Una Valle Padana senza inquinamento resta, per ora, un traguardo da collocare fra 50 o forse 100 anni. Nel frattempo arrivano norme sempre più restrittive, alcune con basi scientifiche deboli, mentre veicoli di ogni tipo continuano a bruciare carburanti di origine fossile. E non solo loro: anche strutture all’apparenza innocue, come impianti di riscaldamento e attività produttive, alimentano la miscela.
Una grande stanza chiusa
La geografia è il vero problema più di qualsiasi ordinanza. Le Alpi a nord e a ovest, gli Appennini a sud: la pianura del Nord Italia è un catino aperto quasi solo verso l’Adriatico. Nel semestre freddo il vento soffia di rado e l’alta pressione favorisce l’inversione termica, cioè uno strato d’aria più mite in quota che fa da coperchio a quella fredda vicino al suolo. Le polveri sottili restano intrappolate e giorno dopo giorno si accumulano, fino a portare la pianura tra le zone più inquinate d’Europa. I meccanismi sono descritti bene anche in questa analisi sul perché la Valle Padana è così inquinata.
D’estate tocca all’ozono
Con il caldo cambia il protagonista, il sole intenso innesca reazioni chimiche tra ossidi di azoto e composti organici volatili, e si forma l’ozono troposferico, quello che respiriamo. Nulla a che vedere con il buco dell’ozono, che riguarda la stratosfera oltre i 15.000 metri di quota. Più si allunga la stagione calda, più si dilata il periodo in cui questo inquinante supera le soglie.
Nebbie di ieri, nebbie di oggi
La pianura inquinata non è una novità. Quando era poco abitata inquinava meno, ma d’inverno si bruciavano carbone e legna per difendersi da un clima assai più rigido. I celebri nebbioni del secolo scorso dipendevano da condizioni climatiche diverse e, soprattutto, dalle particelle inquinanti che fanno da nuclei di condensazione: il vapore acqueo si aggrega attorno a loro e la nebbia diventa più fitta e persistente.
Anche in epoca preindustriale, però, i nebbioni c’erano. Dove oggi sorgono periferie, capannoni e autostrade si estendevano foreste che rilasciavano umidità, insieme ad ampie zone paludose. E il clima era quello della Piccola Era Glaciale, tra il XIV e il XIX secolo: non una vera glaciazione, ma inverni ben più freddi di quelli attuali.
Cosa servirebbe davvero
Le misure adottate finora migliorano la situazione, ma non bastano a cambiarla. Per ripulire l’aria servirebbe un territorio quasi privo di auto, camion e furgoni a motore termico come li conosciamo, sostituiti da mezzi elettrici. Non è una presa di posizione politica: è una questione di emissioni. Lo stesso vale per le fabbriche che resteranno attive, chiamate a non rilasciare inquinanti in quella grande stanza chiusa che è la pianura, dove la cappa di e smog torna puntuale ogni inverno, rendendo la Valle Padana, l’area più inquinata e quindi malsana per la sua aria d’Europa, come vastità.
Credit
- Copernicus Atmosphere Monitoring Service, Extreme episode of particulate matter air pollution across Italy’s Po Valley
- European Environment Agency, Progress in improving Europe’s air quality, but further action needed on ground-level ozone