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      Home » Hiroshima, 81 anni dopo: quante bombe atomiche ci sono nel Mondo
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      Hiroshima, 81 anni dopo: quante bombe atomiche ci sono nel Mondo

      Ottantuno anni fa una sola bomba cancellò una città in pochi secondi: oggi negli arsenali del mondo se ne contano oltre dodicimila, sempre pronte all'uso.

      Andrea Meloni
      Andrea Meloni
      Pubblicato: 06/08/2026
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      11 Min Lettura
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      Immagine rappresentativa generata dalla IA.

       

      Contents
        • Che cos’è, davvero, una bomba atomica
      • Dodicimila testate nucleari, e nove mani sul pulsante per farle esplodere
        • L’onda, il fuoco
        • Se accadesse oggi: la fame prima delle radiazioni
        • Credit

      Alle 8:15 ora locale del 6 agosto 1945 una sola arma cancellò una città in pochi secondi: oggi negli arsenali del Pianeta se ne stimano oltre dodicimila, e i modelli scientifici calcolano che cosa resterebbe del clima e del cibo dopo un conflitto nucleare.

      Ottantuno anni. Sembra tanto, eppure a Hiroshima il tempo si misura ancora a partire da quel mattino. Il cielo era limpido, la temperatura mite, la città si stava svegliando, poi il lampo.

      L’aereo si chiamava Enola Gay, l’ordigno Little Boy, e la detonazione avvenne a circa 600 metri dal suolo, quota scelta a tavolino per massimizzare l’onda d’urto sulle case basse di legno. Una città intera trasformata in cenere nel tempo di un respiro. Tre giorni più tardi, il 9 agosto, toccò a Nagasaki: l’obiettivo designato era in realtà Kokura, ma foschia e fumo industriale coprivano il bersaglio, così l’equipaggio virò sull’alternativa. Un dettaglio meteorologico e di inquinamento atmosferico che stazionava che decise il destino di due città e dei suoi abitanti.

      Perché una seconda bomba? La risposta, spietata nella sua logica, sta nel messaggio: convincere il Giappone che gli Stati Uniti disponevano di un arsenale continuo, non di un pezzo unico da museo. Ribadire l’ultimatum, insomma, alzando la posta. Un qualcosa che al giorno d’oggi si dice che rischiamo, persino qui in Europa, dove la vita di uno qualunque come me ha come ultimo pensiero che scoppi una bomba atomica nella propria città.

       

      Che cos’è, davvero, una bomba atomica

      Qui conviene rallentare la mia descruizione perché il meccanismo è meno intuitivo di quanto si creda. In un’arma a fissione il nucleo di uranio-235 o di plutonio-239 viene spaccato dai neutroni. Ogni rottura libera energia e altri neutroni, che frantumano ulteriori nuclei: la famosa reazione a catena. Tutto si consuma in milionesimi di secondo, e in quel lampo la materia raggiunge temperature che sfiorano quelle interne al Sole.

      Little Boy liberò l’equivalente di circa 15 mila tonnellate di tritolo. L’altra bomba atomica, la Fat Man, poi sganciata su Nagasaki, poco più di 20 mila. Numeri che oggi, paradossalmente, suonano quasi modesti rispetto a quanto seguì all’avvento dell’Era nucleare.

      Il salto vero arrivò con la fusione. Le armi termonucleari – le cosiddette bombe H – usano una fissione come innesco per fondere isotopi di idrogeno, e la resa cresce di ordini di grandezza. L’esemplare più potente mai fatto detonare resta la Tsar Bomba sovietica, provata il 30 ottobre 1961 sull’arcipelago di Novaja Zemlja: una cinquantina di megatoni, il fungo salito a una sessantina di chilometri di altezza, l’onda di pressione registrata tre volte attorno al globo. Circa tremila volte Hiroshima. Negli arsenali attuali non esistono più mostri simili, considerati militarmente inutili; le testate schierate viaggiano tra qualche decina di chilotoni e qualche megatone, ma sono molte, precise e montate su vettori che possono viaggiare veloci da un continenta all’altro in mezz’ora.

       

      Dodicimila testate nucleari, e nove mani sul pulsante per farle esplodere

      I conti li tiene lo Stockholm International Peace Research Institute. All’inizio del 2026 nove Stati – Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele – possedevano complessivamente circa 12.187 testate nucleari, di cui 9.745 in dotazione alle forze armate e quindi potenzialmente utilizzabili. Di queste, circa 4.012 risultavano già installate su missili e aerei, e poco più della metà del contingente schierato viene mantenuta in stato di allerta operativa elevata sui vettori balistici. Sostanzialmente, è sufficiente un errore umano, oggi una volontà oscura di una qualche intelligenza artificiale che sfugge di controllo per, potenzialmente, distruggere la vita sulla Terra.

      La distribuzione è tutto fuorché omogenea. Mosca e Washington da sole detengono attorno all’83% degli ordigni stoccati; il resto si divide tra arsenali di secondo livello – la Cina in crescita rapida, poi Francia e Regno Unito, quindi il subcontinente indiano. L’India è stimata a circa 190 armi, in leggero aumento, con il Pakistan poco sotto. Israele non conferma nulla, la Corea del Nord conferma anche troppo.

      Il totale globale cala ancora, ma solo perché americani e russi hanno smantellato vecchie testate. Ma il ritmo delle demolizioni sta rallentando o forse si è fermato, non ho trovato notizie in merito. Anzi, vi è il sospetto che potrebbero esser state prodotte altre armi negli stoccaggi. Detto in parole povere: la curva sta per invertirsi o si è invertita, siamo nella fase del riarmo, ma non quella dei missili che ogni giorni cadono in Ucraina, qui parliamo di bombe atomiche. Una sola di queste distruggerebbe Roma o Milano. Forse la più potente una grande provincia italiana, con estensione poi delle radiazioni a migliaia di chilometri. Si, lo so, sono pazzi, l’uomo che ha deciso di armare il Pianeta di questi bombe è folle.

      L’onda, il fuoco

      Cosa accade a una città colpita? Nei primi istanti il lampo termico incendia tutto ciò che è combustibile entro chilometri, provoca ustioni sulla pelle esposta e acceca chi guarda. Segue l’onda di pressione, che non “spinge” soltanto: schiaccia, poi risucchia indietro nel vuoto lasciato dietro di sé. A Hiroshima i vetri divennero proiettili, i tetti volarono via, gli edifici in muratura si accartocciarono.

      Poi il fuoco si autoalimenta. Migliaia di focolai si fondono in una tempesta di fiamme che aspira ossigeno dalla periferia verso il centro, con venti caldi e violenti. Chi era sopravvissuto all’esplosione moriva bruciato o soffocato. Nel giro di poche ore cominciò a cadere la pioggia nera, acqua mescolata a fuliggine e particelle radioattive: la gente, disidratata, la bevve.

      E qui entra la parte che nessuno aveva previsto davvero. La sindrome acuta da radiazione, nelle settimane successive, uccise chi appariva illeso: vomito, emorragie, capelli che venivano via a ciocche, infezioni contro cui il midollo ormai distrutto non poteva reagire come difesa. Negli anni seguenti arrivarono leucemie e tumori. I sopravvissuti, gli hibakusha, portarono addosso anche uno stigma sociale – matrimoni negati, lavori rifiutati – che raramente compare nei libri di storia. Le stime parlano di circa 140 mila morti a Hiroshima entro la fine del 1945 e di oltre 70 mila a Nagasaki, ma nessuno saprà mai la cifra esatta: gli archivi anagrafici bruciarono insieme alla città.

       

      Se accadesse oggi: la fame prima delle radiazioni

      C’è un equivoco ormai noto a tutti: una guerra nucleare non si esaurisce nelle esplosioni della bomba atomica. Le tempeste di fuoco innescate dalle detonazioni solleverebbero milioni di tonnellate di fuliggine fin dentro la stratosfera, dove nessuna pioggia può lavarle via. Il velo resterebbe lassù per anni, schermando la luce solare e facendo crollare le temperature globali. È il meccanismo che gli scienziati chiamano inverno nucleare, e che ribalta di segno il Riscaldamento Globale in pochi mesi: l’esatto contrario della traiettoria che il Pianeta sta seguendo oggi, con mesi estivi da primato assoluto in Europa occidentale.

       

      Le conseguenze le ha quantificate un gruppo guidato dalla Rutgers University. Secondo lo studio pubblicato su Nature Food, uno scontro regionale tra India e Pakistan potrebbe causare oltre due miliardi di morti, mentre una guerra su vasta scala tra Stati Uniti e Russia ne provocherebbe più di cinque miliardi. Nello scenario peggiore la produzione agricola crollerebbe di circa il 90% entro tre o quattro anni: non sarebbero le bombe a fare la maggior parte delle vittime, ma la carestia. E questo non si può far niente, se non attendere per i sopravvissuti la morte per fame.

       

      Per la biosfera il conto sarebbe altrettanto salato. Oceani più freddi e più bui, fitoplancton verso la morte, stagioni vegetative accorciate alle medie latitudini, ozono stratosferico eroso e ultravioletti in aumento proprio mentre l’agricoltura si spegne. La specie umana probabilmente non si estinguerebbe – qualche popolazione nell’emisfero australe resisterebbe – ma la civiltà come la conosciamo, quella fatta di catene di approvvigionamento, reti elettriche e commercio globale, no.

       

      Ecco perché il disarmo non è una petizione di anime belle. Il Trattato di non proliferazione impegna gli Stati dotati a negoziare in buona fede la riduzione degli arsenali, e il più recente Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, in vigore dal 2021, le mette semplicemente fuori legge per chi lo ha ratificato. Nessuna potenza atomica ha aderito. Nel frattempo l’architettura del controllo degli armamenti costruita durante la Guerra Fredda si sta sfaldando pezzo dopo pezzo.

      Ogni 6 agosto, alle 8:15 in punto, a Hiroshima suona una campana e la città si ferma. Non per nostalgia, bensì è un promemoria, perché quelle armi funzionano, e sappiamo molto bene come, e sappiamo cosa lasciano dietro, la morte.

       

      Credit

      • Stockholm International Peace Research Institute – SIPRI Yearbook 2026, World nuclear forces
      • Nature Food – Global food insecurity and famine from nuclear war soot injection
      • NASA Goddard Institute for Space Studies – Xia et al., 2022
      • United Nations Office for Disarmament Affairs – Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons
      • Nuclear Threat Initiative – Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons
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