana lo sa bene. Tre, quattro giorni di caldo appiccicoso, cielo lattiginoso, camicia che si incolla alla schiena già alle nove del mattino. Poi, verso il tardo pomeriggio, quella torre bianca che cresce a vista d’occhio sopra le prime colline e nel giro di mezz’ora scarica sulla città un diluvio con chicchi grossi come noci. Non è casualità, è fisica, e ha una logica piuttosto precisa, come mostrano i temporali di calore che esplodono sotto l’anticiclone africano.

Il serbatoio invisibile

L’aria calda e umida è un magazzino di energia. Ogni grammo di vapore acqueo che evapora dal suolo, dai campi irrigati, dal Mar Mediterraneo sempre più caldo, porta con sé il cosiddetto calore latente: energia immagazzinata che resta lì, silenziosa, finché quel vapore non torna a condensare in gocce. E quando condensa, la restituisce tutta in pioggia.

I meteorologi hanno un indice per misurarla, il CAPE – Convective Available Potential Energy – espressa in joule per chilogrammo. Valori sotto i 500 sono tipici di un pomeriggio tranquillo. Sopra i 2.000, e in certe giornate di luglio e agosto in Italia si arriva anche a 3.500, la faccenda cambia radicalmente: sono le condizioni che mettono cinque regioni sotto osservazione per la grandine grossa. Vuol dire che una bolla d’aria, una volta innescata, può salire fino a 12.000 o 13.000 metri di quota accelerando come un ascensore impazzito.

Il punto è che l’afa non è solo fastidio. È carburante.

Quando l’aria si sblocca

Qui arriva la parte controintuitiva. Nelle giornate più roventi, spesso, non succede niente per ore. Il cielo resta muto, qualche cumulo timido che si dissolve subito. Perché?

Perché in quota c’è quasi sempre uno strato di aria più calda e secca – l’inversione, quello che in gergo anglosassone chiamano CAP, il tappo – che schiaccia verso il basso ogni tentativo di risalita. Le nubi termiche partono, salgono per un migliaio di metri, sbattono contro quel soffitto e si arrendono. Nel frattempo, però, il sole continua a scaldare. L’energia si accumula. Il serbatoio si riempie.

Poi basta poco. Una brezza marina che risale la valle, la linea di convergenza tra due venti opposti, il fianco di una montagna che costringe l’aria a salire, l’arrivo di una saccatura che raffredda i 500 hPa di qualche grado. Il tappo salta, e tutto quello che era rimasto compresso viene liberato in un colpo solo.

Sono i temporali violenti e improvvisi che si formano in venti minuti e sembrano usciti dal nulla, quelli che colgono impreparati gli escursionisti sulle Alpi e i bagnanti sulle spiagge dell’Adriatico.

Insomma: più lungo è il periodo di caldo, più il tappo trattiene, più il conto finale può essere foriero di tempeste. Saperlo è importante perché tutto questo caldo sarà responsabile degli eccessi di maltempo che prima o poi verranno.

Il ruolo del vento in quota

L’energia da sola, però, non basta a spiegare i danni. Serve organizzazione, e quella la fornisce il wind shear, la variazione di intensità e direzione del vento tra il suolo e la media troposfera.

Se il vento è uniforme, la nube si autodistrugge: la pioggia cade dentro la corrente ascendente e la soffoca. Mezz’ora di vita, poi si spegne. Ma se tra i primi metri e i 6.000 metri di altezza c’è una differenza di 15 o 20 metri al secondo, la corrente ascendente si inclina, la pioggia cade fuori dal motore e la struttura si regge in piedi. Può durare ore. Può ruotare su sé stessa, diventando supercella, come nella sfuriata di celle rotanti con grandine grossa. Può allinearsi in una linea temporalesca lunga cento chilometri.

È esattamente ciò che accade nei giorni di transizione, quando una perturbazione atlantica scorre ai margini dell’anticiclone: sotto c’è l’aria tropicale rimasta a stagionare per una settimana, sopra corre un getto vigoroso. Il matrimonio peggiore possibile.

Grandine, raffiche e piogge lampo

Da lì in avanti, i guai arrivano in tre forme.

La grandine, prima di tutto. Correnti ascensionali oltre i 30 metri al secondo riescono a tenere sospeso un chicco abbastanza a lungo da farlo crescere strato su strato, come una cipolla. Diametri di 5 centimetri non sono più un’eccezione, e chiunque abbia visto una vigna del Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli dopo dieci minuti di grandinata sa cosa significa.

Poi il downburst. Nella parte medio-alta del temporale entra aria secca, che evapora parte delle gocce; l’evaporazione raffredda, l’aria fredda pesa e precipita verso il suolo a velocità impressionanti, poi si spande orizzontalmente. Raffiche oltre i 120 chilometri orari, alberi sradicati, tetti scoperchiati, come nelle notti segnate da temporali, grandine e colpi di vento. Nessun tornado, eppure i danni sembrano quelli.

Infine le piogge lampo. Un’atmosfera satura può rilasciare 80 o 100 millimetri in un’ora, cifre che nessuna rete fognaria urbana è progettata per smaltire: lo confermano i nubifragi attesi verso il fine estate.

Un clima più caldo, temporali più carichi

C’è una relazione fisica, la Clausius-Clapeyron, che dice una cosa semplice: per ogni grado di riscaldamento, l’atmosfera può contenere circa il 7% di vapore in più. Con un Mediterraneo che d’estate viaggia stabilmente sopra i 28°C, il Riscaldamento Globale non moltiplica necessariamente il numero dei temporali, ma ne alza il potenziale massimo. Meno eventi, forse. Più cattivi, quasi certamente.

Le statistiche continentali sulla grandine di grandi dimensioni, in effetti, vanno in quella direzione da almeno vent’anni.

Come si legge un pomeriggio a rischio

Nessuno pretende che il lettore consulti i radiosondaggi. Ma qualche segnale è alla portata di tutti. Un caldo che diventa opprimente e umido, senza vento. Cumuli che al mattino appaiono già netti e verticali, con contorni duri anziché sfilacciati. E quando arriva quel refolo improvviso, fresco, che precede il muro di pioggia? Non è sollievo. È il segnale che il temporale ha già iniziato a scaricare a terra tutto quello che ha in canna.

Credit