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      Home » Pirocumulonembo, la tempesta di fuoco. Cosa è, aree a rischio
      A La notizia del giornoA Scelta dalla RedazioneMeteo NewsWiki Meteo

      Pirocumulonembo, la tempesta di fuoco. Cosa è, aree a rischio

      Nasce dal calore delle fiamme, produce fulmini e vento e riesce ad appiccare nuovi roghi a chilometri di distanza: per la prima volta in Europa i vigili del fuoco hanno dovuto arrendersi e arretrare, passando dall'attacco alla difesa per proteggere case, strade e infrastrutture.

      Andrea Meloni
      Andrea Meloni
      Pubblicato: 28/07/2026
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      7 Min Lettura
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      Contents
      • Quando il fuoco si fabbrica il temporale
        • Cosa succede quando la nube prende vita
        • La Gironda ha visto la tempesta di fuoco perfetta
        • Sardegna del 1983
        • Perché se ne parla proprio adesso

       

      Quando il fuoco si fabbrica il temporale

      Durante certi incendi il fuoco genera un evento che fa paura. Quando il calore diventa così violento da spingere in alto una colonna d’aria rovente, satura di fumo, cenere e vapore acqueo. Quella colonna sale, sale ancora, si raffredda in quota e a un certo punto, proprio come farebbe un normale temporale estivo, si trasforma in una nube gonfia e minacciosa. Solo che non è nata dall’atmosfera, è nata dalle fiamme.

      Si chiama pirocumulonembo. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) preferisce il termine tecnico cumulonimbus flammagenitus, che tradotto suona più o meno come “generato dal fuoco”. La NASA, che lo studia dal 2016, gli ha affibbiato un soprannome meno accademico e decisamente più evocativo: il “drago che sputa fuoco”. Direi che rende l’idea, no?

      E il meccanismo, in fondo, è quello di sempre: l’aria calda sale, incontra strati più freddi, l’umidità condensa. Si mettere in moto non la forza del sole di mezzogiorno, ma un rogo immenso come quello francese di questi giorni, che divora ettari di bosco. Anzi, kmq come è accaduto nella regione di Boreaux.

       

      Cosa succede quando la nube prende vita

      Il guaio è che questa nube non si limita a stazionare in cielo inerme. Dentro di sé può sviluppare correnti verticali fortissime, e quando quelle correnti si scaricano generano venti erratici, imprevedibili, capaci di scagliare le fiamme in ogni direzione. In pratica il fronte del fuoco si allarga, accelera, rallenta e poi riparte da un’altra parte, senza logica apparente. E’ una tempesta di fuoco che viene dal cielo, è terrificante e devastante.

      La nube produce persino i fulmini. Un pirocumulonembo produce infatti anche scariche elettriche esattamente come un temporale, ma spesso senza pioggia. E quei fulmini, quando toccano terra, appiccano nuovi focolai anche lontano dall’incendio principale. E se ai fulmini ci aggiungiamo le braci sollevate dalle correnti ascensionali, che possono ricadere a chilometri di distanza, l’incendio si autoalimenta e si moltiplica. Un incendio che diventa incontrollabile. E’ per tale motivo che si è parlato, con poi smentita del sindaco, di evacuare l’enorme città di Bordeaux.

       

      La Gironda ha visto la tempesta di fuoco perfetta

      Ed eccoci alla notizia dell’ultimora: nel sud-ovest della Francia, nella regione della Gironda, un rogo divampato il 22 luglio ha fatto qualcosa che in Francia non si era mai visto. Le autorità hanno confermato la formazione di un pirocumulonembo attorno alla sera del 24 luglio: la prima volta documentata nell’intero continente. Ma attenzione, se ne era parlato già prima, ma non è documentato.

      A questo punto il fuoco è terrificante, nel bilancio diffuso alle 22:00 del 26 luglio 2026, la Prefettura parlava di circa 42.000 ettari percorsi dalle fiamme, 220.000 persone evacuate e 2.500 vigili del fuoco impegnati, con il supporto di mezzi aerei e reparti militari. Le fiamme hanno minacciavano da vicino Bordeaux.

      Éric Brocardi, portavoce della Federazione nazionale dei pompieri francesi, ha usato una parola che nei comunicati d’emergenza si legge di rado: “impossibilità operativa”. Tradotto dal linguaggio dei soccorsi, significa che l’incendio non poteva più essere attaccato di petto senza esporre le squadre a un rischio ingestibile. Si è passati, com’è giusto che sia, dall’attacco alla difesa. Proteggere case, strade, infrastrutture. E aspettare.

       

      Sardegna del 1983

      Chi conosce la storia dei nostri incendi sa che l’Italia, purtroppo, con il fuoco estremo ha già fatto i conti. E il ricordo più doloroso porta una data precisa: 28 luglio 1983. In quei giorni tuonò nel cielo torbido di fumo, probabilmente ci fu un pirocumulonembo.

      Quell’estate la Sardegna viveva un’ondata di caldo di proporzioni quasi bibliche. Per due settimane l’isola rimase schiacciata sotto un anticiclone africano tenacissimo, con temperature che nelle zone interne superarono di slancio i 40°C, sfiorando picchi vicini ai 47°C. Ospedali chiusi per il caldo, mortalità impennata, la campagna che bruciava a vista d’occhio. Uno scenario di calore estremo che, come raccontano le cronache di queste settimane, torna puntualmente a mettere in ginocchio la Sardegna.

      In quel contesto rovente si consumò la tragedia di Curraggia, sulla collina omonima a sud-ovest di Tempio Pausania, in Gallura, tra i comuni di Aggius e Bortigiadas. Le fiamme, partite dalla costa e spinte da un vento impetuoso, accerchiarono un gruppo di uomini che tentava di domarle. Nove persone persero la vita, quindici rimasero ferite. Andarono in fumo circa 18.000 ettari. Da allora, quel rogo resta il più letale nella memoria dell’isola, e ogni 28 luglio la Sardegna ricorda i suoi caduti.

       

      Perché se ne parla proprio adesso

      Fino a poco tempo fa il pirocumulonembo era considerato una roba da grandi distese disabitate. Lo si osservava soprattutto nelle immense foreste della Siberia e del Canada, dove incendi incontrollabili divorano interi chilometri quadrati di bosco e trovano, in condizioni meteo eccezionali, il carburante perfetto: siccità prolungata e caldo estremo. L’Australia resta il caso di studio più ricco: nel registro nazionale figurano 144 eventi dall’inizio dell’era satellitare, di cui ben 135 dopo il 2003.

      E qui sta il punto che preoccupa gli scienziati. Diversi studi collegano la crescente frequenza di questi fenomeni al Riscaldamento Globale: più instabilità atmosferica, vegetazione sempre più secca, ondate di calore più intense e ravvicinate. Ingredienti che, mescolati, rendono possibili “tempeste di fuoco” anche dove non se n’erano mai viste. La verdissima e oceanica Gironda ne è la prova più recente.

       

      Nessuno può prevedere con precisione dove nascerà il prossimo drago di fuoco, ovvero il pirocumulonembo. Ma capire in anticipo come si comporta può supportare la prevenzione delle tragedie.

       

      Credit

      • NASA
      • World Meteorological Organization
      • Copernicus Atmosphere Monitoring Service
      • Associated Press
      • NOAA
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