
Alla fine di dicembre 1984, molto al di sopra delle nostre teste, si verificò un evento atmosferico che avrebbe lasciato il segno anche al suolo, perché quello che accade in alta quota prima o poi si ripercuote sugli strati più bassi dell’atmosfera. Si trattava di un fortissimo riscaldamento della stratosfera, il cosiddetto Stratwarming, cioè un aumento improvviso della temperatura nello strato compreso grossomodo tra 10 e 50 chilometri di quota sopra il Polo Nord.
Cosa accadde in alta quota a fine dicembre 1984
Negli anni abbiamo avuto altri riscaldamenti della stratosfera senza che ci fossero conseguenze di rilievo, ma nel gennaio 1985 la risposta dell’atmosfera fu di quelle che fanno storia. Il riscaldamento indebolì il Vortice Polare, la grande circolazione di venti che d’inverno tiene confinata l’aria gelida sull’Artico, e il freddo trovò così la strada per scendere verso le medie latitudini. Sono trascorsi ormai oltre quarant’anni, ma chi c’era ricorda bene un fenomeno di portata davvero ragguardevole, che ancora oggi viene preso come termine di paragone ogni volta che si parla di grande freddo.
Il gelo siberiano e la grande nevicata al Nord
Un’ondata di gelo proveniente dalla Siberia raggiunse il Mar Mediterraneo, dove trovò le condizioni ideali per generare addensamenti nuvolosi e fronti che portarono nevicate su quasi tutta l’Italia. Successivamente arrivò una forte perturbazione oceanica, rallentata nel suo moto verso est da un’alta pressione russo-siberiana, ed è proprio per questo motivo che chi fa il nostro mestiere segue con grande attenzione l’anticiclone russo-siberiano ogni volta che si affaccia sull’Europa orientale.
L’alta pressione continuava a pompare aria fredda verso ovest, mentre con la perturbazione affluiva aria più mite e umida, un contrasto – la ricetta classica delle nevicate abbondanti – che interessò soprattutto le regioni settentrionali. La neve cominciò a cadere anche in Toscana, dove nei giorni precedenti le temperature minime erano scese in alcune località sotto i -20°C, battendo ogni record storico di temperatura misurata, e in Sardegna la neve scese a quote basse, dopo essere scesa in pianura, sino a Cagliari.
Sul Nord Italia si abbatté poi la grande nevicata del 13-16 gennaio, enorme e storica a Milano, abbondante a Torino e a Bologna, mentre nevicate rilevanti interessarono Bergamo, Brescia, Lecco, Trento e tutto il Nord-Est. Il tutto avvenne con temperature inizialmente sotto 0°C, che poi gradualmente cominciarono a salire, ma intanto le città erano già sepolte dalla neve. Si creò una vera e propria emergenza, soprattutto nelle grandi aree urbane, dove in alcuni casi intervenne persino l’esercito per liberare le strade principali.
Un evento ripetibile anche con il clima che cambia
Eventi meteo del genere hanno tempi di ritorno molto ampi, cioè si ripresentano a distanza di decenni, e si sente dire spesso che con il cambiamento climatico non possano più succedere, però nessuno può saperlo con certezza. Negli ultimi anni, infatti, si parla sempre di più di un fenomeno chiamato amplificazione artica, ovvero il riscaldamento dell’Artico molto più rapido rispetto alla media del pianeta, che riducendo la differenza di temperatura tra Polo e latitudini medie rende la corrente a getto più lenta e ondulata, favorendo le discese di aria gelida verso sud. Sul tema la comunità scientifica non ha ancora una posizione unica, perché le osservazioni sembrano confermare questo legame mentre molti modelli matematici climatici faticano a riprodurlo.
Attualmente questi effetti, nelle stagioni invernali, sono ormai ricorrenti – nelle ultime annate – negli Stati Uniti d’America e in alcune anche nel Nord Europa, soprattutto in Scandinavia, coinvolgendo poi anche altri Paesi. Escludere eventi meteo di questa natura, a oggi, non è quindi possibile, anche se va considerata una temperatura di fondo più elevata rispetto al 1985, che renderebbe più difficile eguagliare certi record di freddo. Resta il fatto che gennaio 1985 è un mese da ricordare, e da raccontare a chi non c’era.
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