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Recenti studi condotti dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dal Parco Archeologico di Pompei hanno rivelato nuove comprensioni sui danni causati sia dai terremoti che dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., che portarono alla distruzione di Pompei. Le ricerche, pubblicate su Frontiers in Earth Science, sono le prime a indagare gli effetti dei terremoti che si sono verificati durante l’eruzione, un compito complicato dato che gli effetti vulcanici e sismici possono manifestarsi contemporaneamente o in rapida successione, rendendo difficile distinguere le cause specifiche dei danni.

 

Il dottor Domenico Sparice, vulcanologo presso l’INGV-Osservatorio Vesuviano e primo autore dello studio, ha evidenziato come la sismicità durante l’eruzione abbia avuto un ruolo significativo nella distruzione di Pompei e abbia influenzato le decisioni dei Pompeiani di fronte alla morte inevitabile. Il coautore, il dottor Fabrizio Galadini, geologo e ricercatore senior all’INGV, ha sottolineato l’importanza di riconoscere correttamente la relazione causa-effetto per ricostruire l’interazione tra fenomeni vulcanici e sismici e i loro effetti su edifici e persone.

 

Durante gli scavi nella ‘Casa dei Pittori al Lavoro’, i ricercatori hanno notato caratteristiche peculiari nei crolli degli edifici, che non corrispondevano agli effetti dei fenomeni vulcanici descritti nella letteratura vulcanologica dedicata a Pompei. Questo ha portato il dottor Mauro Di Vito, vulcanologo e direttore dell’INGV-Osservatorio Vesuviano, a cercare una spiegazione alternativa.

 

L’analisi di due scheletri con gravi fratture e traumi ha rivelato che le loro morti sono state causate dai crolli delle pareti indotti dai terremoti. Questi individui, entrambi uomini di circa 50 anni, mostrano posizioni che suggeriscono scenari diversi: l’individuo 1 è stato schiacciato improvvisamente dal crollo di un grande frammento di muro, causando traumi gravi e la morte immediata, mentre l’individuo 2 sembra fosse consapevole del pericolo e abbia tentato di proteggersi con un oggetto rotondo in legno, di cui sono state trovate deboli tracce nei depositi vulcanici.

 

Gli indizi suggeriscono che questi individui non sono morti per inalazione di cenere o per il calore estremo, ma sono sopravvissuti alla prima fase dell’eruzione e poi sono stati sopraffatti dai crolli delle pareti durante il declino temporaneo dei fenomeni eruttivi e prima dell’arrivo delle correnti piroclastiche.

 

Questi nuovi insight sulla distruzione di Pompei ci avvicinano molto all’esperienza vissuta dalle persone che abitavano qui 2.000 anni fa, le cui scelte, così come la dinamica degli eventi, rimangono un focus della ricerca, ha concluso il dottor Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei.

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