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Diciamocelo chiaramente: quando guardiamo fuori dalla finestra, usciamo, osserviamo gli strumenti meteo, le temperature, guardiamo le foto del passato che spesso appaiono nei social network, negli ultimi anni, l’inverno sembra diventato una copia sbiadita di sé stesso. Niente più stalattiti di ghiaccio che pendono dalle grondaie per settimane, niente cumuli di neve lasciata nei grandi parcheggi di auto che resistono fino a marzo in Pianura Padana. Eppure, la domanda serpeggia sempre, puntuale come una tassa, ogni volta che il calendario segna dicembre: il grande gelo è davvero un ricordo da archiviare nei libri di storia, o il “mostro” siberiano sta solo dormendo?

 

La risposta è complessa, affascinante e – spoiler – tutt’altro che scontata

La verità è che il serbatoio del freddo non è vuoto. Anzi. Se guardiamo a quanto sta accadendo proprio in queste settimane nelle sterminate pianure della Russia asiatica, lo scenario è quasi da manuale. L’inverno 2025 ha visto una copertura nevosa autunnale in Siberia decisamente superiore alla media. Parliamo di milioni di chilometri quadrati di bianco che riflettono la luce solare (effetto albedo) e permettono al suolo di raffreddarsi in modo brutale, creando quel “cuscinetto” di aria gelida e pesante che è la base dell’Anticiclone Siberiano.

Insomma, la materia prima c’è. L’aria gela, le temperature crollano a -40°C o -50°C in Jacuzia già a dicembre. Il freezer è acceso e ben rifornito. Ma allora perché in Italia ci troviamo spesso a commentare giornate di miti e il sole che spacca le pietre?

Tutto dipende dal “corriere”, ovvero dalla circolazione atmosferica. Avere il freddo in Siberia è condizione necessaria, ma non sufficiente. Affinché quel gelo percorra cinquemila chilometri in “retromarcia”, ma anche molto meno in gennaio, (da est verso ovest) e colpisca l’Europa e il Mediterraneo, serve un incastro di eventi quasi perfetto. Serve che il flusso zonale atlantico – quei venti miti che soffiano da ovest – si blocchi. Serve un’alta pressione che si elevi come un muro verso la Scandinavia o la Groenlandia, costringendo l’aria gelida a scivolare sotto, verso di noi.

 

L’effetto paradosso: quando il caldo chiama il freddo

Qui entra in gioco un attore protagonista che sta cambiando le regole del gioco: l’Amplificazione Artica. È un concetto che spaventa un po’, ma in realtà spiega benissimo il paradosso dei nostri tempi. Il Polo Nord si sta scaldando molto più velocemente del resto del pianeta (e questo è un fatto). La differenza di temperatura tra l’Artico e l’Equatore si riduce e, di conseguenza, la Corrente a Getto – quel fiume d’aria che scorre in alta quota – perde velocità.

Immaginate un fiume che rallenta: inizia a fare anse, meandri, curve larghe. Ecco, la Corrente a Getto fa la stessa cosa. Diventa “ondulata”.

Queste onde ampie favoriscono i blocchi atmosferici. In pratica, aumentano le possibilità che una massa d’aria (calda o fredda che sia) resti “inchiodata” sulla stessa zona per giorni o settimane. È il motivo per cui abbiamo ondate di calore estive interminabili, ma è anche il meccanismo che può scaraventarci addosso il gelo artico in pieno riscaldamento globale.

Studi recenti suggeriscono che la riduzione del ghiaccio marino nel Mare di Barents-Kara – a nord della Russia – potrebbe favorire la formazione di alte pressioni proprio sugli Urali. Questo pattern è un’autostrada preferenziale per il gelo verso l’Europa. Quindi sì, il mondo si scalda, ma paradossalmente questo potrebbe rendere i movimenti delle masse d’aria più lenti e persistenti, inclusi quelli gelidi.

 

I fantasmi del passato: 1929, 1956, 1985

Chi ha vissuto il 1985 o il 2012 ricorda bene cosa significa quando l’ingranaggio gira nel verso giusto. Il silenzio ovattato della neve, le città paralizzate. Gli episodi storici – dal mitico 1929 al terribile febbraio 1956 – avevano tutti una matrice comune: un potente anticiclone termico russo-siberiano e un blocco atlantico duraturo.

Oggi, però, c’è una differenza sostanziale. Il “fondale” su cui questi eventi si innestano è cambiato.

Immaginiamo di avere la stessa identica configurazione barica del 1956, traslata però nel 2026. L’aria partirebbe gelida dalla Siberia, certo. Ma viaggerebbe su un continente e su mari mediamente più caldi rispetto a settant’anni fa. Arriverebbe in Italia magari “addolcita” di quel grado o due che fa la differenza tra una nevicata storica in pianura e una pioggia mista a neve fastidiosa.

Le analisi delle serie storiche a 850 hPa (circa 1500 metri di quota, la “quota regina” per i meteorologi) ci dicono che le ondate di freddo estreme non sono scomparse, ma faticano di più a battere i record assoluti di minima. I -20°C in Pianura Padana? Molto più difficili oggi, anche a causa dell’isola di calore urbana che abbiamo costruito. Tuttavia, eventi “tipo 2012” o “tipo 2018” (il famoso Burian di fine febbraio) restano dinamicamente plausibili.

 

Cosa aspettarci dal futuro (e dal presente)

Guardando all’inverno 2025-2026 e a quelli futuri, dobbiamo abituarci a una nuova normalità fatta di estremi nevosi. Non avremo, probabilmente, mesi interi di ghiaccio come accadeva nella Piccola Era Glaciale o a metà Novecento. Quello stile di inverno – statico, monolitico – è sempre meno probabile statisticamente.

Ciò che rischiamo, invece, sono “schiaffi” violenti e concentrati. Irruzioni che durano magari 5-7 giorni, ma che arrivano con una cattiveria inaudita proprio perché frutto di quei blocchi atmosferici esasperati dall’Amplificazione Artica. Il freddo, quando arriverà, troverà un Mediterraneo molto più caldo (energia pura), innescando potenzialmente nevicate (il cosiddetto ASE – Adriatic Snow Effect o i minimi tirrenici) molto più intense e rapide del passato.

In effetti, non serve che arrivi l’aria del 1929 per mandare in tilt il nostro sistema. Bastano pochi giorni di gelo vero in un contesto a cui non siamo più abituati.

Le proiezioni stagionali e gli indici teleconnettivi (come la NAO, l’Oscillazione Nord Atlantica) restano il faro nella nebbia. Se la NAO va in negativo e si forma un blocco in Atlantico, il “portellone” siberiano può aprirsi ancora. E con l’innevamento attuale in Asia, la materia prima non manca.

In conclusione, decretare la morte del “Generale Inverno” è prematuro e scientificamente scorretto. Il Generale è invecchiato, forse è più acciaccato e pigro a causa del clima che cambia, ma ha ancora in canna colpi formidabili.

La possibilità di eventi di freddo estremo rimane una realtà fisica del nostro sistema climatico, però ora avvengono in un teatro più caldo, rendendo la previsione una sfida ancora più sottile tra fisica dell’atmosfera e statistica del caos.

 

Fonti e approfondimenti internazionali:

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