Il firn è uno strato poroso situato tra la neve fresca e il ghiaccio glaciale, che copre circa il 90% della superficie della calotta. Esso agisce come un tampone naturale, permettendo all’acqua di fusione di penetrare fino allo strato sottostante, dove può rifreezarsi. Tuttavia, con l’aumento delle temperature globali, questa funzione viene compromessa, riducendo la capacità del firn di immagazzinare l’acqua fusa.
I ricercatori hanno utilizzato il modello numerico SNOWPACK, basato sulla fisica, per analizzare come le variazioni di temperatura influenzino il firn su tutta la calotta glaciale. I risultati hanno mostrato che la perdita di capacità di immagazzinamento causata dal riscaldamento non è completamente recuperabile, nemmeno con interventi di geoingegneria o riduzioni delle temperature.
La ricerca ha evidenziato una risposta asimmetrica del firn alle variazioni termiche. Il riscaldamento riduce rapidamente la spugnosità dello strato, diminuendo la quantità d’aria che può contenere, mentre un successivo abbassamento delle temperature non è sufficiente a ripristinare completamente queste caratteristiche originarie. Questo implica che, anche con una riduzione delle temperature nell’Artico, sarebbe necessario un raffreddamento molto più intenso rispetto a quello registrato durante i periodi di riscaldamento per riportare il firn alle condizioni precedenti.
Questi risultati sollevano dubbi sull’efficacia delle attuali strategie di mitigazione climatica riguardanti le calotte glaciali, soprattutto per quanto riguarda l’uso di tecniche di manipolazione climatica o geoingegneria. La sfida principale rimane quella di invertire gli impatti già visibili nel sistema climatico della Terra, una prospettiva particolarmente complessa, data la difficoltà nel ripristinare le condizioni preesistenti del fragile ambiente artico.