Se ci chiedessimo che fine abbia fatto il famigerato “Blob” oceanico, molti di noi penserebbero subito all’ Atlantico nordorientale, teatro di uno dei più noti episodi di ondate di calore marine. Ma a sorpresa – o forse no – il nuovo epicentro di questa inquietante realtà potrebbe trovarsi proprio nell’Atlantico. E no, non si tratta di un ritorno del “blob” in senso stretto, quanto piuttosto di una sua trasformazione. Una mutazione meteo-climatica sistemica, ormai impossibile da ignorare.
Mentre la comunità scientifica era intenta a monitorare le acque del Pacifico per la prossima La Niña , l’Atlantico settentrionale ha cominciato a mostrare sintomi di un riscaldamento anomalo: non più un evento isolato, ma una persistente intensificazione delle ondate di calore marine (Marine Heatwaves, MHW), che stanno ridefinendo gli equilibri oceanici e atmosferici in modo radicale.
Secondo i dati aggiornati ad APRILE 2025 dal NOAA Physical Sciences Laboratory, circa il 22% dell’oceano globale era interessato da MHW. Le zone più colpite? Atlantico nordorientale, Mare del Nord, Mar dei Caraibi, Mediterraneo e perfino i Mari Norvegesi. Non è più un’eccezione: è una condizione che si ripete, sempre più spesso.
Una ricerca pubblicata su Frontiers in Marine Science ha messo in evidenza come nel GIUGNO 2023, il Regno Unito sia stato investito da un evento breve ma intenso, durato 16 giorni, che ha lasciato il segno su gran parte dell’Atlantico nordorientale.
Se spostiamo lo sguardo verso l’equatore, le cose non migliorano. Una pubblicazione su Communications Earth & Environment rivela come dal 1982 a oggi, le ondate di calore nell’Atlantico tropicale siano aumentate di 5,1 volte in frequenza e di 4,7 in intensità. I dieci episodi più estremi si sono verificati negli ultimi vent’anni, con una crescente estensione spaziale. È una meteo-realtà che non può più essere derubricata a semplice oscillazione naturale.
Comprendere l’origine di questi eventi non è banale. Per capirlo, vale la pena riflettere sul cosiddetto “Blob” del Pacifico (2013–2016), causato da un blocco atmosferico stazionario – la famigerata Ridiculously Resilient Ridge – che impediva al calore di dissiparsi nell’atmosfera e tratteneva l’acqua calda in superficie. Una sorta di effetto serra oceanico.
Fenomeni simili sono oggi visibili nell’Atlantico, dove la configurazione atmosferica favorisce la formazione di anomalie termiche. La frequenza delle ondate di calore marine a livello globale è aumentata del 34% tra il 1925 e il 2016, con un’estensione media della durata del 17%, secondo studi pubblicati su Nature Climate Change.
E poi c’è l’Artico, che gioca un ruolo fondamentale: con l’aumento della temperatura e la perdita di ghiaccio marino, si altera la circolazione atmosferica, rendendo il sistema sempre più instabile. I legami tra Artico e Atlantico sono più stretti di quanto si pensasse, e questo influisce sul bilancio energetico dell’intero emisfero.
Nel cuore di questa trasformazione, troviamo la Circolazione Meridionale Atlantica di Ribaltamento (AMOC). Questo gigantesco nastro trasportatore di acqua calda e fredda gioca un ruolo decisivo nel sistema meteo-climatico mondiale. E sta rallentando.
Le ricostruzioni basate su pattern di temperatura, i cosiddetti “impronte digitali” del sistema climatico, suggeriscono che dal 1950 l’AMOC si sia indebolita di circa 3 ± 1 Sv, come riportato da Nature Geoscience. Il dato è ancora più inquietante se consideriamo una pubblicazione su Nature Communications, che fissa la data critica per un possibile collasso dell’AMOC al 2057, con un intervallo di incertezza che va dal 2025 al 2095. Uno scenario che si sta forse già materializzando?
Eppure, la scienza resta cauta. Uno studio pubblicato nel 2025 su Geophysical Research Letters avverte che alcuni segnali premonitori – i cosiddetti indicatori di Critical Slowing Down (CSD) – possono essere fuorvianti. In parole semplici? Potrebbero farci credere che un collasso sia imminente, anche se non lo è.
Un’altra variabile cruciale è la Calotta Glaciale della Groenlandia, la cui fusione rilascia acqua dolce che va a interferire con la densità dell’acqua marina, e quindi con il funzionamento dell’AMOC.
Nel 2024, secondo il National Snow and Ice Data Center, la Groenlandia ha perso “solo” 55 ± 35 Gt – la cifra più bassa dal 2013, complice una stagione insolitamente nevosa. Ma attenzione: si tratta di un’eccezione temporanea. Tra il 2016 e il 2021, si è assistito a un accumulo anomalo di fratture e crepacci: oltre 900 milioni di metri cubi di destabilizzazione strutturale, segnali di un sistema in difficoltà.
Le implicazioni di queste anomalie meteo non restano confinate ai grafici scientifici. Gli ecosistemi marini dell’Atlantico stanno collassando sotto la pressione del calore. L’evento estivo-autunnale del 2020 lungo la costa del Brasile, per esempio, ha causato lo sbiancamento dell’85% dei coralli pietrosi a Rio do Fogo, una tragedia silenziosa ma devastante.
Anche l’economia sente il colpo. Le ondate di calore del “Blob” pacifico avevano già portato alla chiusura anticipata delle industrie della pesca di granchi e vongole nella Costa Occidentale degli Stati Uniti, a causa della proliferazione di alghe tossiche. Uno scenario che rischia di ripetersi anche in Europa, con effetti a cascata sull’acquacoltura e le comunità costiere.
Va detto, con spirito critico, che non tutta la responsabilità è da attribuire all’uomo. Il ciclo di El Niño, l’Oscillazione Decadale del Pacifico e la Oscillazione Multidecadale Atlantica sono pattern naturali di lungo periodo che amplificano – o attenuano – gli effetti del riscaldamento antropico. Ma la sinergia con il cambiamento climatico sta potenziando i fenomeni oltre i limiti di resilienza degli ecosistemi.
Secondo gli scenari modellistici, se il riscaldamento globale continuerà al ritmo attuale, la Groenlandia potrebbe contribuire con diversi metri all’innalzamento del livello del mare nei prossimi secoli. Un futuro che non possiamo più considerare remoto.
Fonti scientifiche consultate
- Nature Communications
- Communications Earth & Environment
- Geophysical Research Letters
- Science Advances
- NOAA Physical Sciences Laboratory
- National Snow and Ice Data Center
- Frontiers in Marine Science
Questo mosaico meteo-oceanico in continua evoluzione impone un ripensamento radicale delle nostre politiche ambientali e una sorveglianza costante. Perché il “Blob atlantico” non è svanito: è diventato la nuova normalità.