Non ci sono buone notizie per quanto riguarda il buco dell’ozono. Dal grafico che vi mostriamo qua sotto si nota uno sviluppo inizialmente simile a quello registrato negli ultimi decenni, ma con un’estensione che, nella prima metà di settembre, si è mantenuta al di sopra della media. Alla fine di agosto l’area interessata ha raggiunto circa 15 milioni di chilometri quadrati, una superficie superiore a quella dell’intero continente antartico. Si tratta di una soglia toccata leggermente in anticipo rispetto al consueto, in modo simile a quanto avvenuto nel 2025, quando la stessa estensione era stata raggiunta il 30 agosto.
Ma ecco il problema
Nella prima metà di settembre, purtroppo, il fenomeno ha registrato una rapida crescita. Il 12 settembre l’area interessata ha raggiunto circa 25 milioni di chilometri quadrati, vale a dire circa 5 milioni di chilometri quadrati in più rispetto alla media osservata normalmente in questo periodo dell’anno. Stiamo parlando di circa il 25% in più, una quantità decisamente ragguardevole se consideriamo che si tratta di superfici enormi.
Da che cosa deriva questo fatto
La formazione e l’evoluzione del buco dell’ozono sono strettamente legate alle condizioni meteo della stratosfera. Durante l’inverno australe, le temperature molto basse permettono la formazione diffusa delle nubi stratosferiche polari. Queste nubi contribuiscono ad attivare reazioni chimiche che accelerano la distruzione dell’ozono da parte dei composti alogenati. Ricordiamo che al Polo Sud siamo nella cosiddetta primavera australe e le giornate si stanno allungando.
Non tutti gli indicatori, però, mostrano valori superiori alla media. Alcuni parametri utilizzati dal CAMS per valutare lo stato dello strato di ozono, tra cui la concentrazione minima di ozono all’interno dell’area interessata e il deficit complessivo della massa di ozono, sono rimasti vicini ai valori medi storici. Brutte notizie, quindi, solo a metà. Una variabilità interannuale è comunque plausibile, e quello che conta è analizzare il lungo periodo.
Ricordiamo che…
Lo strato di ozono svolge un ruolo assolutamente essenziale per la vita sulla Terra, perché assorbe gran parte delle radiazioni ultraviolette provenienti dal Sole, riducendo l’esposizione degli esseri viventi a radiazioni dannose. Per decenni, con l’uso indiscriminato dei cosiddetti clorofluorocarburi, si è creato un forte assottigliamento in zona antartica.
Il record storico di estensione è stato registrato il 9 settembre 2006, quando l’area raggiunse 29,6 milioni di chilometri quadrati. Negli ultimi anni, fortunatamente, sono stati osservati diversi episodi caratterizzati da estensioni più contenute e da una durata inferiore, elementi compatibili con un progressivo recupero dello strato di ozono. Il dato isolato di questo 2026 non deve essere preso come un’inversione di tendenza. Per fortuna, da oramai vent’anni l’andamento di lungo periodo sta mostrando segnali positivi, grazie anche alle politiche internazionali che hanno vietato i cosiddetti CFC. Resta comunque importante il monitoraggio nei prossimi mesi e negli anni successivi, per capire se effettivamente questo problema si stia avviando lentamente verso una soluzione positiva.
Credit
Copernicus Atmosphere Monitoring Service – Ozone hole reaches notable threshold early again as area increases above average in 2026
Copernicus Atmosphere Monitoring Service – Protecting the Earth’s natural shield: the ozone layer
EU Space Support Office – Tracking the Antarctic ozone hole in the second half of 2026
NASA – 2023 Ozone Hole Ranks 16th Largest, NASA and NOAA Researchers Find
NASA Science – NASA Observes the Antarctic Ozone Hole